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A Biasca ci si crede. 'Questo non è solo un bonus: la nostra stagione non è finita' (Ti-Press/Golay)
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09.03.2021 - 19:150
Aggiornamento : 20:39

Rockets, l'ottimismo di Mike: ‘Ci credo: a Visp per vincere’

Domani è il grande giorno per i Razzi di Biasca, all'imbocco della loro prima 'postseason' sotto la guida di Landry e McNamara. 'Ci abbiamo sempre creduto'

Se gli chiedete cosa ne pensa, con il sorriso in faccia Mike Namara vi risponde così. «Sì, certo, andiamo a Visp per vincere». Lui che, a quasi settanta due anni (li compirà il 28 marzo), in vita sua ne ha viste di cose. E ha una fiducia cieca nei suoi ragazzi ma pure nel suo ‘capo’, quell’Eric Landry di cui è l’assistente sulla panchina di Biasca su cui siedono i Ticino Rockets. «Non chiedetemi se vinceremo gara uno (domani, alla LonzaArena, ndr), oppure gara e due e tre, ma sono convinto che alla fine ce la faremo. Oggi abbiamo avuto un meeting, con una lunga sessione video e poi una pizza con tutta la squadra: andiamo in Vallese per fare il nostro gioco, e ci andremo senza complessi, dopo aver sempre creduto nella possibilità di poterci qualificare per i playoff».

Sempre sempre? «Diciamo che il compito principale di me ed Eric era sviluppare questi giovani, quindi non è che passavamo il tempo a guardare la classifica. Però, un mesetto fa, quando abbiamo perso quelle quattro partite di fila ammetto di essermi detto: “mamma mia, la squadra gioca meglio, abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo fare e com'è possibile che abbiamo perso di nuovo all’ultimo?”».

Invece, eccovi qui. A sfidare il Visp, il settimo della classe del campionato cadetto, in una miniserie al meglio di tre partite per un posto nei playoff, quelli veri. Dove, se ci arrivaste, affrontereste nientemeno che il secondo della graduatoria, quell’Ajoie imbattuto contro di voi in stagione. «Infatti è l’unica squadra che non siamo mai riusciti a sconfiggere: è questo il motivo per cui dobbiamo assolutamente uscire vincitori dal pre-playoff con il Visp, per avere un’ultima chance di sfidare i giurassiani e mostrare loro che non siamo più la squadra di prima».

Del resto, il fatto che abbiate vinto tutte e tre le ultime partite della regular season, dimostra che siate in crescita. «Sì, la squadra è chiaramente in crescita. Dopo che Lugano e Ambrì hanno recuperato i propri giocatori hanno potuto darci dei rinforzi. Abbiamo una buona squadra, un buon portiere: quindì sì, sono convinto che ce la faremo. Ma di sicuro questa serie con il Visp non è una specie di bonus: la stagione per noi non è finita».

Si ha quasi l'impressione che sarai tu a fare lo ‘speech’, il discorso nello spogliatoio che precede la partita di domani... «Ah, no! Il capo è Eric. Con ciò non voglio dire che non ci metterò parola, ma vedete... Se penso a tutti gli anni trascorsi qui in Europa, sono stato più spesso assistente allenatore che head coach, e quando parlo di sostegno tra il coach e il suo vice, so bene quanto ciò sia importante: non ci deve mai essere il dubbio su chi comanda. Non importa se io ho alle spalle una carriera di quarant’anni e lui invece molti di meno: sono stato anche io head coach, e quando il tuo vice non e al 100% dietro di te e alle tue scelte, vi garantisco che lo si sente...».

Le gerarchie, insomma, devono essere ben definite. «È Eric che decide, la squadra è la sua. E credetemi, a quasi 72 anni sono ben contento di non avere sulle spalle la pressione che si ritrova un allenatore capo. Il mio ruolo è chiaro: esattamente come i ragazzi, devo prima capire cosa Eric abbia in mente, poi dovrò insegnare ai giocatori ciò che vuole lui. Eventualmente se le nostre idee divergono ne discutiamo, io darò il mio consiglio, ma la questione su chi sia il coach non si deve mai porre. Poi non solo credo nelle sue capacità di Landry di dirigere e motivare questa squadra, ma ho pure grande fiducia nel suo sistema: abbiamo lavorato molto, e ho l’impressione che siamo veramente preparati. E da quello che ho capito, credo che io ed Eric torneremo entrambi l’anno prossimo per continuare il lavoro con questi ragazzi».

Prima parlavi di preparazione: ma come si fa a sapere di essere pronti sul serio? «Dal modo in cui lavorano i giocatori. Tu sulla lavagna puoi disegnare tutti gli schemi del mondo, ma alla fine sono i dettagli che fanno la differenza. All’inizio i ragazzi cominciano a capire davvero cosa devono fare, ma il risultato di questo lavoro lo vedi mesi e mesi dopo. Pur se, in verità, non basta capire: quello che fa davvero la differenza non è la comprensione, bensì l’abitudine. L’abitudine nel fare le cose giuste. Io magari ho capito benissimo ciò che devo fare, ma non è mica detto che poi lo farò in partita. Per questo continuiamo a insistere su certe cose: vogliamo che i ragazzi quando hanno il disco non pensino più a cosa devono fare, ma che lo facciano e basta. È questo il motivo per cui siamo molto esigenti negli allenamenti, e credo (ride, ndr) che ora i ragazzi siano anche un po’ stufi di sentirsi ripetere queste cose ininterrottamente, da quasi un anno. Tuttavia, ora ho la netta impressione che i giocatori abbiano abitudini migliori rispetto a qualche mese fa, e se vinceremo questa serie con il Visp non sarà perché abbiamo una squadra più forte, ma piuttosto, io spero, perché faremo le cose meglio di loro».

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