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Svizzera
16.09.2021 - 15:570
Aggiornamento : 16:41

A Neuchâtel si torturava (abusivamente) fino al XIX secolo

Emerge da una tesi di master: la pratica veniva utilizzata anche se nel Regno di Prussia, a cui la città doveva rendere conto, era stata abolita nel 1740

a cura de laRegione

La tortura era ancora praticata a Neuchâtel nel XIX secolo, sebbene fosse stata abolita nel Regno di Prussia dal 1740. Appresi i metodi utilizzati nella località per far confessare un falsario, il re di Prussia, a quei tempi sovrano del Principato di Neuchâtel, ne fu profondamente scioccato. È quanto emerge da una tesi di master pubblicata oggi da Julus Aubert, studente della Facoltà neocastellana di diritto.

La scoperta del fatto che la tortura venisse ancora praticata “sconvolgerà le relazioni tra il re e l’amministrazione di Neuchâtel. Sarà l’innesco di una profonda transizione istituzionale nel Principato di Neuchâtel”, sottolinea Aubert.

Nel 1814, Neuchâtel si venne a trovare in mani prussiane. Mentre prima godeva di una completa indipendenza, da lì il Principato dovette rendere conto a Berlino delle sue attività. Così, il 30 gennaio 1815 le autorità neocastellane trasmisero al re di Prussia il dossier del processo al falsario Samuel Schallenberger.

Quest’ultimo, bernese d’origine, era stato condannato a morte dalla Corte di Valangin per aver fabbricato soldi falsi. Nella missiva a Berlino, il Consiglio di Stato di Neuchâtel dichiarava, “con un certo imbarazzo, di aver dovuto ricorrere alla tortura per ottenere la confessione di questo criminale”, si legge nella tesi di Aubert.

“In Prussia ci fu costernazione: Neuchâtel aveva ancora fatto ricorso a metodi arcaici rispetto a quelli in vigore nel Regno di Prussia. Berlino si occupò quindi della questione come se Neuchâtel fosse una parte integrante del Regno: questo approccio sconvolse notevolmente le autorità neocastellane e creò un clima di sfiducia tra il Principato e la Prussia”.

La storia recita che alla fine il re di Prussia ebbe la meglio: annullò la condanna a morte e al falsario furono inflitti dieci anni di prigione. In seguito a questa vicenda, tuttavia, i magistrati di Neuchâtel si misero di traverso, paralizzando praticamente ogni evoluzione. “Fu infine la giovane Repubblica, nel 1848, ad attuare tutti i progetti rimasti fino ad allora sospesi”, ha aggiunto Jules Aubert.

Nel XVIII e XIX secolo, il Principato di Neuchâtel prevedeva quattro pene principali: le pene afflittive, l’esilio, la reclusione e la pena di morte.

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