Pur dominando, gli iberici trovano il gol che mette in ginocchio un’Argentina inconsistente (zero tiri nei primi 110') soltanto nel secondo tempo supplementare

È stata la Spagna del coach Luis de la Fuente –vecchio maestro del selezionatore argentino Luis Scaloni al corso per allenatori – ad alzare la Coppa al termine della finale mondiale giocata ieri. Per gli iberici, già campioni del mondo 16 anni fa, si tratta del secondo titolo iridato.
Inesistente l’Argentina, che in 120 minuti – il match è andato infatti ai supplementari – non ha effettuato nemmeno un tiro in porta. La Spagna ha invece dominato, ma fino al secondo overtime non è riuscita a trovare la via del gol. Preceduta da barocche esibizioni canore e d’altro tipo, la gara è cominciata con alcuni minuti di ritardo e con le due squadre piuttosto guardinghe. Il primo a concludere, al 5’, è Lamine Yamal, ma il Dibu gli dice di no.
A menar le danze sono i campioni d’Europa più che quelli del Sudamerica, i quali possono però contare su almeno 3/4 del tifo presente a East Rutherford, a due passi da New York ma già nel territorio del New Jersey. Il match – a cui assiste anche il presidente statunitense Donald Trump – è abbastanza ruvido, i falli si susseguono, ma lo sloveno Vincic gestisce bene la situazione, fischiando solo il necessario e tenendo i cartellini ben chiusi nel taschino: unica eccezione Lisandro Martinez (ammonito), che fra l’altro verrà sostituito per infortunio da Otamendi ancor prima della pausa, che le formazioni si godono sul risultato di 0-0, dato che i pochi tiri visti, tutti di marca spagnola, sono finiti fuori bersaglio o sono stati neutralizzati da Emiliano Martinez.
Dopo l’intervallo – durato una buona mezz’ora invece dei canonici quindici minuti per assecondare i gusti degli statunitensi, i quali, si sa, adorano le baracconate –, nell’Argentina entra anche Paredes (lasciato a sorpresa in panchina a inizio gara) al posto di Nico Gonzalez: l’ex juventino prenderà un giallo già dopo una manciata di minuti. Più propositiva è sempre la Spagna, anche se la sua supremazia è sterile. L’Argentina, invece, deve cambiare un altro uomo per problemi fisici: Molina (insicuro contro l’Inghilterra in semifinale) prende il posto di Montiel.
Sull’altro fronte, Oyarzabal e Ruiz lasciano spazio a Pedri e Ferran Torres, e proprio quest’ultimo impegnerà di testa il Dibu qualche minuto più tardi. L’Albiceleste, da inizio gara, non ha invece ancora effettuato nemmeno un tiro, e allora Scaloni toglie anche Romero e mette Medina: peccato che si tratti, anche in questo caso, di difensori, e dunque la musica non cambia poi molto. De la Fuente, invece, avvicenda uomini del fronte d’attacco: dentro Merino e Nico Williams e fuori Ruiz e Dani Olmo.
La Roja spinge sempre di più, ma nemmeno lei riesce a pungere, anche perché il Dibu, benché non sempre pulitissimo, fa buona guardia, specie due volte su Ferran Torres, che ci prova prima di testa e poi col destro. Al 90+3’ Enzo Fernandez lascia gli argentini in 10 per un fallaccio incomprensibile su Cubarsì che gli vale il secondo giallo e quindi la doccia anticipata. Prima dei supplementari c’è il tempo per una bella punizione di Yamal, deviata in angolo da E. Martinez.
L’inferiorità è pesante per i sudamericani, che a un certo punto cedono: ma l’azione che al 96’ porta al gol di Nico Williams è viziata da un fallo in attacco (step on foot di Merino su Otamendi) e Vincic dunque annulla. Scaloni schiera una difesa a cinque nel tentativo di resistere e andare ai rigori, ma è lo spagnolo Merino ad andare vicino al gol: la sua inzuccata si spegne di poco sul fondo. Il meritato gol del successo iberico, che vale il titolo iridato, giunge al 106’, quando Ferran Torres sfrutta al meglio una bella assistenza di Nico Williams, marcato male dalla retroguardia albiceleste. Al contrario di altre occasioni in questo torneo, all’Argentina stavolta – malgrado un tentativo di Simeone proprio sul gong finito sopra la traversa – non riesce il miracolo di rimontare nei minuti finali di un match che si chiude dunque con l’incoronazione degli spagnoli, già vincitori due anni fa del torneo continentale.