L'ex presidente della Confederazione critica i piani di emergenza, lamenta l'ostilità in politica e condivide la sua esperienza nella gestione delle tragedie.
Moritz Leuenberger era nel 2001 il volto della Svizzera in difficoltà. Oggi l’ex consigliere federale mette in guardia dal falso senso di sicurezza offerto dai piani di emergenza, lamenta un clima di "ostilità" in politica e rivela perché una volta, durante una seduta del Consiglio federale, ha quasi perso il controllo.
Keystone-ATS: Signor Leuenberger, l'anno in corso è stato segnato da diversi eventi tragici, tra cui l'incendio a Crans-Montana (VS), l'incendio dell'autopostale a Kerzers (FR) e la sparatoria ad Aarau. Inoltre, in tutto il mondo imperversano guerre. Questi eventi le hanno riportato alla mente il catastrofico autunno del 2001?
Leuenberger: Sì, moltissimo. È iniziato tutto la mattina del primo gennaio con l'incendio a Crans-Montana. Mi è stato subito chiaro che la vicenda avrebbe assunto proporzioni enormi e che la Svizzera si sarebbe ritrovata sul banco degli imputati. Mi sono tornati in mente molti ricordi di quel periodo. Ho persino scritto ad alcuni amici: "Ci risiamo". Purtroppo, è andata anche peggio. Ai morti e ai feriti, cosa già di per sé terribile, si sono aggiunti il dilettantismo del Comune, gli errori della Procura e l'invio di fatture in Italia. L'intera Svizzera è stata messa in cattiva luce nei paesi vicini e in tutto il mondo. In parte mi sono vergognato e mi sono indignato per come si è reagito - per non parlare delle condizioni in quel bar e dei controlli di sicurezza.
Keystone-ATS: Lei fa riferimento alla comunicazione del sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud. L'attenzione si è concentrata in particolare sull'affermazione secondo cui il Comune stesso sarebbe la vittima principale. Come l'ha percepita?
Leuenberger: Mi ha fatto rabbrividire: "Non può essere vero". Ma capisco che un sindaco, nel primo momento, possa sentirsi così. Il Comune è davvero molto colpito e si ritrova improvvisamente sotto i riflettori di tutto il mondo, diventando l'imputato. È terribile, anche per un sindaco. Ma il fatto che abbia poi ripetuto quella frase alcune settimane dopo in una conferenza stampa, pur essendo a conoscenza delle reazioni indignate, soprattutto provenienti dall'Italia, non riesco proprio più a capirlo. È stato un errore gravissimo, un affronto. E pensare che era stato persino consigliato da un'agenzia di pubbliche relazioni. Incredibile.
Keystone-ATS: Nell'autunno del 2001, in seguito a diverse catastrofi, lei ha dovuto, in qualità di presidente della Confederazione, esprimersi più volte e trovare le parole giuste. Come ha proceduto allora?
Leuenberger: Non esiste una ricetta. Preparavo il mio intervento pubblico, poi lo discutevo in tutta fretta con persone a me vicine, a seconda del tipo di incidente. Per l'11 settembre mi sono affidato principalmente al mio staff, mentre per l'attentato di Zugo ho chiamato un amico psichiatra e abbiamo parlato della diminuzione delle inibizioni nei confronti degli atti di violenza. Una volta ho chiesto consiglio a mio padre. Queste discussioni mi permettevano di verificare: le mie parole potrebbero essere fraintese? Ci sono nuovi spunti, altri aspetti da prendere in considerazione?
Keystone-ATS: Agiva molto d'istinto? Oppure un consigliere federale può ricorrere a piani di emergenza già esistenti in casi del genere?
Leuenberger: No, nelle situazioni impreviste non esistono formule preconfezionate. Ogni caso presenta circostanze completamente diverse. Bisogna dare prova di flessibilità. Certo esistono alcuni rituali ben collaudati, che però a volte mi infastidiscono. Quando la prima frase è sempre la solita: "I nostri pensieri vanno alle vittime e ai loro cari", a me sembra semplicemente uno stereotipo, una frase fatta imparata a memoria che suona priva di empatia e di sentimento e che quindi non è più credibile. Meglio sono i pensieri davvero personali, ad esempio: "Se immagino di aver perso mio figlio proprio ora". In questo modo è sincero e non suona così banale.
Keystone-ATS: Nell'autunno del 2001 ha ricevuto ogni giorno migliaia di lettere da persone preoccupate e in cerca di conforto. Quali risposte ha potuto dare a queste persone?
Leuenberger: Il tenore era più o meno il seguente: "Proviamo tutti la stessa cosa". Le risposte non potevano sempre essere personalizzate. Ma ho sempre risposto. Chi scrive a un consigliere federale cerca il dialogo e per questo merita una risposta.
Keystone-ATS: In autunno si sono verificati diversi eventi tragici in un breve lasso di tempo. Come ha affrontato questa situazione?
Leuenberger: Anche a livello personale per me è stato un accumularsi di cose. In occasione dell'incidente aereo della Crossair mi sono detto: "Ma non finirà mai?" Forse per un presidente della Confederazione non suona molto equilibrato. Ma può e deve mostrare il suo coinvolgimento personale. Dopotutto, è una cosa che lo tocca profondamente.
Keystone-ATS: Tutto questo l'ha colpita molto anche a livello personale?
Leuenberger: Certamente. Nel bel mezzo di una seduta del Consiglio federale mi è stato consegnato un biglietto in cui si diceva che c'era stato un incidente nel tunnel del Gottardo. Ho quasi perso il controllo e mi sono lasciato prendere dall'emozione.
Keystone-ATS: Dopo gli eventi di quell'autunno, lei ha affermato che bisognava trarre insegnamento dalle catastrofi e che la negazione non era un'opzione. Come ha agito?
Leuenberger: A seconda dei casi. Per quanto riguarda l’11 settembre, in qualità di presidente della Confederazione svizzera non potevo annunciare nulla di concreto. Ma almeno nella mia prima reazione ho affermato che una guerra non doveva essere la risposta a quegli attentati. Ho intuito immediatamente come avrebbe reagito il presidente Bush.
Keystone-ATS: Quali insegnamenti ha tratto dalle catastrofi avvenute in Svizzera?
Leuenberger: Dopo l'incidente del San Gottardo ho introdotto il sistema del "contagocce", ovvero che, per motivi di sicurezza, i camion possano entrare nella galleria solo a determinati intervalli. Era una misura che volevo da tempo, ma non ero mai riuscito a ottenere la maggioranza. Ho quindi colto l'occasione. Dopo l'attentato di Zugo, in tutta la Svizzera si è reso più sicuro l'accesso ai parlamenti, compreso quello a Palazzo federale. Il Cantone di Zugo ha inoltre istituito un difensore civico che media in caso di difficoltà tra cittadini e autorità.
Keystone-ATS: E dopo il fallimento di Swissair?
Leuenberger: Abbiamo organizzato una nuova compagnia aerea svizzera. Dopo alcune deviazioni è nata la Swiss, che è stata poi rilevata da Lufthansa. All'epoca, il Parlamento aveva richiesto piani per far fronte a future catastrofi. La crisi successiva è stata però quella di UBS. In quel caso le esperienze fatte con il grounding di Swissair non sono state quindi di grande utilità. Poi è arrivato il Covid, e in seguito il Credit Suisse, situazioni tutte fondamentalmente diverse. Il futuro, appunto, non è sempre prevedibile.
Keystone-ATS: Secondo lei, quindi, i piani di emergenza non servono a nulla?
Leuenberger: In ogni caso a non molto. Non possiamo essere preparati a tutto. Ciò ci cullerebbe anche in un falso senso di sicurezza. Bisogna sempre rimanere flessibili e agire con prontezza. La pandemia di coronavirus, l'attacco della Russia all'Ucraina, i dazi di Trump: le cose vanno sempre diversamente da come le immaginiamo. Anche la vita privata è difficilmente pianificabile. Noi stessi cambiamo col passare del tempo. Quando si pianifica, si ragiona partendo dal presente. La realtà che si presenta in seguito ci costringe quindi poi ad agire in modo diverso. Questo vale anche in politica. Possiamo solo immaginare in modo astratto le situazioni future. Quando poi ci troviamo realmente in quelle situazioni, tutto è completamente diverso.
Keystone-ATS: In che misura questo autunno catastrofico ha cambiato la sua concezione della carica e dello Stato?
Leuenberger: Ho cambiato soprattutto la mia concezione del mio ruolo di consigliere federale. Prima di questi eventi non avevo mai preso questo ruolo troppo sul serio. Ma con le catastrofi le cose sono cambiate, perché mi sono trovato a dover assumermene pienamente la responsabilità. La mia distanza e l'ironia di prima sono svanite in un colpo solo.
Keystone-ATS: Dopo l'attentato di Zugo lei ha messo in guardia dal bollare gli avversari politici come nemici e dal deridere le istituzioni, poiché il disprezzo può portare rapidamente alla violenza. Quando oggi osserva il tono più aspro che regna su Internet e, a volte, in Parlamento, pensa che la politica abbia già dimenticato questo appello?
Leuenberger: Non si tratta solo di politica. È un fenomeno sociale che riguarda tutti. Il tono del dibattito si è inasprito. L'avversario politico è spesso considerato un nemico. Basti pensare al tono del presidente statunitense Donald Trump, al modo in cui ridicolizza i suoi avversari. Ciò contraddice ogni estetica democratica. Questo tono aggressivo si sta poi lentamente diffondendo in altre democrazie, temo anche in Svizzera. Nell'avversario politico si dovrebbe vedere un interlocutore con cui, quando possibile, cercare un accordo - consapevoli che anche nell'avversario c'è un granello di verità che occorre trovare per raggiungere una concordanza o almeno per definire oggettivamente le divergenze.
Keystone-ATS: Nell'autunno del 2001 lei affermò che la libertà comporta dei rischi e che ogni evento, dal più piccolo al più grande, dovrebbe spingerci a riflettere su noi stessi. Col senno di poi, la politica e la società ci sono riuscite?
Leuenberger: Si tratta di un processo continuo. Probabilmente non avrà mai pieno successo. Al momento, comunque, sta procedendo in senso inverso. All'epoca, quando sono entrato in carica, credevo che fossimo sulla strada verso un mondo senza guerre. È stato un grave errore e per me rappresenta una grande delusione. Ma non voglio portarmi questa delusione nella tomba, bensì lavorare per riuscire a superarla. Questa speranza non significa stare ad aspettare, ma impegnarsi attivamente per realizzarla.
Keystone-ATS: È questo il suo appello alle giovani generazioni, affinché in loro non prevalga la sensazione di passare da una crisi all'altra?
Leuenberger: È un appello rivolto a tutti noi. Non abbiamo motivo di sprofondare nella rassegnazione totale. Dopotutto non viviamo su un cumulo di rovine. Quello che immaginiamo e desideriamo come ideale, dobbiamo anche viverlo noi stessi e impegnarci per realizzarlo - con solidarietà, empatia, con aiuto. E non limitarci a lamentarci di tutto ciò che di brutto accade nel mondo.
Keystone-ATS: Nonostante tutte le crisi, lei sembra aver perso ben poco della sua spensieratezza.
Leuenberger: Almeno faccio finta di esserlo quando rilascio un'intervista! [ride] Non appena cediamo alla paura per la situazione attuale, rinunciamo a noi stessi. Assumersi le proprie responsabilità non è un peso, ma è ciò che costituisce la nostra forza e la gioia di vivere.