Rivelazione della stagione, il ticinese sogna il posto ai Mondiali dopo il titolo con il Friborgo. ‘Rönnberg ce l'ha detto subito, che avremmo vinto noi’

Domani a Ängelholm, nella contea della Scania, il lembo di terra più a sud della Svezia, parte lo sprint finale della Nazionale di Jan Cadieux, a otto giorni dal via dei Mondiali di Zurigo e Friborgo. Tre impegni in quattro giorni ai Beijer Games, l’ultima tappa stagionale dell’Euro Hockey Tour, contro Finlandia, Svezia e Cechia, nell’ordine, per affinare le strategie ma pure per dare un volto definitivo alla selezione che, la sera del 15 maggio, alla Swiss Life Arena, terrà a battesimo gli Stati Uniti in quella che sarà la rivincita della finale di Stoccolma dell’anno prima.
Naturalmente, in quel gruppo spera di riuscire a entrare anche Attilio Biasca, ventitreenne talentuoso attaccante strappato un anno fa dal Friborgo allo Zugo, e che, grazie ai suoi 18 gol in 59 partite, nel frattempo è assurto a grande protagonista dei questa stagione. «Essere qui, per me è un privilegio», dice il figlio di quel Nicola Biasca, chirurgo ortopedico di talento, ticinese ‘doc’, che oltre a far parte dello staff medico biancoblù, la maglia dell’Ambrì l’aveva anche indossata in gioventù. «Avere dei sogni è indubbiamente importante. Anzi, direi semplicemente che è necessario, ma ciò che conta soprattutto è cosa fai per fare in modo che quei sogni diventino realtà».
Attilio Biasca è un ragazzo molto sveglio e si è subito fatto notare per la sua attitudine. Specialmente fuori dal ghiaccio, per la sua grande concentrazione e le molte domande che poneva in continuazione. «Sono una persona molto curiosa, specialmente quando mi accorgo che di fronte a me c’è qualcuno che sa di ciò che parla. Adoro lo sport, e voglio riuscire a ottenere il meglio in qualunque situazione, anche nei minimi dettagli. Perché in futuro, quando ripenserò alla mia carriera, non vorrò dovermi dire che "avrei dovuto lavorare più duramente su questo o quell’aspetto o che avrei dovuto fare una determinata cosa in maniera diversa”».
È anche per questo che, dalla scorsa estate, Attilio lavora con uno psicologo dello sport, per fare in modo di restare sempre focalizzato sul presente. «Più apprezzi il fatto di giocare a questi livelli, più tutto ti risulta facile – spiega –. Bisognerebbe fare come quando si è bambini, tuttavia non è un atteggiamento facile da riacquistare: fa parte di un processo. E quando sei nuovo dove ti trovi, vuoi metterti alla prova, così dai troppo peso a ciò che arriva dall’esterno e finisci col preoccuparti eccessivamente. In realtà, la pressione maggiore è quella che mi metto addosso io, da solo. E se riesco a gestirla bene, tutto diventa più facile. Non si gioca a hockey per i soldi, lo si fa semplicemente perché ci si vuole divertire. Perché me ne sono andato da Zugo? Avrei potuto restare, ma sarei sempre rimasto il ‘rookie’ cresciuto lì. Ecco perché me ne sono andato. Anche se non è stato un passo facile da compiere, infatti devo molto all’Evz».
Tuttavia, il trasferimento sulle rive della Sarine ha subito dato frutti, e Attilio Biasca è maturato in fretta al punto da triplicare il bottino di cinque reti che aveva totalizzato a Zugo nell’ultima regular season. Tanto che soli quattro giocatori di passaporto svizzero (cioè Rochette con 22 gol, Andrighetto con 17 e Fazzini e Hofmann con 16) hanno segnato più delle sue 15 reti. Una crescita indubbiamente facilitata dal fatto che Biasca è stato schierato per lo più in linea con Christoph Bertschy e Henrik Borgström, ma questo soltanto perché ha saputo guadagnarsi sin da subito la stima del proprio coach, lo svedese Roger Rönnberg. «È un tipo molto esigente e ha saputo portare una nuova cultura a Friborgo – dice –. Fuori dal ghiaccio è una persona davvero affabile: mai prima d’ora ero riuscito a parlare così liberamente, in privato, con un allenatore. E ciò rende molte cose più semplici. Da un lato, Rönnberg sa essere molto gentile, dall’altro trovo fantastico il suo modo di pensare. Subito il primo giorno ha detto che saremmo diventati campioni: sarà anche arroganza, ma lo è nel senso buono del termine. E questo ci ha dato fiducia».
Alla fine, quel titolo è arrivato sul serio. «Sono stati sicuramente i tre giorni più belli della mia vita – aggiunge –. Ho avuto la pelle d’oca per tutto il tempo. Vedere la gioia della gente e poterla condividerla è stato incredibile. Si vedeva come un’intera regione vivesse soltanto per quello».
Adesso, invece, c’è un intero Paese che aspetta soltanto che inizi il Mondiale, il primo in Svizzera dal 2009. Con tutto ciò che ne consegue: «Trovo positivo, il fatto che si parli apertamente di puntare al titolo, dopo due argenti di fila: c’è pressione, ma è una pressione positiva». In un gruppo in cui, finalmente, l’attaccante di chiare origini ticinesi può dividere lo spogliatoio con alcune delle stelle della National Hockey League. Come quel Roman Josi a cui, nel 2016, quand’era in Canada per prendere parte al tradizionale torneo Pee-Wee, al termine di una partita tra Montrel Canadiens e Nashville Predators chiese cortesemente di scattare un selfie. «Se ci ripenso, mi dico che è incredibile fin dove sono arrivato», conclude Biasca.