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QATAR 2022
28.11.2022 - 15:27
Aggiornamento: 15:53

I 90’ più laceranti della storia del calcio iraniano

La sfida con gli Stati Uniti, nemici giurati del regime degli ayatollah, vale l’accesso agli ottavi, sullo sfondo delle proteste che insanguinano Teheran

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Ventiquattro anni fa, quella che in molti avevano definito la "partita del secolo", di fatto uno dei primissimi contatti, per quanto in ambito sportivo, tra due nazioni nemiche dai tempi della presa di ostaggi nell’ambasciata di Teheran, si era conclusa con una fotografia d’assieme, una rosa bianca portata in campo da ogni giocatore iraniano e un protocollo stravolto, con gli statunitensi a stringere la mano degli avversari prima dell’inizio. Al termine, la vittoria era andata all’Iran grazie alle reti di Estili e Mahdavikia, contro l’unica di McBride messa a segno dagli statunitensi. Una sfida, peraltro arbitrata dallo svizzero Urs Meier, che si temeva potesse degenerare in chissà quali scontri, fuori ma anche dentro il rettangolo verde e che invece scivolò via senza grandi problemi, anzi addirittura con qualche immagine di fraternizzazione sugli spalti. Una vittoria, quella della compagine persiana, che servì alla propaganda dell’ayatollah Ruhollah Khomeini per rinsaldare lo spirito antiamericano, ma non alla selezione nazionale per accedere agli ottavi di finale, traguardo raggiunto da Germania e Jugoslavia (di fatto ridotta a Serbia e Montenegro, visto che proprio il 1998 segnò l’avvento sul palcoscenico internazionale della Croazia, giunta fino in semifinale).

Martedì, Stati Uniti e Iran si ritroveranno di fronte per una sfida decisiva: chi vince, accede agli ottavi di finale, con un pareggio passano persiani (a meno di vittoria gallese nel derby britannico). E se non bastassero le implicazioni sportive, a rendere incandescente la sfida ci sarà un clima politico molto più teso rispetto a quello di 24 anni fa. Dopo un parziale processo di distensione durante l’amministrazione Obama, con l’avvento al potere di Trump le relazioni tra le due nazioni sono tornate a essere molto tese. Uno scontro, per fortuna solo verbale, tra due governi che proprio non riescono a comunicare tra di loro, come conferma la recente iniziativa da parte di Washington di togliere il simbolo della repubblica islamica dalla bandiera iraniana nelle pubblicazioni online riguardanti i Mondiali, con relativa indignazione del regime di Teheran, accompagnata da minacce di cause legali e dalla richiesta alla Fifa di estromettere gli Usa dalla Coppa del mondo (sulla base dell’articolo 13 del regolamento). Ma tesa, la situazione, lo è anche all’interno dell’Iran, con le proteste nei confronti del governo, iniziate dopo l’uccisione di Mahsa Amini, fermata e picchiata dalla Buoncostume di Teheran per non aver indossato correttamente il velo. Una tragedia che ha scatenato un’inattesa ondata di proteste contro il governo e che da metà settembre ha fatto 440 morti tra i manifestanti (oltre 18’000 arresti), 56 tra le forze del regime, ha portato in galera 63 giornalisti e ha coinvolto 156 città. Una situazione estremamente tesa che non poteva lasciare indifferenti i giocatori del cosiddetto Team Melli. I quali, prima della sfida inaugurale contro l’Inghilterra hanno deciso di non cantare l’inno nazionale in segno di solidarietà con i manifestanti, per poi tornare sui loro passi in occasione della partita contro il Galles, cantando sì, ma a denti (molto) stretti. Per Sardar Azmoun e compagni, è facile capirlo, quella di martedì sarà una sfida lacerante, molto di più rispetto a quella vissuta in Francia dai loro predecessori: da un lato un avversario che da quasi mezzo secolo il regime di Teheran dipinge come nemico dell’Iran e dell’islam, dall’altro il desiderio di non favorire nuovamente la propaganda del regime e in ogni caso di vedere tornare la pace (e magari qualche libertà in più) nelle strade delle città iraniane. Nel bel mezzo di questo dilemma, c’è la speranza di scrivere una pagina gloriosa del calcio iraniano, con la prima qualifica agli ottavi di finale di una storia mondiale iniziata proprio nel 1978 in Argentina, nei mesi cruciali della rivoluzione islamica che cacciò lo scià Reza Pahlavi, e che in Qatar sta vivendo il suo sesto capitolo.

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