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28.06.2022 - 15:01
Ats, a cura de laRegione

L’iniziativa sull’allevamento intensivo è ‘inutile e costosa’

Secondo le stime della Confederazione, se accettata, provocherebbe spese aggiuntive tra 0,4 e 1,1 miliardi di franchi

L’iniziativa popolare ‘No all’allevamento intensivo in Svizzera’ è inutile e costosa. Inutile perché nel nostro Paese la dignità e il benessere degli animali sono già protetti dalla legge, e costosa poiché provocherebbe l’aumento dei prezzi di molte derrate alimentari. È questa in sintesi la posizione del Consiglio federale, ribadita oggi da Alain Berset, che raccomanda di bocciare il testo in votazione il 25 settembre.

Il testo ha raccolto 106’125 firme valide e propone un’aggiunta all’articolo 80 sulla protezione degli animali della Costituzione federale, in modo da vietare l’allevamento intensivo, ossia industriale, "finalizzato alla produzione più efficiente possibile di prodotti animali, nell’ambito del quale il benessere degli animali è leso sistematicamente".

Qualora venisse accolto alle urne, il Parlamento avrebbe tre anni di tempo per stabilire i criteri per il ricovero e la cura degli animali, compresi l’accesso all’esterno, la macellazione e il numero massimo per stalla. Anche le importazioni sarebbero sottoposte agli stessi criteri. Le aziende agricole disporrebbero di un periodo di transizione fino a 25 anni per prendere gli accorgimenti necessari.

In conferenza stampa, Berset ha sottolineato che la legislazione svizzera è una delle più severe al mondo in materia di protezione degli animali. La loro dignità e il loro benessere sono tutelati, ha rilevato, ricordando che la Confederazione promuove metodi di coltivazione particolarmente in sintonia con la natura e rispettosi dell’ambiente, come stabilito dalla Costituzione. Un numero crescente di capi di bestiame può per esempio uscire regolarmente all’aria aperta.

Secondo il Consiglio federale, l’iniziativa avrebbe un impatto significativo sulle aziende agricole. Circa 3’300 sarebbero costrette a ridurre il numero di animali o ad aumentare le loro superfici. Tutto ciò avrebbe quale conseguenza un aumento dei costi di allevamento del bestiame, dato che molte aziende dovrebbero effettuare investimenti importanti. Secondo i calcoli effettuati dalla Confederazione, le spese aggiuntive sarebbero tra 0,4 e 1,1 miliardi di franchi all’anno.

Ma l’iniziativa avrebbe ripercussioni anche sui consumatori, che avrebbero accesso solo a prodotti alimentari, come carne, uova, formaggio o latte, provenienti da aziende agricole biologiche, ha fatto notare il ministro dell’interno. La scelta sarebbe quindi limitata. Tenendo conto delle esigenze più restrittive, "il prezzo delle derrate alimentari contenenti ingredienti di origine animale aumenterebbe", ha messo in guardia il consigliere federale.

Oltretutto, vietare l’importazione di prodotti che non soddisfino le norme bio implicherebbe l’istituzione di una serie di controlli e violerebbe gli accordi commerciali internazionali conclusi in particolare con l’Unione europea, ha aggiunto Berset. Regole di questo tipo potrebbero inoltre creare contenziosi con l’Organizzazione mondiale del commercio e con gli Stati con i quali la Svizzera ha firmato accordi di libero scambio. Questa situazione potrebbe avere conseguenze anche sulle esportazioni svizzere.

Tra i promotori dell’iniziativa, lanciata il 12 giugno 2018, ci sono la presidente della Fondazione Franz Weber, Greenpeace, ma anche politici di vari orientamenti, come il consigliere agli Stati Daniel Jositsch (Ps/Zh), il consigliere nazionale Bastien Girod (Verdi/Zh), nonché rappresentanti degli agricoltori come Kagfreiland e Bio Suisse.

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