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05.07.2022 - 05:30
Aggiornamento: 17:10

Breve la vita felice di Cartavelina e Trello

Nel 1938 la Svizzera tolse a Hitler il sogno di vincere la Coppa del mondo disputata in Francia

Se ai giorni nostri qualcuno venisse a dirci che fra le squadre partecipanti al Mondiale di calcio figurano Cuba e Indie Orientali Olandesi, minimo gli consiglieremmo di bere meno. Nel 1938, invece, saremmo stati costretti a credergli. E senza fare una piega avremmo pure accettato l’idea dell’assenza – per quanto regolarmente qualificata – dell’Austria. Benché fosse in cartellone per gli Ottavi di finale – la formula prevedeva infatti solo scontri diretti già dall’inizio – la sfida fra Austria e Svezia dunque non andò mai in scena. Colpa dell’Anschluss: un paio di mesi prima dell’inizio della Coppa del mondo, l’Austria era divenuta parte della Germania e il famoso Wunderteam guidato in panchina dal guru Hugo Meisl era stato cancellato senza che a nessuno venisse in mente di girare il suo lasciapassare mondiale a un’altra nazionale. Meglio per gli scandinavi, che senza giocare approdarono ai Quarti, dove rifilarono ai cubani la bellezza di otto schiaffoni.

Per superare il primo turno dovette invece faticare parecchio la Svizzera, costretta a disputare la sua prima gara ben due volte, come usava allora se il primo match terminava in parità dopo i supplementari. 1-1 e 4-2 i risultati con cui i rossocrociati buttarono fuori proprio la Germania nazista, che all’epoca nel football contava poco, ma che – appunto dopo l’Anschluss – si era assicurata i servigi dei più forti calciatori austriaci, i quali erano fra i migliori del continente avendo fondato, con cecoslovacchi e magiari, la celebre scuola danubiana. Hitler del resto sapeva bene che il consenso poteva essere cementato anche attraverso lo sport e, dopo le scenografiche Olimpiadi berlinesi del 1936, si era messo in testa di regalare ai tedeschi il titolo iridato nel calcio, proprio come aveva fatto pochi anni prima il suo alleato e modello Benito Mussolini. Sta di fatto che, per la gara d’apertura del Mondiale francese del 1938, sono ben 5 i giocatori austriaci a scendere in campo con la maglia tedesca ad affrontare la Svizzera.

Il rifiuto di Sindelar

Manca però il migliore di tutti, cioè la mezzapunta Matthias Sindelar, il più forte giocatore mai espresso dal calcio austriaco, che insieme a pochi altri si è rifiutato di vestire la casacca del Reich. Detesta visceralmente i nazisti, che hanno smantellato la sua squadra – l’Austria Vienna – perché imbottita di giocatori e dirigenti ebrei. E non fa nulla per nascondere quella sua avversione: l’ultima partita della nazionale austriaca prima della sua definitiva affiliazione alla Germania fu un’amichevole di gala voluta dal Führer – proprio contro i tedeschi – che sarebbe dovuta terminare 0-0. Ma Cartavelina Sindelar non volle piegarsi, segnò una delle due reti con cui gli austriaci si imposero, si mise a danzare beffardo sotto il palco delle autorità e, a fine gara, rifiutò di onorare col saluto nazista i gerarchi presenti in tribuna. Un’insolenza che Hitler avrebbe perdonato soltanto se, un paio di mesi più tardi, Sindelar avesse condotto la selezione del Reich alla vittoria del Mondiale in Francia. Ma il campione austriaco non accettò mai di scendere in campo per il Führer e da quel momento la sua vita divenne un calvario, gli fu proibito di giocare a qualsiasi livello e la Gestapo prese a vessarlo.

Le imprese di Trello

Ai rossocrociati, come detto, tocca l’onore di aprire il torneo, il 4 giugno del ’38 davanti ai 27mila spettatori del Parco dei Principi, quasi tutti schierati dalla loro parte visto l’odio antico dei francesi per i crucchi. La stampa, ad ogni modo, agli elvetici lascia ben poche chance, prevedendo un facile successo teutonico. Eppure, gli uomini selezionati da Karl Rappan – detentore del brevetto del catenaccio – un paio di settimane prima hanno sconfitto 2-1 addirittura l’Inghilterra, e forse gli esperti dovrebbero andar più cauti nel buttar giù facili pronostici. Infatti finisce 1-1, con gol di Gauchel per i tedeschi e pareggio svizzero firmato da André Abegglen, già a segno nel trionfo contro quelli che, a quel tempo, ancora vengono chiamati i maestri inglesi. Del resto, il ventinovenne "Trello" il gol l’aveva nel Dna, e il pubblico francese lo sapeva bene: tre anni prima, con la maglia del Sochaux aveva vinto titolo nazionale e corona di goleador con 30 reti in 28 gare. E la stagione successiva, contro il Valenciennes, ne mise dentro sette in un colpo solo, tuttora un record per il campionato dell’Héxagone. Era una vera sagoma, il vecchio Trello: dopo un titolo svizzero conquistato col Grasshopper in tandem col fratello maggiore Max – stella della nazionale e fondatore in gioventù dello Xamax – passa dapprima all’Étoile Carouge e poi fa ritorno al Cantonal Neuchâtel, il club che lo aveva formato. Ma è ancora giovanissimo – ha solo vent’anni – e decide di assecondare la sua voglia d’avventura trasferendosi all’estero. La sua però non sarà una scelta banale: firma infatti per gli algerini del Saint-Eugène. Per fortuna a rinsavire ci mette poco e dopo una sola stagione in Africa torna a vestire la casacca delle Cavallette con cui, sempre in coppia con Max, vince subito un altro campionato. Nella città del Dadaismo resterà fino al 1934, quando – dopo aver segnato il suo primo gol mondiale nel successo 3-2 contro l’Olanda a Milano – torna a varcare la frontiera per accasarsi al Sochaux. Alla squadra della Peugeot regalerà una Coppa di Francia e gli unici due titoli nazionali della sua storia, l’ultimo dei quali appunto nella primavera del 1938, poco prima dell’inizio della terza edizione della Coppa del Mondo. La ripetizione del match contro i tedeschi va in scena cinque giorni dopo la prima sfida e le cose per la Svizzera si mettono subito male: dopo venti minuti è già sotto 2-0. Per fortuna i rossocrociati riescono ad accorciare poco prima dell’intervallo: il momento migliore per segnare, se sei costretto a rimontare. L’agognato pareggio giungerà al 64’ grazie a Bickel, mentre a mandare a casa il supposto squadrone nazista ci penserà ovviamente Trello Abegglen, con un paio di acuti al 75’ e al 78’. I francesi, se potessero, gli farebbero un monumento. Fa niente se poi i rossocrociati dovettero arrendersi nei Quarti all’Ungheria futura finalista, il calcio nelle terga rifilato a Hitler era ormai entrato nella storia. Purtroppo soltanto in quella sportiva: sullo scacchiere internazionale, infatti, il Führer doveva ancora dare il peggio di sé.

Destino condiviso

Si dice che oltre 40mila persone abbiano partecipato a Vienna ai funerali di Matthias Sindelar, pochi mesi dopo la Coppa del Mondo giocata in Francia. Il fuoriclasse austriaco fu trovato morto, in casa, insieme alla sua compagna, che era italiana ed ebrea. La versione ufficiale parlò di una fuga di gas, ma furono ben pochi a crederci. Cartavelina non aveva ancora compiuto 36 anni. La stessa età che aveva André Abegglen quando il destino decise che fosse giunta la sua ora: Trello morì nel novembre del 1944, dopo aver giocato, vinto e segnato sciami di gol pure con le maglie di Servette e Chaux-de-Fonds. C’era stato un incidente ferroviario a Schüpfheim, un giorno che i neocastellani rientravano da una trasferta a Lugano. I morti furono sei, fra i quali il medico sociale del club. Fra i numerosi contusi c’era pure Trello, che non pareva troppo grave. Ma dopo un anno una setticemia – strascico di quelle ferite – mise fine alla sua vita.

Questa è la terza puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.

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