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05.12.2021 - 14:02
Aggiornamento: 17:44

Coronavirus: primo caso di triage in cure intense

Il caso è quello di un malato di Covid e di tumore che, col suo consenso, questa settimana non ha avuto accesso alle terapie intensive nel Canton Argovia

Ats, a cura de laRegione
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Ti-Press

Il triage di pazienti in cure intense, su cui gli esperti hanno messo in guardia da novembre, è diventato realtà in Svizzera. Il SonntagsBlick di oggi rivela il caso di un malato di Covid-19 e di tumore che, con il suo consenso, questa settimana non ha avuto accesso alle terapie intensive nel Canton Argovia.

“Abbiamo già operato un triage”, ha detto al domenicale Christian Frey, vicecapo delle cure intense alla clinica Hirslanden di Aarau, presentando il caso del malato di cancro. “Se i casi di Covid-19 aumenteranno, cresceranno pure gli episodi di cernita” dei pazienti.

Contro il rischio di razionamento delle cure aveva già messo in guardia in novembre, tra gli altri, la presidente della Task Force scientifica della Confederazione Tanja Stadler.

Ospedali pieni

L’occupazione dei letti in cure intense è di assoluta attualità. In tutto il Canton Zurigo ad esempio non vi è più un solo posto libero nelle terapie intensive. Ieri il Centro ospedaliero universitario vodese (CHUV) a Losanna ha qualificato la situazione come “preoccupante”. “L’ospedale è pieno”, ha indicato il direttore Philippe Eckert in un’intervista pubblicata da 24 Heures, precisando che nuovi letti di terapia intensiva saranno aggiunti la prossima settimana. In caso di penuria di posti, finora i pazienti sono stati trasferiti in altri nosocomi.

Il triage dei pazienti è una pratica generalmente riservata a contesti di guerra e catastrofe, quando le risorse mediche scarseggiano per tutti i bisognosi di cure. Nel corso della prima ondata pandemica l’Accademia svizzera delle scienze mediche (ASSM) e la Società svizzera di medicina intensiva (SSMI) avevano pubblicato linee guida comuni – che integravano altre direttive già esistenti – per le decisioni riguardanti il triage dei pazienti in terapia intensiva.

Manca personale

Ridotto all’osso, il documento dice che il fattore decisivo per rifiutare l’accesso alla terapia intensiva – indipendentemente dall’origine del problema di salute, sia esso il coronavirus o no – è la pessima prognosi a breve termine, come spiega al SonntagsBlick Miodrag Filipovic, membro della direzione della SSMI e responsabile delle terapie intensive all’ospedale cantonale di San Gallo.

Nell’ultima grande ondata pandemica di un anno fa i ricoveri in ospedale erano molto maggiori rispetto ad ora. Come mai non ci fu razionamento delle cure in quell’occasione e invece c’è ora? “La ragione è la mancanza di personale”, logorato da due anni di lavoro intenso, spiega al giornale Yvonne Ribi, direttrice dell’Associazione svizzera delle infermiere e degli infermieri (ASI). La constatazione è la stessa al CHUV: Eckert fa riferimento all’esaurimento del personale e al fatto che un certo numero di dipendenti sia affetto da Covid-19.

Misure attuali insufficienti

E la situazione rischia di peggiorare con l’inizio della stagione turistica invernale. Gli incidenti sulle piste da sci già in novembre hanno comportato un’occupazione delle terapie intensive al 40-60% all’ospedale cantonale retico a Coira, ha ricordato al domenicale Thomas Fehr, responsabile della medicina interna e direttore medico del nosocomio.

Per Olivia Keiser, epidemiologa all’Università di Ginevra, “le misure attuali non bastano”. La situazione negli ospedali è il solo criterio considerato dalla politica, ma “ora che i nosocomi sono sovraccaricati, si è fatto troppo poco”.

Per Frey, della clinica Hirslanden di Aarau, non ci sono alternative alla vaccinazione. Il medico fa notare che “tutti i pazienti malati di Covid-19 in cure intense non hanno ricevuto il siero”.

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