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Ambrì, il cielo sopra la Cava in un mondo che non c’è più

Con la scomparsa di Tino Celio se n’è andato un altro testimone di un’incredibile avventura nata solo per gioco. ‘Nessuno se lo sarebbe mai immaginato’

Bagno di folla alla finale di Coppa del 1962. ‘Ottomila forse era un po’ esagerato, ma c’era un sacco di gente’
(Keystone)
23 febbraio 2024
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Se n’è andato il 4 febbraio, Tino Celio. Lui che con i suoi 95 anni era il più vecchio testimone di un mondo che ormai non c’è più. Difensore col pallino dell’elettronica, tanto da conseguire il dottorato al Politecnico di Zurigo nel 1957, vent’anni prima – poco più che bambino – faceva parte di quel gruppo di ragazzotti che si mise i pattini ai piedi per gioco, scrivendo inconsapevolmente il primo capitolo di quella che sarebbe diventata una lunga e per certi versi incredibile storia. «Possiamo ben dirlo, erano tempi pionieristici quelli» racconta Cipriano Celio, che col fratello Guido vestì quella maglia indossata anni dopo pure dai figli Manuele e Daniele, i quali ancora allenano nel settore giovanile biancoblù. A dispetto del cognome, tuttavia, i legami familiari con Tino sono solo alla lontana («bisognerebbe, credo, tornare indietro di due o tre generazioni», aggiunge). «Da qualche parte dovrei avercele, alcune di quelle lettere scritte da Vico Rigassi, il cronista dell’epoca, a cui quei giovanotti si rivolsero per sapere cosa avrebbero dovuto fare per mettere in piedi una squadra».

Era la fine degli anni Trenta, l’Ambrì era solo un embrione e Cipriano Celio doveva ancora nascere: ci vorrà quindi un po’ di tempo prima che possa vedere la luce il ‘Cipi’ hockeista, che venti giorni fa ha celebrato il suo ottantaquattresimo compleanno. «Ricordo ancora – racconta – le prime volte in cui mi recavo alla pista da bambino, in compagnia di mia madre o mio padre. Lo facevo per assistere agli allenamenti, a cui non c’erano sempre tutti, perché erano dilettanti e dovevano lavorare. L’allenatore era un tale che di cognome faceva Cavedo e sapeva a malapena pattinare, per modo di dire, ma si prodigava affinché i giocatori facessero gli esercizi».

Sopra le teste c’era ancora il cielo invece del tetto, e la Valascia di là da venire.

Si giocava ancora alla Cava, che sorgeva esattamente dove si trovavano i parcheggi a ridosso della vecchia Valascia, ormai demolita. Ma non era certo una pista come la si intende oggi: se dietro alle porte le balaustre erano già piuttosto alte, agli altri lati del ghiaccio ci saranno state delle assi di una trentina di centimetri. È lì che abbiamo iniziato. Ricordo che, con Tino, il sabato o la domenica sera quando non giocavano le partite si andava a pattinare tutti assieme. C’erano anche le ragazze, che si cimentavano nel pattinaggio artistico, e là in mezzo facevamo le nostre partitelle. Si giocava così, alla buona, pur se ogni tanto (sorride, ndr) c’era qualcuno che riusciva a farsi male.

Del resto, gli equipaggiamenti dell’epoca sono quelli che sono.

Specialmente per noi ragazzini, costretti a indossare protezioni il più delle volte semplicemente troppo grandi. Il fatto è che non c’erano le taglie per dei bambini, così era difficile trovare qualcosa di adatto. Soprattutto per me, che ero piccolo e lo sono rimasto (ride, ndr). Ricordo che la prima corazza dovetti costruirmela da solo, con l’aiuto delle cugine che avevano l’età di mia madre: la cucimmo in qualche modo, prendendo in prestito pezzi di qualche paragomito o parastinco, ma almeno riuscimmo a confezionare qualcosa che non fosse solo ingombrante, più di peso che d’aiuto insomma.

I bastoni, invece?

Quando eri piccolo ti rifilavano quelli mezzi rotti dei giocatori della prima squadra. Ai tempi avevano ancora le palette diritte: ricordo che a me piacevano molto i bastoni di Bixio Celio, che però era destro, mentre io ero sinistro, ma tanto andavano bene ugualmente.

Non doveva essere facile alzare i dischi...

In verità già ci si riusciva, da quel punto di vista problemi non ce n’erano. Beninteso parliamo dei tiri di polso, e naturalmente non sono le conclusioni che si vedono al giorno d’oggi. Gli ‘slap’, invece, neanche a discuterne. Anche perché i bastoni costavano, e visto che dovevamo pagarceli noi, bisognava trattarli bene (ride, ndr).

Ma come si faceva a diventare giocatori dell’Ambrì?

All’epoca non c’era un settore giovanile. C’era però una seconda squadra, a cui accedevano i più giovani quando avevano il livello per farlo. Ricordo bene la mia prima partita, ancora in Cava, con la Seconda: avrò avuto dodici o tredici anni, e mi vestirono alla meno peggio. A quel tempo, non dimentichiamoci che si giocava tutti senza casco.

Un altro mondo sul serio.

È poco ma sicuro. Si giocava esclusivamente per il piacere di farlo. Pensate che quando ho preso parte ai miei primi campionati, il calendario contava appena quattordici giornate: otto squadre, andata e ritorno e stop.

Finché, un bel giorno, ecco la Valascia.

Sì, arrivò l’anno dopo la prima promozione in A, al culmine della stagione 1952/1953. Decisero di spostare la pista di qualche metro, ruotandola nella posizione della Valascia che tutti conoscono, e costruirono una piccola tribuna con i nuovi spogliatoi. A quel tempo, però, la superficie ghiacciata era naturale, e bisognò pazientare cinque o sei anni per il ghiaccio artificiale, che fu una gran bella cosa. Anche perché se arrivava il Favonio le temperature salivano, e bisognava pure fare i conti con le nevicate: ricordo di aver giocato più volte in mezzo alla neve, che rendeva necessaria la pulizia della pista ogni dieci minuti, e senza le Zamboni del giorno d’oggi...

Avreste mai immaginato che quell’avventura pionieristica potesse sfociare in tutto ciò che c’è ora?

A posteriori, direi che fu nell’anno in cui vincemmo la Coppa Svizzera (era il 1962, ndr) che si cominciò magari a farci un pensierino. Questo anche se, due anni dopo, nel 1964, arrivò la brutta notizia del ritorno in B. In ogni caso, prima di allora nessuno mai avrebbe potuto credere che l’Ambrì potesse arrivare dove si trova adesso.

Tuttavia, già a quei tempi l’hockey era un fenomeno popolare.

Dal 1953 in poi e fino alla retrocessione, di pubblico attorno alla pista ce n’era, e parecchio. Per me è difficile quantificare: ciò che so è che non si trattava solo di gente che viveva ad Ambrì o che arrivava dagli immediati dintorni. Ancor’oggi incontro persone che dicono di avermi visto giocare a quei tempi, e magari sono del Mendrisiotto. E parliamo degli anni Cinquanta: spostarsi allora non era così semplice, non c’era mica l’autostrada.

Le cronache dell’epoca narrano la presenza di ben ottomila spettatori alla famosa finale di Coppa con il Villars.

Secondo me forse era un po’ un’esagerazione, tuttavia il pubblico era davvero tantissimo. Del resto, non dimentichiamoci che un tempo l’affluenza era semplicemente frutto di una stima: c’erano gli esperti che sapevano stimare quanta gente ci fosse sugli spalti (ride, ndr).

Di sicuro, vincere quel trofeo fu un’impresa.

Infatti ci davano per spacciati ancor prima di scendere in pista. Ricordo bene quel giorno di dicembre del 1961, quando andammo a Zurigo per giocarci la semifinale. In quel periodo mi trovavo a Lucerna, dove studiavo per diventare ingegnere: doveva accompagnarmi alla pista un certo Adriano Dolfini, che a sua volta viveva lì, e quando arrivò si presentò con un giornale su cui stava scritto, in poche parole, che la finale se la sarebbero giocata Zurigo e Villars, dopo che i vodesi, pur essendo quell’anno ancora in B, la sera prima avevano battuto nientemeno che il Langnau. Dissi ad Adriano di darmi il giornale, e che l’avrei portato negli spogliatoi per farlo leggere ai compagni. Perché va bene tutto, ma lasciatecela giocare la partita almeno, prima di giudicare.

Con un Tino Celio ormai trentaquattrenne, fresco di rientro dagli Stati Uniti (dove insegnò per un periodo all’Università di Rochester), quella sera l’Ambrì eliminò lo Zsc per 3 reti a 2, prima di sconfiggere in finale il Villars il 28 gennaio 1962: finì 5-3 per i biancoblù, nonostante il pesante 3-0 dopo il primo tempo. «Un giornalista svizzero-tedesco – conclude ‘Cipi’ – si avvicinò a Tino e gli chiese se fosse tornato ad Ambrì per giocare, e lui, schietto, rispose: ‘Dopo aver visto i compagni all’opera, direi che non c’è più posto per me in questo Ambrì’».

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