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09.12.2022 - 07:33
Aggiornamento: 15:32

Bollettieri, il fabbricatore di campioni

Vita, metodi, successi e segreti del più celebre allenatore della storia del tennis, scomparso pochi giorni fa a 91 anni

di Emanuele Atturo
bollettieri-il-fabbricatore-di-campioni

Andre Agassi ha 15 anni e ancora tutti i capelli sulla testa. È in Florida, siede in una grande sala comune insieme ad altri ragazzini. Una sala comune qualunque, fredda e austera. Accanto a lui però non ci sono ragazzini qualunque, ma i migliori ragazzini degli Stati Uniti a giocare a tennis. Siedono in questa sala nella posizione del loto, gli occhi chiusi mentre cercano di immaginarsi una situazione precisa: loro che alzano la coppa dorata di Wimbledon, sul campo centrale dell’All England Club. Il boato educato del pubblico, il sorriso per i fotografi, quali dovranno essere le loro prime parole da nuovi monarchi del tennis? In quella sala tutti fanno lo stesso sogno, ma solo Agassi riuscirà ad alzare quel trofeo non solo nei suoi sogni ma nella realtà, a luglio del 1992. Se però non immagini di poterlo fare, se non riesci ad ancorare al tuo sogno una forma visiva, è molto più difficile che quello si realizzerà. È uno degli esercizi di visualizzazione che Nick Bollettieri svolgeva nella sua accademia, che Agassi nel suo libro capolavoro ‘Open’ descrive come una specie di campo di concentramento. L’origine dei suoi tormenti è nei metodi marziali di Bollettieri. «Non si tratta di insegnare a colpire una pallina, ma di aiutare i giocatori 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, 365 giorni all’anno», dice Bollettieri. Ma cosa significa di preciso?

Nick Bollettieri è una di quelle figure a cui ci si riferisce con appellativi vaghi e pomposi: "guru", "santone", "profeta", "pioniere". O anche con definizioni altisonanti: "Il più grande allenatore della storia del tennis", "colui che ha forgiato il tennis moderno". È una figura difficile da affrontare, ma ora che è morto, pochi giorni fa, a 91 anni, ci costringe a fare i conti con la sua eredità, a misurarne l’impatto, a dare quindi una forma meno vaga a queste definizioni con cui si liquidano personaggi troppo grandi per qualsiasi categoria. Bollettieri cresce nello stato di New York, figlio di immigrati italiani, in mezzo ad altri bambini di famiglie irlandesi o afro-discendenti. Il tennis è l’ultimo dei suoi pensieri, in un momento storico in cui è ancora uno sport elitario. Lui non è povero, suo padre è farmacista, ma non ha certo il capitale che serviva all’epoca per crescere un vero giocatore di tennis, quindi fa altro. Si laurea in filosofia, serve l’esercito americano nel corpo dei Marines, inizia a studiare legge e per pagarsi il corso dà lezioni di tennis a un dollaro e cinquanta l’ora. Gli capita di svezzare anche Brian Gottfried, finalista al Roland Garros 1977. Col tempo si accorge che il tennis gli interessa molto più della legge. Molla gli studi e nel 1966 co-fonda un circolo di tennis a Long Island, dove finisce per allenare gente come Gerulaitis e McEnroe. Nel 1978 trova i fondi per aprire la propria accademia, a Bradenton, Florida. Sono 40mila acri, ci sono campi di pomodoro che verranno trasformati in campi da tennis, capanni per gli attrezzi che verranno trasformati in dormitori per i tennisti. Verranno da tutto il mondo, con la promessa di diventare i migliori. Non verranno formati solo come tennisti, ma anche come persone. L’intuizione di Bollettieri è semplice ma radicale: ogni singola cellula, tangibile e intangibile, che forma un essere umano, deve diventare una cellula tennistica. I ragazzi alla Bollettieri Academy studiano per il tennis, mangiano per il tennis, dormono per il tennis e la notte sognano il tennis. I ragazzi sono prima tennisti, poi esseri umani.

È il primo a capire l’importanza della dimensione mentale dello sport. I suoi ragazzi vengono formati in campo, ma anche fuori. Sono gli anni di libri seminali come ‘Il gioco interiore del tennis’, anni in cui si intuisce la violenza repressa alla base di questo sport, e quindi si capisce l’importanza di controllare e gestire la mente. Alla Bollettieri Academy si fanno corsi di resistenza mentale, visualizzazione, pensiero positivo. Il livello di professionalizzazione di uno sportivo, anche solo di un aspirante tale, tende a uno standard di perfezionamento all’epoca impensabile. Bollettieri ha la disciplina del militare e l’apertura mentale del filosofo. Vuole crescere tennisti duri come la pietra, pronti alla guerra.

Grandissimi nomi

Un contesto simile, come è immaginabile, tende ad attirare genitori che vogliono sacrificare i loro figli al Dio del tennis come gli spartani al Dio della guerra. In Florida dal guru Bollettieri arrivano Monica Seles, Jim Courier, Andre Agassi e, ovviamente, le sorelle Williams, che il padre Richard ha condotto lì per mano dopo averle formate personalmente sui duri campi in cemento del ghetto. Arrivano Jennifer Capriati e Mary Pierce, Marcelo Rios e Pete Sampras. Più tardi arriveranno Tommy Haas, Jelena Jankovic e Maria Sharapova. Se si sogna per il proprio figlio un futuro da campione di tennis, le possibilità di successo sono basse, ma se si studia da Bollettieri sono decisamente più alte. La grande rinascita del tennis americano negli anni 90, con un’egemonia totale fra circuito maschile e femminile, germoglia sui campi della Bollettieri Academy. Lì crescono 12 numeri uno del mondo. La Bollettieri Academy tra gli anni 80 e 90 è l’epicentro culturale del tennis. Scrollandosi di dosso la naftalina europea, il tennis nell’immaginario prende la forma della sua accademia: sole abbacinante, caldo, magliette di sponsor tecnici, palme intorno a campi in cemento all’aperto. La superficie che in quegli anni diventerà lo standard, la democrazia perfetta tra la terra rossa e l’erba. È un immaginario descritto anche da David Foster Wallace, che tra saggi e romanzi descrive l’ascesa del power tennis come pura espressione della brutalità del capitalismo americano. I tennisti come grandi predatori che vivono in assoluto isolamento dal mondo. Il tennis è in un momento di grandi rivoluzioni: gli ovali delle racchette si ingrandiscono, i materiali diventano più leggeri e resistenti; i campi in cemento diventano lo standard. Bollettieri è il primo a capire che direzione dovrà prendere il gioco attorno a queste nuove condizioni, e ne modella lo stile: abbandona la dicotomia fra giocatori offensivi – serve&volley – e difensivi – che remano da fondo. I tennisti della Bollettieri Academy giocano un tennis aggressivo, ma lo fanno con i piedi sulla riga di fondo: attaccano da entrambi i lati, col rovescio spesso a due mani, e disegnano il campo con traccianti geometrici. Andre Agassi arriva in Florida con la velleitaria pretesa di essere un giocatore servizio e volée. Bollettieri lo inchioda a fondo campo, gli fa attaccare la seconda mano sul rovescio e gli insegna uno stile di gioco anfetaminico all’epoca rivoluzionario.

Padre del gioco moderno

Se forse Agassi non è stato il primo prototipo di attaccante da fondo, è stato senz’altro il più riuscito fino a quel momento. Nonostante le varie fasi di ribellione, le parrucche e gli orecchini, è stata forse la creatura più riuscita di Bollettieri. Non è tanto la potenza che insegna, ma l’anticipo sulla pallina, che va colpita sempre nella sua fase ascendente, sfruttando la fisica del colpo dell’avversario. La forma del tennis moderno prende quella delle idee di Bollettieri. Mentre il tennis americano miete successi, nasce il suo mito, che è un mito americano. Bollettieri non ha nessun background tennistico di prestigio o successo, ma pur venendo dal nulla è diventato in breve tempo il miglior maestro di tennis al mondo. Nel 2014 un’ora di tennis con lui, se eravate abbastanza ammanicati da trovare posto, poteva costare 900 dollari. Era un uomo duro, sicuro di sé, sempre assertivo. Aveva una vita sentimentale impetuosa, 7 figli da 8 mogli. Praticava il tai chi e mangiava barrette Snickers. Come i grandi maestri di tennis, aveva la battuta pronta, gli occhiali da sole sempre infilati, la pelle color cuoio e le zampe di gallina attorno agli occhi. Si dice di lui, come di tutti i grandi miti americani, che viveva in ufficio o sui campi, che non c’era alcun pensiero e azione che non fossero colonizzate dal lavoro. Ore e ore e ore passate a perfezionare il proprio metodo. Un metodo in cui non è difficile intuire il suo passato militare. In un profilo di ‘Sports Illustrated’ degli anni 80 si legge: «Urla ai ragazzi, li insulta. E loro lavorano più duro».

Quando Bollettieri e il suo plotone arrivano ai tornei, i ragazzi li guardano come se i marines fossero appena sbarcati. Sono il prodotto del più duro metodo d’allenamento. Anche negli ultimi anni continuava a inseguire progetti e a passeggiare per gli oltre cinquanta campi della sua Accademia, nel frattempo diventata un impero. Sul suo esempio sono nati e cresciuti altri allenatori, che hanno fondato altri centri d’allenamento seguendo altri metodi. I Big-3, cresciuti tutti lontani da Bollettieri, hanno riportato il tennis in Europa. Da anni Bollettieri e la Florida non sono più il centro del tennis mondiale, o almeno non l’unico, eppure tutti guardano ancora a lui, quando si deve partire per tracciare una genealogia del tennis che guardiamo oggi.

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