Ancelotti tira le somme della precoce eliminazione del Brasile: ‘Non credo sia la fine, ma l'inizio di un nuovo ciclo: dobbiamo continare a lavorare’

Ha vinto tutto, o quasi, con le squadre che ha allenato, e si è costruito una reputazione di manager eccezionale nello spogliatoio. Ma Carlo Ancelotti lascia i Mondiali del 2026 senza aver raggiunto l’obiettivo prefissato di regalare al Brasile il sesto titolo mondiale.
La Norvegia di Erling Haaland (2-1) ha infranto domenica, negli ottavi di finale, il sogno della Seleção di conquistare il suo primo titolo dal 2002. Si tratta dell’eliminazione più precoce della squadra che un tempo fu guidata da Pelé, Ronaldo o Garrincha dai Mondiali italiani del 1990.
Ma nonostante questa dura battuta d’arresto, l’ex allenatore del Real Madrid e del Milan, tra gli altri giganti europei, che a maggio ha prolungato il suo contratto fino al 2030, vuole rimanere al comando. «Non credo che sia la fine, è l’inizio di un nuovo ciclo», ha dichiarato dopo la partita. «Dobbiamo continuare a lavorare».
Per riconquistare il proprio posto tra le grandi nazioni, l’arrivo dell’allenatore italiano nel 2024 sembrava essere la strada più sicura. Ma ‘Carletto’, 67 anni, non è riuscito a trasferire nel suo primo Mondiale da commissario tecnico quell’aura che gli ha permesso di vincere il record di cinque Champions League e i titoli nazionali dei cinque principali campionati europei.
La Confederazione calcistica brasiliana (Cbf) aveva puntato in alto affidando a uno straniero le redini di uno dei più grandi simboli nazionali. La potente istituzione stava attraversando un periodo di turbolenze sia ai vertici, sia in panchina, con tre commissari tecnici che si erano succeduti dopo il fallimento a Qatar 2022. Il suo nome, tuttavia, si è imposto quasi senza contestazioni.
E lui, tanto carismatico quanto pragmatico, ha prolungato il più possibile la luna di miele con il pubblico brasiliano, notoriamente esigente. «È stata una scelta magnifica – aveva dichiarato Ronaldo al suo arrivo –. La Nazionale brasiliana deve avere i migliori, e oggi non c’è nessun allenatore brasiliano come lui. Siamo in buone mani».
Il suo inserimento è stato facilitato dagli ottimi rapporti con Vinícius Jr e Rodrygo al Real Madrid, ma anche dalla pressione di leggende come Ronaldo e Cafu, che aveva allenato al Milan.
Ancelotti, noto per quella che lui stesso definisce la sua «leadership tranquilla», ha messo in pratica in Brasile il suo mantra: «Conquistare le menti, i cuori e le vittorie». Anche se, per quanto riguarda quest’ultimo punto, il bilancio va relativizzato.
Dal suo arrivo, l’italiano si è immerso nella cultura brasiliana: ha assistito al Carnevale di Rio ed è apparso in spot pubblicitari per marchi di birra. Se la cava in portoghese – in realtà, un ‘portugnol’ condito di italiano –, si è trasferito a Rio e canta l’inno nazionale come un vero brasiliano.
Sul campo ha instaurato un rapporto stretto con i suoi giocatori e ha qualificato la Canarinha per il torneo nordamericano, ma con un calcio molto criticato e una squadra in piena crisi di fiducia. La nazionale ha mostrato più ombre che luci nella maggior parte delle 17 partite (dieci vittorie, tre pareggi, quattro sconfitte) che ha diretto fino a domenica.
I cinque volte campioni del mondo hanno schiacciato gli avversari più deboli (3-0 contro Haiti e la Scozia), ma hanno faticato contro quelli più agguerriti (1-1 contro il Marocco, 2-1 contro il Giappone). E con la sconfitta contro la Norvegia, il Brasile ha messo in evidenza le lacune di una difesa fragile, priva dei terzini incisivi di un tempo, di un centrocampo la cui creatività si basava eccessivamente su Bruno Guimaraes e di un attacco penalizzato dall’assenza di un vero goleador.
La sconfitta a East Rutherford segna anche il quasi addio alla nazionale dell’unica stella che la terra del ‘jogo bonito’ abbia conosciuto negli ultimi decenni: Neymar. Con una decisione che ha diviso l’opinione pubblica, Carletto lo ha convocato nonostante i suoi ricorrenti problemi fisici. ‘Ney’, 34 anni, è entrato in campo solo due volte, entrambe nel secondo tempo.
Sarà quindi il turno della generazione di Vinicius ed Endrick di raddrizzare la rotta, una generazione criticata perché, a quanto si dice, non avrebbe la stessa qualità delle ondate di talenti di un tempo. «È evidente che a centrocampo dobbiamo spostare alcuni giocatori, abbiamo bisogno di nuovi giocatori, di giovani talenti», conclude Ancelotti.