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22.06.2021 - 18:20
Aggiornamento: 18:39

Vicky Mantegazza, al timone da dieci anni

Due lustri vissuti tra alti e bassi, entusiasmo e ripartenze. ‘Ma sempre con l'entusiasmo del primo giorno’

vicky-mantegazza-al-timone-da-dieci-anni
’Mollare tutto? A volte, a caldo, ci ho pensato. Ma poi realizzo che ho ancora molto da dare al club’ (Ti-Press)

Dieci anni da numero uno. Tanti ne sono infatti passati da quel 22 giugno 2011, data in cui Vicky Mantegazza entrava in carica come presidente del Lugano. Nella classifica dei presidenti più longevi, Vicky Mantegazza è preceduta unicamente da papà Geo, in carica dal 1978 al 1991, e da Luigi Bellasi, che il club lo diresse dal 1950 al 1967. Ma, con la bellezza di 577 partite (retaggio di una stagione regolare che in questi ultimi anni si è dilatata per numero di giornate), Vicky Mantegazza è di gran lunga il presidente col maggior numero di partite vissute da numero uno della società, davanti a Geo Mantegazza (503) e Fabio Gaggini (494).

Cosa significano per Vicky Mantegazza questi dieci anni da presidente? «È sicuramente un traguardo importante, che taglio con piacere e orgoglio. Dieci anni sono tanti, sì, ma per me, a livello pratico non cambia nulla per me. E men che meno cambia la mia motivazione: oggi come dieci anni fa, la passione che provo per questo sport e per questa società è la medesima. Più che guardarmi alle spalle, guardo avanti: con la stessa motivazione che mi ha portato a festeggiare questi primi due lustri da presidente sono pronta ad andare avanti per altri dieci anni. In fondo, per me, questo anniversario è un giorno come un altro, che trascorro lavorando. Magari stasera lo celebrerò prendendomi un aperitivo con qualche amico, ma niente di più».


Dieci anni fa, i primi giorni da presidente (Ti-Press)

Non c’è mai stato, in questi dieci anni, un giorno in cui ti sei chiesta ‘Chi me l’ha fatto fare?’, o che l’incombenza apparisse troppo onerosa? «Beh, non nascondo che di momenti difficili, durante i quali c’è mancato anche poco che decidessi di passare la mano, effettivamente ce ne siano stati. Più che altro reagendo a caldo a determinate situazioni poco piacevoli. In quei momenti ho però imparato a fermarmi e prendere il tempo per riflettere, arrivando alla concludere che avevo ancora tanto da dare al club. È questa determinazione che mi ha dato la forza necessaria per lasciarmi alle spalle i momenti più difficili». Dieci anni fa, quando hai preso in mano il testimone della presidenza, ti saresti aspettata di arrivare a festeggiare i due lustri alla testa della società? «L’hockey per me è una sorta di ragione di vita: senza non potrei stare. Quando sono stata nominata, in fondo sapevo che sarei restata a lungo in carica. Chiaramente poi tutto dipende anche da altri fattori, a cominciare dalla salute… Per adesso tutto è andato per il verso giusto e dunque, come dicevo poc’anzi, sono più che motivata ad andare avanti ancora, iniziando nel migliore dei modi un nuovo decennio».

Gli obiettivi

‘Mancherà il titolo, ma non le vittorie personali’

Qual è, fra quelli raggiunti in questi anni, l’obiettivo che più ti ha dato soddisfazione? «Ricordo in particolare il giorno di gara 7 della finale con lo Zurigo (il 27 aprile 2018, ndr): quella sera, già un paio d’ore prima dell’inizio della partita, la Cornèr Arena ribolliva di entusiasmo, gremita di gente che cantava. Quella, per me, è stata come una vittoria personale: riuscire a portare così tanta gente e tanto entusiasmo allo stadio è stata fin da subito una delle mie missioni, e quella sera ha rappresentato il coronamento di quegli sforzi. Ricordo che nel discorso di investitura, dieci anni fa, avevo indicato come mio primo obiettivo quello di riportare entusiasmo e tifosi alla pista. A quei tempi il numero di abbonati rasentava suppergiù il migliaio di persone; essere arrivati negli anni a superare il muro delle cinquemila tessere stagionali, un autentico record, è stata la risposta forse più bella che ho avuto dalla platea: quando i tifosi sono contenti, si divertono e vengono alla pista, per me è equivale a vincere».


Emozioni (Ti-Press)

E sull’altro piatto della bilancia, cosa invece Vicky Mantegazza non ha ancora raggiunto in particolare? «Ovviamente il titolo: una ciliegina sulla torta che manca all’appello ormai da troppi anni. Tuttavia nello sport moderno non è così facile vincere un campionato; ci stiamo comunque lavorando, nella speranza che un giorno se ne possano raccogliere i frutti». Un ‘work in progress’ che però nell’‘era Vicky Mantegazza’ ha conosciuto anche diverse ripartenze, l’ultima delle quali proprio al termine della scorsa stagione… «Purtroppo anche quelle fanno parte del gioco. Ogni ripartenza significa ricominciare da zero, e impone del tempo per ricostruire, tempo che non sempre si ha o si ha la pazienza per affrontare. A risentirne, in quei momenti, è anche la tranquillità di tutto l’ambiente. Non è mai facile decidere di ricominciare, ma a volte è necessario mettere un punto da qualche parte e ripartire daccapo; è inevitabile. Lo abbiamo fatto anche al termine della passata stagione, nella speranza che la gente possa avere magari un po’ di pazienza in più rispetto al solito, perché di cambiamenti ce ne sono stati parecchi. Sulla carta, rispetto alle precedenti stagioni, avremo una rosa magari meno completa, ma sul piano della qualità abbiamo forse fatto un bel passo avanti. E oltre ai giocatori già affermati, potremo contare su un bel gruppo di giovani con parecchio potenziale; un potenziale che cercheremo di sviluppare, dando loro la possibilità di trovare spazio nelle file della prima squadra. Come in passato, di momenti difficili ce ne saranno anche la prossima stagione, ma siamo convinti che questo nuovo corso possa segnare una svolta di una certa importanza per il club».


Con papà Geo in occasione dei suoi novant'anni (Ti-Press)

L'anno della pandemia? ‘Un disastro’

Si può dire che l’anno della pandemia sia stato il più delicato della presidenza di Vicky Mantegazza? «Sì: è stato un anno decisamente molto complicato e pesante, che ci auguriamo tutti di non più dover rivivere. Giocare senza pubblico, senza la possibilità di vivere le emozioni in pista, condividendole con i nostri tifosi, è stato triste. E sul piano economico è stato un disastro. Il mio auspicio non può perciò che essere quello di tornare a riabbracciare quanto prima tutti i tifosi e a vivere assieme a loro le emozioni che l’hockey sa regalare».


‘Una stagione difficile...’ (Ti-Press)

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