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02.08.2022 - 05:20

La Guerra fredda sui campi di pallone

Ai Mondiali cileni del 1962 si misero in luce tre futuri Palloni d’oro venuti dell’Est

I primissimi anni 60 furono probabilmente quelli in cui la dicotomia fra le superpotenze che si spartivano il mondo raggiunse picchi estremi. La competizione fra capitalismo occidentale e comunismo dell’Est si giocava a ogni livello: dalla corsa allo Spazio alle avanguardie artistiche, dalla proliferazione di armi atomiche alla rivalità fra premi Nobel, dal sostegno di fazioni opposte in ogni guerra e guerriglia alla supremazia nei medaglieri olimpici. E, dunque, pure sui campi di calcio. Clamoroso, nel 1960, fu ad esempio il rifiuto della Spagna franchista di recarsi in Russia per giocare l’andata dei quarti di finale degli Europei, regalando di fatto ai sovietici la qualificazione alla fase finale. I Mondiali disputati in Cile nella primavera del 1962 si inserivano in un calendario piuttosto caldo. Poco prima, infatti, c’erano state l’invasione della Baia dei Porci e la costruzione del Muro di Berlino, mentre subito dopo Krushev avrebbe disseminato Cuba di testate nucleari. Il Cile, che in quegli anni stava sperimentando una formula di governo di vedute larghissime – la destra dura, i democristiani e il Fronte di azione popolare di Allende – pareva l’ideale terreno neutrale per ospitare una delle molte emanazioni sportive della Guerra fredda.

A sfidare i già citati iberici e i Paesi sudamericani che facevano le prove generali delle future sanguinarie dittature fasciste – ma anche Italia e Germania Ovest portacolori della Nato – sbarcò a Santiago un contingente comunista da record, composto da ben cinque nazionali: Jugoslavia, Bulgaria, Ungheria, Cecoslovacchia e mamma Urss. Chi si aspettava un terzo conflitto mondiale giocato sui campi di calcio restò però deluso: le squadre di ascendenza bolscevica, infatti, erano assai più interessate a stabilire gerarchie d’oltrecortina che a sconfiggere nemici lontani.

Il giogo di Mosca stringeva sempre più: gli slavi di Tito si erano già chiamati fuori, i magiari ci avevano provato loro malgrado e i cecoslovacchi si stavano organizzando. Prima di tutto, si pensava dunque a prevalere sulla tirannica genitrice. Alla Jugoslavia, garantito, sarà più dispiaciuto perdere all’esordio contro l’Urss che non dal Cile nella finale per il bronzo. E ai cecoslovacchi sarà piaciuto di più battere magiari e plavi che non i fascisti spagnoli. E certo tutti avranno brindato all’eliminazione dei sovietici per mano degli andini padroni di casa.

Una grande scuola

Il calcio dell’Est, che fra le due guerre grazie a ungheresi e cecoslovacchi aveva fatto scuola, pareva non aver perso troppo smalto dopo l’avvento del comunismo e delle sue intrinseche restrizioni. Purtroppo però continuava a mancare il titolo mondiale. Erano giunte moltissime medaglie olimpiche – i podi da un decennio erano cartello comunista – ma va detto che il torneo calcistico a cinque cerchi aveva smarrito il suo prestigio originale. I Paesi occidentali, infatti, in ossequio alle disposizioni del Cio non vi mandavano i professionisti, mentre sovietici e affiliati schieravano i pezzi migliori, che erano formalmente dilettanti. Vincere finalmente una Coppa Rimet avrebbe messo a tacere illazioni e speculazioni.

Tolta la Bulgaria, le altre cugine dell’Est avrebbero tutte avuto legittime chance di vittoria. Urss, Jugoslavia e Cecoslovacchia – sul podio europeo 1960 – avevano ottime credenziali. Idem i magiari, capaci di ricostruire una buona squadra dopo la fine della Grande Ungheria che, non solo per limiti di età, era andata dissolvendosi. E infatti, tranne i bulgari, tutte approdarono ai quarti di finale, dove però qualcuno ci lasciò le penne. I magiari, in una specie di derby, si arresero alla Cecoslovacchia, mentre l’Urss fu fatta fuori in modo poco pulito dal Cile, già aiutato contro l’Italia nella prima fase.

Utile al regime

Il torneo perdeva così due grandi protagonisti: il russo Lev Yashin, che era il miglior portiere al mondo, e l’attaccante ungherese Florian Albert, ventunenne autore di 4 reti nelle 3 gare da lui disputate in Cile. Yashin non ha bisogno di presentazioni: gavetta in fabbrica, amante di ogni sport, viene chiamato alla Dinamo Mosca nel 1954 per sostituire l’infortunato Chomic. Risponde presente e molla bastone, pattini, pinza e deviatore: fin lì si è infatti diviso fra calcio e hockey, disciplina in cui l’anno prima, ovviamente in porta, ha vinto la Coppa nazionale. Non tornerà mai più sul ghiaccio, perché nel football è così bravo da rubare il posto al titolare e conservarlo per 17 anni. Dopo l’eliminazione nella gara contro il Cile – giocata con un occhio bendato per un colpo non sanzionato – è così deluso da annunciare il suo ritiro. I compagni per fortuna lo convincono a ripensarci e l’anno seguente – il 1963 – vince il Pallone d’Oro, primo e unico portiere della storia a riuscirci. Quel premio gli fece tributare onori da eroe, e per molti anni Yashin fu considerato strumento di propaganda sovietica al pari degli astronauti Gagarin e Tereshkova.

Un triste Carnevale

A vincere il Pallone d’oro nell’anno del Mondiale cileno fu invece Josef Masopust, paradigma di quelli che decenni dopo sarebbero stati definiti centrocampisti box to box, capaci di fare bene ogni cosa da un’area all’altra. Uomo-simbolo del Dukla Praga, Masopust trascinò la Cecoslovacchia fino in finale, poi persa contro il Brasile. Non fosse stato il solo fuoriclasse in squadra, il Mondiale ’62 avrebbe potuto anche vincerlo, dato che il Brasile era privo di Pelé, azzoppato nella fase a gironi dagli stessi cecoslovacchi. Masopust ebbe comunque l’onore di segnare il primo gol della finale, prima che i sudamericani replicassero tre volte e conquistassero il loro secondo titolo iridato. A dispetto del cognome, che significa Carnevale, Masopust veniva descritto come un uomo triste. Dipendeva forse dal fatto che si trovasse a vivere nel Paese sbagliato. Zavorrato dalla parte sfortunata della Cortina di ferro, non gli fu consentito migrare e arricchirsi fino all’età del pannolone. Dovette dunque accontentarsi del Pallone d’oro, che ricevette prima di Dukla Praga-Benfica di Coppacampioni. Si fece fotografare con Eusebio, infilò il trofeo in borsa e se ne tornò a casa in tram. Gli rilasciarono il passaporto quando aveva ormai 38 anni e gli unici a volerlo ingaggiare furono quelli del Molenbeek, nella serie B belga.

Scelte politiche

Infine torniamo a Florian Albert, che il Pallone d’oro lo vinse qualche anno dopo – nel 1967 – e che ancora oggi è il meno conosciuto fra i premiati. Il magiaro era così poco glamour che quando morì, 11 anni fa, alcuni giornali anche importanti nemmeno dettero la notizia. Del resto, quanti l’avevano visto davvero giocare dal vivo? Nel 1966, è vero, aveva raccolto applausi al Mondiale in Inghilterra, specie per il trionfo dei danubiani sul Brasile, anche stavolta orfano di Pelé. Si dice che a Goodison Park gli inglesi scandissero entusiasti "Albert! Albert!". Magari era l’unica parola che riuscivano a riconoscere e pronunciare di quell’idioma inventato sotto mescalina che è l’ungherese.

Era un’epoca di ferree divisioni continentali, viaggiare a Est non era facile, e filmati sul calcio comunista non ne giravano molti. Ci si affidava più che altro alle cifre, che nel caso di Albert erano considerevoli: era stato il miglior goleador della Coppacampioni (’66), della Coppa delle Fiere vinta nel ’67 e in tre occasioni del campionato magiaro in maglia Ferencvaros. E siccome era prassi che ogni tanto il Pallone d’oro dovesse finire oltrecortina, i parigini – con buona pace di Jimmy Johnstone, campione d’Europa col Celtic – lo assegnarono a quel centravanti venuto dalla puszta e abile nel dribbling, che eseguiva con eleganza insospettabile in un gigante di 186 cm. Suona però strano che l’unico Ballon d’or della storia ungherese sia finito nella bacheca di Albert e non in quella di Puskas, il miglior calciatore mai nato a oriente di Vienna. E, probabilmente, più di Albert lo avrebbe meritato anche gente come Kocsis, Bozsik e Hidegkuti, che pochi anni prima avevano reso l’Ungheria la squadra più forte del mondo. Tutti loro, però, dalla patria erano fuggiti dopo l’azione di forza messa in atto a Budapest nel ’56 dall’Urss: quelli di France Football temevano forse, premiando i disertori, di offendere insieme russi e magiari.

Questa è la settima puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.

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