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Benedetto Galli
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05.09.2017 - 15:550
Aggiornamento : 11.12.2017 - 18:20

Guardie di confine: 'una vergogna' la pensione a 65 anni

Le Guardie di confine sono sul piede di guerra: l’aumento da 60 a 65 anni per il loro pensionamento non piace ai diretti interessati per i quali la decisione del Consiglio federale "è una vergogna".

Nel corso di un’assemblea tenutasi oggi a Olten sotto gli auspici del sindacato Garanto e dell’associazione del personale Transfair, i circa 120 presenti hanno adottato una risoluzione in cui chiedono al Governo di fare marcia indietro. Nel frattempo non si escludono azioni di sensibilizzazione, hanno avvisato.

Le Guardie di confine giunte nella località solettese rifiutano ogni compromesso: l’età di pensionamento deve rimanere a 60 anni. Nel corso dell’assemblea, diversi impiegati della Confederazione hanno espresso rabbia e frustrazione per una decisione giudicata incomprensibile. Una guardia grigionese ha parlato senza mezzi termini, tra gli applausi dei colleghi, di "vergogna" del Consiglio federale. In una risoluzione inviata all’esecutivo si legge che non solo l’innalzamento dell’età pensionabile è inaccettabile, ma che tale passo non farà che peggiorare le condizioni di lavoro con rischi accresciuti per la sicurezza e la salute dei diretti interessati.

Il lavoro quale guardia di confine sarebbe fisicamente e psicologicamente impegnativo. Orari di lavoro irregolari, turni notturni e durante il fine settimana renderebbero difficile recuperare dalle fatiche. La conseguenza di simili strapazzi sarebbero spesso disturbi del sonno. Oltre a ciò, sottolinea la risoluzione, non di rado le guardie devono lavorare con ogni condizione climatica, il che conduce sovente ai limiti della resistenza fisica. Le mansioni richiedono maggiore impegno dovuto all’aumento dei migranti e del turismo degli acquisti. Il testo enumera anche l’assenza di cooperazione e l’aumento dell’aggressività, fino al contatto fisico, con gli utenti.

Insomma, l’età di pensionamento a 60 anni rappresenta per gli impiegati alle frontiere la linea rossa che il Consiglio federale non può oltrepassare senza mettere a repentaglio la propria reputazione quale datore di lavoro affidabile.

Sul fronte delle azioni da intraprendere gli animi si sono divisi. Consci del fatto che le guardie di confine non possono né protestare né scioperare, la maggioranza si è decisa per misure "light" volte a sensibilizzare la popolazione sulla condizioni del loro lavoro.

Vi è chi ha proposto, specie rappresentanti della Svizzera romanda e del Ticino, azioni più incisive, come uno sciopero dello zelo (o sciopero bianco. Insomma: una forma di protesta dei lavoratori che consiste nel rifiuto di collaborare realizzato però senza astensione dal lavoro, mediante applicazione rigida e burocratica delle regole e dell'orario di lavoro contrattuale). Ma di fronte alle colonne di veicoli che ciò avrebbe causato alle frontiere, e al conseguente malumore della popolazione, si è preferito lasciar perdere e optare per provvedimenti più leggeri. L’importante è mostrare alla popolazione, si è detto, che ne va della loro sicurezza. (Ats)

 

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