Svizzera
26.11.2015 - 19:420
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:09

Figli di un Dio minore

Bambini invisibili per lo Stato: non esistevano per l’Italia e nemmeno per la Svizzera. Figli di immigrati che lavoravano in Ticino, piazzati in orfanotrofi a ridosso della frontiera, come la Casa del fanciullo a Domodossola. Grazie agli archivi dei frati Cappuccini si sono ricostruite le storie di famiglie frantumate: un capitolo inedito dei collocamenti forzati di bimbi fino agli anni 90 che coinvolge l’autorità elvetica.

Mentre all’Università di Ginevra, lo psicologo Jean Piaget, lavorava alle moderne teorie sullo sviluppo cognitivo del bambino (dove il contesto familiare gioca un ruolo importante), alla frontiera elvetica con l’Italia, centinaia di famiglie di immigrati (stagionali, frontalieri... ) dovevano ‘abbandonare’ i figli in istituti religiosi italiani lungo la frontiera. Erano gli anni sessanta e il ricongiungimento familiare era vietato dalla politica migratoria elvetica. La scelta per questi immigrati, che hanno partecipato alla costruzione del nostro Paese, era tenersi illegalmente i figli in Svizzera o separarsi da loro, causando strappi, abissi di solitudine e insicurezza, (come emerge dalle testimonianze). Un capitolo del nuovo libro ‘Assistenza e obblighi: collocamenti di bambini e adolescenti in Svizzera dal 1850 al 1980’ è dedicato a questa fase buia della storia elvetica. L’abbiamo letto in anteprima, sarà presentato domani, alla Biblioteca cantonale di Bellinzona. Chi veniva a lavorare in Svizzera, aveva un alto prezzo da pagare: lasciare i figli dai nonni in Italia o in istituti. Una disintegrazione familiare obbligata dalla politica elvetica, come evidenzia la storia di Davide (nome di fantasia) ricostruita dalla ricercatrice Saffia Elisa Shaukat dell’università di Losanna, che ha avuto accesso a venti dossier di giovani collocati tra il 1965 e il 1994 alla Casa del fanciullo a Domodossola. Emblematico il caso di Davide, 11 anni: nel settembre del 1982, entra nell’Istituto di Domodossola dove resterà 2 anni. Suo padre lavora per un’impresa edilizia bernese, ha un permesso di stagionale, può stare in Svizzera 9 mesi. L’uomo viene da Teramo, ha 5 figli. Sua moglie e il figlio sedicenne vivono in Svizzera (probabilmente come illegali), i due figli più grandi (tra cui Davide) sono piazzati nell’istituto di Domodossola, quelli più piccoli (di 7 e 5 anni) sono rimasti con i parenti in Italia e non vanno a scuola. Questa situazione, si legge nel libro, è un caso ‘normale’ di una famiglia numerosa che è in Svizzera per ragioni di lavoro. La durata del collocamento nell’istituto di Domodossola varia da uno a vari anni, l’età media dei minori è tra 8 e 16 anni. Fondata nel 1963, la Casa accoglie da subito una quarantina di figli di immigrati: «Nel 1966, gli ospiti sono talmente tanti che lo spazio non basta più». Viene creata una seconda Casa. Stiamo parlando di storia recente. Di una frontiera impermeabile ai diritti dell’infanzia. Il divieto di ricongiungimento familiare in Svizzera e l’assenza di protezione degli emigrati da parte dello Stato italiano crea – secondo la ricercatrice – una zona grigia in materia di politica sociale. E tanta sofferenza. E di sofferenza parlano gli altri capitoli del libro, che ricostruiscono anni bui di Mamma Helvetia: decine di migliaia di bimbi privati dei genitori, piazzati a forza dallo Stato in istituti dove spesso subivano violenze e umiliazioni. La loro colpa era essere figli di madri sole, povere, vedove, ribelli o di una cultura che non era quella dominante. A decidere non era un tribunale, ma un notabile del paese, un prete, un istitutore. Questo avveniva in Svizzera fino al 1981, Ticino compreso. Da agosto, la Legge federale sulla riabilitazione delle persone internate su decisione amministrativa: riconosce i torti inflitti alle vittime, prevede l’elaborazione scientifica dei fatti, garantisce il diritto a consultare i loro dossier.

La ricercatrice

‘Capire, per non ripetere gli stessi errori’  

Oltre 400 pagine riassumono le più recenti ricerche scientifiche in Svizzera sul collocamento di minori in istituti e famiglie fra il 1850 e il 1980, bambini vittime di misure coercitive a scopo assistenziale: «Per la prima volta, viene fatta una sintesi delle ricerche svolte e in corso nelle tre regioni linguistiche», spiega Anne-Françoise Praz professoressa di storia contemporanea all’Università di Friborgo, tra gli autori del libro, che raccoglie 28 contributi (anche i ticinesi Lorenza Hofmann e Manuela Moffongelli). «Tutto è partito da Louisette Buchard, vittima di un collocamento nel Canton Vaud: ha chiesto e ottenuto dal Governo la prima indagine storica sui bambini internati per decisione amministrativa. Capire perché in Svizzera siano stati tollerati tali abusi aiuterà a non ripeterli», conclude. Per anni sono stati chiusi gli occhi davanti alle denunce di pochi, che volevano infrangere un glaciale muro di silenzio. Ma ora sono centinaia i sopravvissuti che raccontano le stesse atrocità: adozioni forzate per decisione delle autorità, senza un processo. Mamme sole o genitori accusati di ‘oziosità’, di ‘condotta dissoluta’... separati a forza dai figli, che venivano piazzati in istituti o famiglie. Per alcuni si aprivano così le porte ad abusi, maltrattamenti... Centocinquanta libri scritti dalle vittime.

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