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laR
 
30.06.2021 - 16:47

Battemmo ‘l'invincibile armata’, sognare non costa nulla

Il 16 giugno 2010 a Durban la Svizzera esordisce al primo Mondiale in terra africana sconfiggendo i campioni d'Europa e futuri campioni del mondo: la Spagna

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Sono 23 gli incroci tra Svizzera e Spagna, due Nazionali che però si sono affrontate soltanto 7 volte in un contesto ufficiale, solo 3 in una fase finale di un grande evento, più precisamente i Mondiali del 1966 (2-1 per la Spagna), del 1994 (3-0 per le Furie Rosse negli ottavi di finale) e del 2010 (1-0 per la Svizzera in Sudafrica). Gli altri 4 match ufficiali sono quelli delle qualificazioni alla Coppa del mondo del 1958 (2-2 in Spagna, 1-4 in Svizzera al ritorno) e il doppio confronto della scorsa Nations League (successo di misura degli iberici 1-0 e pareggio 0-0). Il computo totale parla di 16 vittorie della Spagna, 6 pareggi e un solo successo, svizzero, ma che successo. Una vittoria che, proprio come accaduto lunedì sera a Bucarest contro la Francia, destò scalpore e pose la Nazionale dell’allora ct Ottmar Hitzfeld al centro delle attenzioni del mondo dello sport. 

Qualche analogia con Bucarest

Le analogie con la bella pettinata alla cresta dei Galletti di Francia, superbi per storia e tradizione, finiscono però qui, si esauriscono con la gigantesca portata di un’impresa sportiva impensabile alla vigilia ma tremendamente concreta. Sull’exploit nulla da dire. Fu tale anche quello di quel 16 giugno 2010 a Durban, Sudafrica, nel match inaugurale della Svizzera al Mondiale deciso dal gol di rapina di Gelson Fernandes, finalizzatore dell’incursione nel vivo dell’area di rigore iberica di Eren Derdiyok. Fu però una vittoria all'interno di una fase a gironi dalla quale la Svizzera non riuscì a uscire, nonostante quei tre punti insperati che significarono una partenza tanto lanciata quanto inattesa. Quanto fu fuoco di paglia balzò agli occhi pochi giorni dopo, con la tremenda disillusione già con il Cile (sconfitta 1-0, espulso Valon Behrami, pessima la direzione arbitrale di al Ghamsi), e poi con la pessima prestazione offerta contro il debolissimo Honduras, contro il quale non si riuscì ad andare oltre un misero 0-0 che sancì l'uscita di scena di una Nazionale che aveva illuso con una fiammata estemporanea, salvo poi ricadere nei mali di sempre, quel profilo basso che troppe volte in passato le aveva precluso risultati più importanti di una partecipazione o di un ottavo di finale, per quanto prestigioso questo traguardo possa essere.

Fino a Bucarest, appunto. Spartiacque o impresa isolata? Lo dirà il tempo, lo svelerà probabilmente già il duello di San Pietroburgo contro la Spagna che a Durban andò a cozzare contro la fiera resistenza di una Svizzera gagliarda, tatticamente impeccabile, per quanto anche un po’ fortunata.

Fu un successo meno epico e sontuoso, se ripensiamo alla prestazione, rispetto a quello colto dai rossocrociati a Bucarest, dove la Francia è stata messa sotto, tenuta in scacco, imbavagliata da una prova sontuosa, per applicazione e qualità. Tanto da rendere meritato il passaggio del turno e l’ingresso trionfale nella storia del calcio svizzero, con un occhiolino strizzato anche agli annali di quello mondiale, alla luce della portata di quel “4 a 5 dopo i calci di rigore”.

Quelle ‘Furie Rosse’ pressoché imbattibili

Ha fatto rumore, l'uscita di scena dei campioni del mondo. Fece un gran fracasso anche il ko della "Furie Rosse" a Durban, a suo modo storico anche quello. E sapere che fu la Svizzera a rendersene protagonista, conferisce al duello di venerdì un valore che, senza quel precedente di 11 anni fa e senza la meraviglia di Bucarest, molto probabilmente non avrebbe, pur trattandosi della prima volta della Nazionale rossocrociata ai quarti di finale di un grande torneo, Europeo o Mondiale che sia.

La Spagna del 2010, è bene ricordarlo perché il tempo passa e i cicli dei giocatori si sovrappongono ed esauriscono, è lo squadrone dei vari Casillas, Piqué, Puyol, Iniesta, Xavi, Villa, Torres e Fabregas, tanto per gradire, che due anni prima, sotto la guida del commissario tecnico Luis Aragonés si aggiudicò il campionato d'Europa 2008 in Austria e Svizzera battendo 1-0 in finale la Germania e mettendo in bacheca un grande trofeo dopo 44 anni di attesa. Sempre quella Spagna, benché battuta al battesimo sudafricano dai rossocrociati, imparò in fretta dalla lezione e cambiò marcia. Questa, si fece spedita in direzione del titolo mondiale (stavolta con Vicente del Bosque quale timoniere), che la Spagna vinse per la prima volta nella sua storia, trionfando in finale ai tempi supplementari contro l'Olanda (1-0) e divenendo la terza Nazionale a vincere il torneo al di fuori del proprio continente di appartenenza, prima compagine europea a farlo. Il dominio spagnolo si allargò fino agli Europei del 2012, che gli iberici si aggiudicarono battendo 4-0 l'Italia nella finale di Kiev e sancendo un altro record: per la prima volta una Nazionale riuscì ad aggiudicarsi per due volte consecutive il titolo di campione d'Europa.

Squadra unica

Insomma, è una Spagna che prima non si era mai più vista e che poi non si è più vista (prima nel ranking Fifa da luglio 2008 al luglio 2009, dal novembre 2009 all'aprile 2010, dal luglio 2010 all'agosto 2011, dal settembre 2011 al luglio 2014), quella che la Svizzera riuscì a sconfiggere in una folle notte alle porte dell’estate, 11 anni fa. Impresa mirabolante, senza alcun dubbio, paragonabile a quella di Bucarest per la portata che ebbe allora e che ha avuto lunedì. Ma non per il tipo di prestazione che la generò: contro la Francia i rossocrociati si sono spinti oltre, e non a caso hanno portato a casa il risultato più importante della loro storia, oscurando quindi un po' quel pur mirabile 1-0 di Durban contro la squadra che in quegli anni dominava il mondo. Questo, per testimoniare a quale livello si sia posta la "Nati" a Bucarest. Che a ripensarci, ancora vengono i brividi e sale la febbre da secondo exploit. Giacché sognare non costa niente, confortati da quel precedente di Durban che, unito a quello più recente di Bucarest, è lì a ricordarci che se il gallo alza la cresta, ancora non significa che ha vinto lui.

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