il reportage

La catarsi di un popolo: ‘No, non era solo calcio’

La vittoria di Messi e compagni contro gli inglesi va oltre il valore sportivo, è una sorta di compensazione per tutte le sofferenze quotidiane

Baci albicelesti per festeggiare a Buenos Aires
(Keystone)
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Per provare a comprendere cosa si è vissuto in Argentina prima, durante e dopo la partita contro l’Inghilterra ci sono due strade. La prima è quasi troppo semplice, forse scontata, e viene riassunta in una specie di slogan, che è anche un po’ un luogo comune per tentare di descrivere il fascino immenso e inspiegabile di questa terra piena di contrasti: “È Argentina, non lo capirai”. L’altra strada, invece, è più impegnativa. E richiede uno sforzo interpretativo lontano da qualsiasi approccio troppo razionale (grandi intellettuali: siete pregati di astenervi se non riuscite a lasciare da parte tutta la vostra saggezza e i vostri preconcetti).

Per le strade di Buenos Aires, già dal mattino di mercoledì, si respira un’aria tesa. Tensione ed euforia vanno di pari passo. È inverno nel sud del mondo, il cielo è grigio e soffia un vento fresco che porta via le foglie di qua e di là. La musica di sottofondo potrebbe essere soltanto Piazzolla. Ma in città prevale la cumbia. E le maglie albicelesti. Ovunque. A ogni incrocio, nei bar, gli operai nei cantieri, tutti stanno discutendo di come Scaloni dovrebbe schierare la squadra. Alla vigilia l’allenatore e i giocatori diranno che quella contro l’Inghilterra è “solo una partita di calcio”. Ed è giusto che siano queste le dichiarazioni ufficiali. Ma qui per nessuno si tratta soltanto di calcio: contro gli inglesi si gioca con e contro la storia, quella più dolorosa e quella più straordinaria.

KeystoneEsultanza in un locale di Buenos Aires

Perché se è vero, com’è vero, che la guerra delle Malvinas fu scatenata da una scellerata decisione della dittatura militare argentina che in quegli anni era vicina al collasso (sarebbe crollata soltanto un anno dopo, nel 1983), è innegabile che la presenza britannica sulle isole australi è un crudo esempio del più ignobile colonialismo.

Così come nulla può giustificare i crimini di guerra commessi dagli inglesi per ordine di Margaret Thatcher, crimini che costarono la vita a centinaia di ragazzi argentini mandati al macello dai generali della ‘Junta’. Ecco allora il contesto in cui si giocò la sfida di Messico 1986, quella di Maradona e delle due reti più iconiche della storia del calcio: la “Mano de Dios” e il “Gol del Siglo”. Il furto più clamoroso (“È un atto politico, li ha umiliati”, dirà il nonno al nipote nel film di Sorrentino ‘È stata la mano di Dio’); e l’opera più meravigliosa mai vista su un campo da gioco. Tutto quanto ci accompagna pure oggi.

Prima la sofferenza, poi la liberazione

Mancano pochi minuti al fischio di inizio della partita e i clacson suonano già per strada. Siamo tutti impazienti. Il Paese corre prima di fermarsi. “Contro gli inglesi non possiamo perdere, contro questi no” ripetiamo tutti, uno dietro l’altro, i quasi 50 milioni di argentini disseminati nel mondo. Così avranno detto pure gli undici titolari uscendo sul campo, i 15 della panchina ad Atlanta, lo staff tecnico, i cronisti. Perché non è solo una partita. È la vita stessa che scorre davanti a ognuno di noi in novanta minuti. Così lo viviamo, così lo sente il corpo. È una chance più unica che rara di ribellione, di rivalsa, di sfogo, per i motivi che siano: non sono soltanto le Malvinas. Insomma: a ognuno le sue ferite, le sue lacrime e il proprio bisogno di redenzione.

E poi si gioca. E si soffre. Ma la squadra c’è. Con le gambe, con la testa e con il cuore. Pure quando le cose si mettono male, anzi soprattutto quando l’Inghilterra si porta avanti nel risultato, si ha l’impressione che l’Argentina abbia recuperato la memoria calcistica. Infatti, trovandosi 0-1 giocherà la sua miglior mezz’ora di tutto il Mondiale. La sensazione è che il pareggio stia arrivando, ma la palla non entra e i minuti passano. Pickford, il palo, pochi centimetri separano l’Albiceleste dal gol. E poi la catarsi: Enzo Fernández al suo terzo tentativo ci riesce col destro da fuori area ed è un’esplosione di gioia: ad Atlanta, a Buenos Aires, ovunque. E poi la certezza: la vittoria è lì, non scapperà, non si andrà ai supplementari. Gli inglesi non sanno più dove sbattere la testa: il gol di Gordon ha risvegliato la “bestia” e ora sono costretti a subire il fervore argentino. Quasi che il cross di Messi sulla testa di Lautaro diventa un sollievo per Kane, Bellingham e compagni: la fine del martirio. E il Paese intero scoppia in un urlo di orgoglio e di felicità.

L’anima profonda di un Paese

Le strade si riempiono in fretta. I principali incroci, ogni piazza, ogni stazione nelle periferie. La gente si abbraccia, festeggia, esulta. Ovunque guardi è celeste e bianco. Le celebrazioni dureranno tutta la notte e da qui a domenica non esisterà altro che la soddisfazione per il successo in semifinale e l’aspettativa per la finale. Certo, questo delirio collettivo non nasconde un presente socioeconomico drammatico, la miseria, l’insicurezza, le incapacità politiche e le grandi incertezze di una nazione che non riesce a imboccare una strada di sviluppo armonico e inclusivo. Ma nasce proprio da qui la necessità di trovare piccole-grandi rivincite, una sorta di compensazione per tutto quello che la vita quotidiana nega alla maggioranza degli argentini. È una pia illusione? Sicuro, ma di un’intensità che non ha eguali e che poi te la porti appresso in ogni cosa. Per chi nasce e vive in questa terra assurda e preziosa, per chi porta questa impronta nel proprio sangue, ovunque si trovi, per chi viaggia migliaia di chilometri per rivivere un’emozione del genere e per permettere ai propri discendenti di scoprire da dove vengono e di cosa sono fatti. Per loro ora è tutto chiaro: questo è Argentina, questo vuol dire essere argentini. Finalmente lo possono capire.

KeystoneLa festa in strada
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