Tennis
10.07.2019 - 06:200

Il tennis in immagini

Incontro con Serena Bergomi, che vinse tre titoli svizzeri junior. ‘L’emozione di papà, la tuta XL e Michael Lammer’.

«Oggi le ragazze sono sicuramente più scafate. A confronto io ero veramente una ‘tonta’: prima di chiamare una pallina out, buonanotte!». Sarà stata anche un’ingenua – parole sue, condite dell’allegria che la contraddistingue –, però Serena Bergomi ha iscritto il suo nome tre volte nell’albo d’oro dei Campionati svizzeri junior di tennis. «E dire che ero secca come un chiodo; mentre fisicamente ora le giovani sono tutte molto più prestanti».

I capelli fucsia

Sono trascorsi vent’anni dal suo primo titolo nazionale – era l’edizione estiva del 1999 nella categoria U14; seguirono quelli invernale ed estivo nel 2000 tra le U16 –, e di quel momento rimane una fotografia «in cui me ne sto con i capelli sparati in aria, infagottata nella tenuta di Swiss Tennis enorme per me e francamente brutta, sembrava un sacco. Però avevo potuto scattare la foto insieme a Michael Lammer», vincitore nella categoria maschile «di cui ero innamorata persa – aggiunge con una risata –: quindi puoi capire la mia gioia».

Ma soprattutto – e qui la voce si fa dolce – ricorda il primo successo «per l’emozione di papà. La mamma mi seguiva sempre da vicino; lui, invece, non poteva farlo sempre a causa degli impegni di lavoro. Sentiva le partite in modo particolare e non riusciva a tenersi l’apprensione dentro. Ogni volta che lo vedevo sbracciarsi a bordo campo, lo mandavo via. Al contrario, mamma rimaneva impassibile ed era ciò di cui avevo bisogno, poiché il casino lo facevo già io».

Dei giovani che a Giubiasco disputano i primi turni del tabellone principale categoria U14, può intuire le sensazioni; che oggi racconta, con occhio ‘clinico’ e immutata passione, anche attraverso il suo lavoro di giornalista sportiva. «Gli Svizzeri erano sempre una settimana bella intensa». Tra gli episodi che tornano nei racconti di famiglia, «quella volta in cui mi presentai a un’edizione invernale con i capelli fucsia: me li ero tinti durante un torneo internazionale che precedeva i Campionati nazionali e ricordo ancora lo sconcerto di mia mamma».

Con due genitori appassionati di tennis, «in particolare mamma, sono cresciuta praticamente sui campi di Morbio, dove ho iniziato a giocare a 4 anni. Non ho però mai sentito la spinta o l’obbligo di dovermi allenare o di raggiungere chissà quale obiettivo. Mamma per me è sempre stata una spalla, una stampella. Se le chiedevo un consiglio, me lo dava; altrimenti faceva la mamma, non l’allenatrice. In generale non so se sui giovani gravi più pressione rispetto a un tempo. Certo che situazioni in cui i ragazzi sono spinti, soprattutto dai genitori, se ne vedono. Malauguratamente, perché è sbagliatissimo».

‘Ai giovani auguro la sola cosa importante: divertirsi’

Ancora oggi avversaria che poche vorrebbero incontrare (è R1 nel ranking Swiss Tennis, nell’aggiornamento precedente era N4), del tennis ama il fatto che «devo lottare con me. D’accordo, in campo si va per provare a battere l’avversaria; però spesso e volentieri la battaglia più grande ce l’hai con te stesso». Ha fatto competizione «seriamente» fino ai vent’anni, poi lo strappo dell’adduttore destro prima e sinistro subito dopo, la costrinsero a sei mesi di stop. «A quel momento ho fatto una riflessione. Stavo frequentando il Liceo, iniziato dopo che mi ero presa una pausa dagli studi al termine delle Medie. Andavo a scuola a Como e mi allenavo a Saronno e avevo giornate piuttosto impegnative. Quante volte ho mangiato in auto e sono rientrata tardissimo a casa. Sentivo che non riuscivo a fare bene né nello studio, né nello sport e mi giravano le scatole. Ho scelto di privilegiare la formazione e a conti fatti, direi che non mi è andata male». Prima di ridurre le competizioni, aveva comunque messo un piede nel circuito mondiale, arrivando attorno all’850a posizione della classifica Wta. Non un granché, sembra voler dire con una smorfia e un sorriso; ciò che non ci trova d’accordo.

Ripone l’attrezzatura con cui ha girato le immagini per il servizio che metterà in onda la sera e indica le ragazzine sul campo 1. «Nei tornei incontro ormai quasi solamente ‘bambine’ come loro. Purtroppo vinco ancora io», scoppia a ridere. Purtroppo? «Sì, per loro. Vuol dire che, sebbene sia un po’ vecchiotta, qualcosa di buono ho fatto». Nelle giovani rivede tutte le medesime problematiche che aveva alla loro età. «Dopo tanti e tanti anni a non capirne il meccanismo, la consapevolezza è ahimè arrivata quando era già troppo tardi», dice divertita. Alle ragazze di oggi «auguro l’unica cosa importante: divertirsi. In campo si deve davvero stare bene, l’energia non deve mai essere negativa altrimenti vivi male. Anche perché oltre al tennis c’è molto altro».

In quanto al tipo di gioco, con il tempo – spiega – ha dovuto ingegnarsi. «Tieni conto che da almeno dieci anni non ho il rovescio». Eh? «Mi ha mollata, quindi devo arrangiarmi in un altro modo. Vediamo, spero di dirlo bene: a me interessa andare in campo e fare ammattire; poco importa se gioco benissimo o no. Provo gusto a mettere in difficoltà. Posso piazzare dei ‘campanili’ e poi attaccare, senza per forza schemi precisi, ma so anche essere paziente. Però – specifica, quasi fosse un punto d’onore – ‘pallettare’ mai, proprio non mi piace. Al contrario dell’andare a rete: adoro andare a rete! Per questo mi piace tantissimo il doppio, mi diverte un mondo». Doppista di altissimo livello, in una delle sue ‘tante’ carriere, è stata anche la giocatrice (uomini compresi) che Serena bergomi più ha amato in assoluto: Martina Hingis. La quale, vedi il caso, vinse il titolo svizzero U14 proprio a Morbio. «Da piccola comperavo i completini come i suoi. Al di là delle sue vicissitudini personali, era il talento fatto persona, forse anche più di Roger Federer. Aveva una facilità inaudita. Per me un’altra così, non nascerà più».

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