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STORIE MONDIALI
16.08.2022 - 05:30

La Fifa fra guerre e ricchi contratti

Le qualificazioni ai Mondiali del 1970 furono la miccia che innescò un conflitto da seimila morti fra El Salvador e Honduras

la-fifa-fra-guerre-e-ricchi-contratti

Alla fine degli anni 60 il gioco del calcio aveva ormai assunto una tale importanza nella società da riuscire a scatenare una guerra. Sul cammino verso i primi Mondiali del Messico, un sorteggio decise che le due semifinali Concacaf sarebbero state Usa contro Haiti e Honduras contro El Salvador. La tensione fra questi ultimi due Paesi, da sempre nemici giurati per via di certe dispute territoriali, nella primavera del ’69 aveva subito una clamorosa escalation. I campesinos honduregni, affamati, minacciavano una rivoluzione se non avessero ricevuto dallo Stato un po’ di terra. Una riforma agraria era però impensabile, dal momento che il governo aveva dato in concessione ogni superficie ai colossi statunitensi della frutta. E così, non potendo scontentare gli yankee, il generale Lopez Arellano pensò bene di affidare ai peones le terre confiscate ai salvadoregni, che le avevano colonizzate qualche anno prima in base a un accordo fra Tegucigalpa e San Salvador. Si scelse dunque di punire ed espellere il nemico più debole, ben coscienti che in quel contesto sarebbe bastata una minuscola scintilla per trasferire la contesa dal piano diplomatico a quello bellico.

Data la situazione, la Fifa avrebbe dovuto impedire che l’urna mettesse di fronte El Salvador e Honduras: sarebbe stato sufficiente il classico sorteggio pilotato, arte in cui il governo del calcio mondiale aveva più volte dato prova di eccellere. In quel caso però, colpevolmente sottovalutando il pericolo, a Zurigo vollero invece fare le cose in modo pulito, e il fato provvide ad accoppiare proprio i due Paesi ai ferri corti. È dunque in uno scenario di guerra a orologeria che, l’8 giugno a Tegucigalpa, si giocò l’andata delle semifinali. La nazionale salvadoregna fu accolta malissimo, il suo albergo la notte prima del match fu preso d’assalto, e al pullman che accompagnava i giocatori allo stadio furono tagliate le gomme. A vincere fu l’Honduras padrone di casa, grazie a un gol giunto a due minuti dal termine. A San Salvador, la figlia diciottenne del generale Bolaños, presa dallo sconforto, si uccise sparandosi al cuore. Ebbe funerali di Stato, fu canonizzata, e il Paese intero giurò che la sua morte sarebbe stata vendicata.
Una settimana più tardi, furono gli honduregni a subire un trattamento speciale in occasione della gara di ritorno. Il loro hotel fu incendiato e i giocatori passarono la notte sul tetto, in attesa di soccorsi che non giunsero mai. Un accompagnatore della delegazione – che aveva origini salvadoregne e fu quindi ritenuto traditore della patria – fu ucciso a sassate sul piazzale dell’albergo. I calciatori dell’Honduras raggiunsero lo stadio nascosti dentro i carri armati, mentre sugli spalti persero la vita due dei loro tifosi. I salvadoregni vinsero 3-0, e si rese necessario uno spareggio in campo neutro. Le due fazioni riuscirono così a mettere sottosopra anche Città del Messico, dove cinquemila agenti di polizia non poterono evitare che le tifoserie venissero a contatto, dentro e fuori dallo stadio Azteca. Sul campo, l’Honduras venne battuto 3-2 ai supplementari e in patria la delusione fu così profonda che i pochi salvadoregni ancora presenti nel Paese vennero linciati. Poche ore dopo, inevitabilmente, scoppiò un conflitto che in soli cinque giorni fece la bellezza di seimila morti e che passò alla storia come la Guerra del Fùtbol, nome coniato dal leggendario giornalista polacco Ryszard Kapuscinski.

Innovazioni

La Fifa non fece dunque ciò che era nelle sue facoltà, ma c’è da immaginare che nessuno – ai piani alti – se ne sia fatto un cruccio. Dopotutto, si saranno detti, non è certo la prima volta che nel Terzo mondo la gente si scanna attorno ai campi di pallone. Ed erano presto tornati alle loro priorità: ad esempio il perfezionamento dell’introduzione dei cartellini per ammonizioni ed espulsioni, prevista appunto nel corso dei Mondiali messicani in calendario la primavera successiva. I provvedimenti disciplinari in questione già esistevano, in realtà, ma dall’arbitro venivano comminati e comunicati ai reprobi soltanto verbalmente, e così spesso si creava confusione: qualcuno scopriva di essere stato ammonito soltanto leggendo i quotidiani del giorno seguente. Malintesi che nelle gare internazionali, dove gli attori in campo parlano lingue diverse, aumentavano esponenzialmente. I cartellini, innegabilmente forieri di maggior chiarezza, erano una novità di cui Sir Stanley Rous, presidente della Fifa, andava assai fiero, essendo stato anch’egli arbitro in gioventù e avendo vissuto in prima persona le difficoltà della direzione di gara. Aveva soffiato aria in un fischietto per l’ultima volta durante la finale di FA Cup del 1934, quando ancora sulle maglie dei giocatori non c’erano i numeri, e dove dunque il rischio di errore era addirittura maggiore, poveraccio.

Ancor più rivoluzionaria fu l’introduzione delle sostituzioni: fino al 1970, infatti, era previsto che a terminare una partita fossero gli stessi giocatori che l’avevano iniziata. Se qualcuno si faceva male, lasciava i compagni in dieci. E se l’infortunio non era troppo grave, veniva invece lasciato in campo zoppicante e dolorante giusto per fare numero. Poter effettuare due cambi in corso d’opera, oltre a ristabilire l’equità numerica, forniva agli allenatori la possibilità di adottare correzioni tattiche che prima potevano soltanto sognare. Ma, proprio per questo, fu da subito innesco per polemiche infinite. In Italia, ad esempio, dopo oltre mezzo secolo ancora si parla della staffetta fra Mazzola e Rivera – sperimentata proprio ai Mondiali del ’70 – ma soprattutto del fatto che il milanista, nella finale persa contro il Brasile, fu mandato in campo soltanto per i sei minuti conclusivi, a risultato ormai ampiamente definito.

Palloni iconici

Le novità approntate nel 1970, ad ogni modo, non si limitavano ad accorgimenti tecnici da inserire nel regolamento del gioco: nella sede dell’Adidas, infatti, i vertici del calcio mondiale avevano firmato il contratto più importante che avessero mai siglato. Da quell’anno e per l’eternità, infatti, il marchio delle tre strisce avrebbe fornito – oltre ai costumi di scena di arbitri e guardalinee – anche il pallone ufficiale di tutte le grandi manifestazioni continentali e planetarie. La sfera di cuoio grezzo fu dunque griffata e dipinta di bianco e nero – come già a Euro ’68 – affinché si distinguesse bene anche in tv. La Coppa del mondo, grazie al satellite, era infatti ormai divenuto uno spettacolo – assai redditizio per chi gestiva la baracca – da gustare in diretta in ogni angolo del pianeta. E così, per favorire la fruizione serale ai telespettatori europei – che sborsavano più soldi di tutti – si cominciò a far giocare le partite a mezzogiorno, collocazione oraria non certo consigliata dai medici, tenuto conto delle temperature e dell’altura che contraddistinguono un Paese come il Messico. Gli accordi televisivi e i derivanti contratti con gli sponsor furono ciò che, di colpo, trasformarono un torneo di calcio e i suoi organizzatori – fin lì di livello poco più che amatoriale – in un colosso economico che, pur restando ufficialmente senza scopo di lucro, oggi muove più quattrini di parecchie famose multinazionali.

La prima sfera ufficiale – chiamata Telstar come il famoso satellite televisivo – divenne presto una leggenda grazie ai suoi pentagoni neri in mezzo agli esagoni bianchi. Fu il pallone che rese immortale un bomber di razza come il povero Gerd Müller e che contribuì alla costruzione del mito del Partido del Siglo, nome con cui passò alla storia la famosa semifinale fra Italia e Germania Ovest (4-3). Ma fu, soprattutto, la palla che regalò definitivamente la Coppa Rimet al Brasile e che, quattro anni dopo, tenne a battesimo il nuovo trofeo. Presente nella più famosa immagine di Pelé – che lo ritrae incornare di testa sovrastando l’italiano Burgnich che invano prova a contrastarlo – il Telstar rimane ancora oggi, insieme al Tango che ne prese il posto nel 1978, il pallone più iconico della storia del calcio. Con buona pace di tutti i palloncini giocattolo apparsi nell’ultimo quarto di secolo, dai nomi improponibili, vergognosamente carnascialeschi nelle livree e traditori per i poveri portieri.

Questa è la nona puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.

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