Coppa del Mondo FIFA 2026

Se pure le rappresaglie dei narcos cessano

L’entusiasmo generato dal Messico riesce (durante i match) perfino a fermare le violenze in tutto il Paese. Niente rumore di spari, solo quello dei cori

(Keystone)
2 luglio 2026
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Pochissime nuvole, nonostante pioggia e fulmini. E non chiamatela più faccia triste dell’America. No, il Messico è tutto una ‘fiesta’ con un sogno proibito. Ma poi neanche tanto. Grazie alla vittoria sull’Ecuador, El Tricolor ha conquistato un posto fra le migliori sedici del pianeta. Il match per compiere un altro passo nella storia verrà di nuovo disputato nell’Azteca di Città del Messico. Proprio da quei duemila metri di altitudine, che tolgono il fiato a qualsiasi rivale, si è alzato il coro ‘Y si sì’ che suona un po’ come l’italiano ‘Non succede, ma se succede...’ alimentando l’illusione di un popolo intero. Lo spagnolo e soprattutto l’allegria di queste ore fanno cantare meglio anche i tifosi più stonati, come quelli bagnati dal temporale che ha fatto ritardare di un’ora il calcio iniziale della sfida valida per i sedicesimi e dominata in lungo e in largo dai messicani.

Per concretizzare il sogno di conquistare la Coppa del Mondo, bisogna superare altre quattro partite a eliminazione diretta. La nazionale guidata da Javier Aguirre un merito, per certi versi storico, però l’ha già messo in archivio: quello di aver fermato per la durata intera del match, almeno così pare, la violenza narcos in tutto il Paese. E in particolare nello Stato di Sinaloa, dove sono nati, operano e uccidono (molto e spesso) numerosi dei ‘cartelli’ più cruenti dell’intero pianeta. Per qualche ora pure nella capitale, Culiacan, il rumore più forte non è stato quello provocato da risse o spari. No, quello di ‘Y si sì’ intonato davanti a bar e pub nonché per le strade affollate da migliaia di tifosi con addosso la bandiera ‘Tricolor’. Una marea verde ovunque. Nel tripudio però anche la tragedia, perché sul Paseo de la Reforma – la via principale di Città del Messico – almeno quattro persone sono morte schiacciate nella calca, secondo quanto confermato dalle autorità locali.

Oltre alla spinta dell’Azteca e dei tifosi che sotto gli alberghi disturbano il sonno pre-gara delle squadre rivali, il merito tecnico invece della nazionale messicana sta tutto nell’equilibrio tattico conferito dal suo allenatore. Non a caso nelle prime quattro partite di questo Mondiale, la casella dei gol subiti dice ancora zero. A quelli delle tre vittorie del Gruppo A – Sudafrica (2-0), Corea del Sud (1-0) e Cechia (3-0) – contro l’Ecuador, che aveva chiuso le qualificazioni sudamericane in seconda posizione alle spalle dell’Argentina, si è dunque aggiunto il quarto. Anzi, la quarta ‘valla invicta’ perché anche in questo caso lo spagnolo suona meglio dell’inglese.

E il Messico sta facendo sentire bella musica in campo, in particolare con la coppia d’attacco Quinones-Raul Jimenez, autori di cinque degli otto gol realizzati. Tre per il primo, due per il secondo. Poi, in mezzo al campo, un diciassettenne: Mora, classe 2008. Il più giovane fra i 1’248 convocati per la fase conclusiva del torneo sta mostrando numeri già da fuoriclasse (per informazioni, chiedere ai difensori proprio dell’Ecuador) e ora nel mirino di alcuni dei top club d’Europa. La valla invicta è stata chiusa letteralmente a chiave dal portiere Rangel. E, a proposito di questo ruolo, in panchina oltre alla sagacia tattica di Aguirre c’è tutto il carisma di Guillermo Ochoa. Ochoa che grazie ai circa 20 minuti contro la Cechia, proprio al posto di Rangel, ha centrato il primato di aver giocato in sei Mondiali.

Si può quindi davvero sognare? Il popolo messicano risponde ‘Y si sì’. Perché ci... crede. A cominciare dalla presidente Claudia Sheinbaum: “La nostra squadra ci ha regalato una gioia indimenticabile, dimostrando che non dobbiamo mai smettere di credere nel Messico”.

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