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07.10.2022 - 05:25
Aggiornamento: 16:39

Haaland, il centravanti che polverizza i record

Ha segnato 14 reti (e tre triplette) in 8 partite di Premier League e 28 in 22 gare di Champions. Non ci si chiede più se batterà ogni primato, ma quando

di Marco D’Ottavi
haaland-il-centravanti-che-polverizza-i-record
Erling Haaland esulta dopo uno dei suoi tre gol nel derby di Manchester (Keystone)
+4

Il 30 maggio 2019 i calciatori dell’Under 20 dell’Honduras devono essersi svegliati fiduciosi. Sono in Polonia per il mondiale di categoria, e se nelle prime due partite non hanno fatto un punto, affrontano i pari età della Norvegia, che si trova nella stessa situazione. Magari, pensano, può uscirne qualcosa di buono. Quel che ne esce, invece, non è niente di buono per loro e risponde al nome di Braut Erling Håland (non ancora Haaland, con la doppia a consigliata da Mino Raiola perché più "europeo"). In quella partita questo giovane e sconosciuto centravanti norvegese di 18 anni segna nove gol nove in una vittoria per 12 a 0. Quella prestazione per Haaland non è solo il suo biglietto da visita al resto del mondo, è una dichiarazione di intenti rispettata: non esiste il troppo nel suo calcio, perché non c’è limite che non possa essere piegato alla sua fame di gol.

Oggi, ad appena 22 anni, fermarsi a guardare i suoi numeri fa impressione. In uno sport a basso punteggio come il calcio è difficile che la matematica riesca a restituire in maniera così precisa il talento di una persona, ma con il norvegese è così perché, banalmente, il suo talento è fare gol. Con i due segnati mercoledì al Copenaghen (in appena 32’, come se avesse fretta di togliersi l’impiccio) è arrivato a 177 gol in carriera in 216 partite, senza contare la quarta serie norvegese e le nazionali giovanili.


Il gol acrobatico contro il Borussia Dortmund in Champions (Keystone)

Dal Bryne a Guardiola

È scontato dire che nessuno è stato così precoce. Quello che più stupisce, o preoccupa a seconda dei punti di vista, è la pacifica semplicità con cui ha continuato a segnare, anzi sempre migliorando, ogni volta che è salito di un gradino nella scala gerarchica del calcio. Haaland ha iniziato a segnare a raffica da bambino nelle giovanili del Bryne Fk, la squadra del paesotto in cui è cresciuto, affacciato sul mare nella regione dello Vestlandet e ha continuato a farlo arrivando a Manchester, culla del britpop e del calcio più ricco del mondo. In mezzo niente è cambiato, perché dopotutto la matematica non è un’opinione e il suo calcio certe volte sembra fatto di puri numeri.

La prima tappa della sua crescita è il Molde (dove, occhio, oggi gioca il cugino più piccolo Albert Tjaaland), dove ancora minorenne chiude una stagione con 16 gol. Haaland era ancora magrolino rispetto alla versione di oggi, ma già lasciava intuire la sua predilezione per le partite di coppa e le marcature multiple: segna 4 gol nelle qualificazioni all’Europa League (tra cui allo Zenit) e una quadripletta al malcapitato Brann in appena 21 minuti. Poi tocca al Salisburgo, dove le cose iniziano a farsi più serie: 22 partite, 28 gol, e se magari vi viene da storcere il naso verso il campionato austriaco, otto di queste reti le ha segnate in sei presenze in Champions League, dimostrando da subito una certa affinità con la competizione. Alla prima presenza assoluta segna una tripletta al Genk, poi si ripete segnando al Liverpool, al Napoli ne fa tre in due partite.

Vederlo abbattersi come una tempesta sul calcio europeo è stata un’esperienza strana: un centravanti diverso da tutti gli altri che fa dire al giornalista norvegese Øyvind Godø che "è forte come un orso ed è veloce come un cavallo. È un killer, una macchina da gol". Descriverlo senza scadere in paragoni mostruosi è impossibile: Haaland è grosso (194 centimetri per 88 chili secondo internet), ma non è di quegli attaccanti che giocano spalle alla porta, che dominano sui palloni alti, Haaland dà il meglio di sé quando può attaccare lo spazio, accelerare in campo aperto, mangiare l’erba con le sue falcate. In più, e non è poco, davanti alla porta è spietato: batte gli xG (un modello statistico che calcola con un valore da 0 a 1 la possibilità di un tiro di essere gol), come se fossero noccioline da sgranocchiare.


Dopo un gol al Liverpool con la maglia del Salisburgo (Keystone)

L’asta vinta dal Dortmund

Su di lui si scatena un’asta che somiglia a quella dei dinosauri in Jurassic World. Ma Haaland non è solo molto forte o molto veloce, ha anche un grande controllo sul proprio valore: è lui con il suo procuratore Raiola che sceglie di andare al Borussia Dortmund a gennaio del 2020, un passaggio intermedio, in una squadra storicamente in grado di elevare e mettere in vetrina il talento.

Appena arrivato in Germania, alla prima partita, entra in campo a 34 minuti dalla fine e fa 3 gol ribaltando una partita che il Borussia perdeva 3 a 1. In Champions, agli ottavi, segna due gol contro il Paris Saint-Germain, tra cui uno dei più belli segnati fin qui, con un tiro così potente che se avesse rotto la rete non si sarebbe stupito nessuno.

C’è qualcosa in Haaland che va oltre la capacità di segnare e macinare record, un certo gusto per la teatralità che stona con il suo fare robotico fuori dal campo, con le risposte a monosillabi e uno sguardo fisso nel vuoto di chi non è programmato per pensare.

Anche in Bundesliga Haaland ha rotto tutta una serie di record che era difficile anche solo immaginare, nonostante qualche guaio muscolare che l’ha visto doversi fermare in alcune occasioni (e gli infortuni sono l’unico possibile ostacolo tra lui e tutti i record di gol possibili). Per dire: è stato il primo calciatore a segnare al ritorno del calcio dopo la sospensione per il lockdown. Per quanto ci sia una dose di casualità, il Borussia fu la prima squadra a giocare in quel turno di Bundesliga, è un primato che dice abbastanza della sua capacità di prendersi, se possibile, tutti i primati che riguardano i gol.


"Toooor", ai tempi del Borussia (Keystone)

Lo sbarco in Inghilterra

L’ultimo capitolo è il più attuale: in estate Haaland, inseguito da una corte di pretendenti ancora più spietata di prima, ha scelto il Manchester City, dimostrando ancora una volta di saper scegliere il meglio per la propria carriera. Se, infatti, c’è l’aspetto romantico del padre, che ha giocato con la maglia del City in passato, approdare nella squadra di Guardiola, nel momento in cui si era palesata l’assenza di un centravanti come lui, è stata una scelta intelligente (e remunerativa: Haaland guadagnerà circa 30 milioni l’anno). Checché ne dica Antonio Cassano, che più di una volta ha insistito nel sostenere che "Haaland non sa giocare a calcio" e che nel gioco di Guardiola non "c’entra niente", il matrimonio tra Haaland e il gioco del Manchester City appare ogni partita più perfetto: una squadra che ha una capacità quasi fastidiosa di schiacciare le squadre avversarie dentro la propria area di rigore e un centravanti che quell’area riesce a dominarla con il suo talento fisico e il suo intuito, che gli fa capire sempre prima quello che accadrà. Vedere la sua capacità di capitalizzare i filtranti di De Bruyne o di arrivare sui cross di Cancelo è uno spettacolo, come nel gol vittoria segnato contro il Borussia Dortmund, dove in acrobazia è arrivato a colpire col piede a un’altezza siderale; un gol che oggi è l’unico essere umano al mondo a poter fare.

Senza perdere tempo

L’inizio è stato strabiliante: nelle prime otto partite di Premier League ha segnato 14 gol. Nel derby contro lo United ha realizzato la terza tripletta consecutiva in casa, diventando il più veloce di sempre a marcare 3 triplette in Premier (il secondo, Owen, aveva avuto bisogno di 48 partite, 40 in più). Dopo la partita il padre ha postato una foto con il figlio e il pallone con tutte le firme dei compagni (è un "premio" che si dà a chi segna tre gol in una partita), tra le dediche si legge quella di Aymeric Laporte: "Ho firmato più tuoi palloni per le triplette che contratti in carriera" (cosa peraltro vera, visto che dal Baskonia è passato all’Athletic Bilbao e da questo al Manchester City). Haaland ha detto che prima di queste tre partite il padre per pranzo gli aveva preparato delle lasagne, una notizia che magari vi torna utile.


La sua tipica esultanza zen (Keystone)

Con i gol allo United Haaland è diventato il calciatore ad aver segnato più reti nelle prime 100 partite nei top 5 campionati europei, ovvero 103, tredici in più del secondo Romario. Il record di 32 gol in una stagione di Premier a 20 squadre di Salah è quasi virtualmente battuto, così come il record di Andy Cole e Alan Shearer, 34 gol ma con un campionato più lungo, a 22 squadre. Lo stesso Shearer si è già detto rassegnato ad accettare che Haaland batterà il suo record di 260 gol in Premier League. Con Haaland e i record la questione non è tanto se, ma piuttosto quando.

Ossessione europea

Quelli che gli interessano di più, tuttavia, sono quelli della Champions League. Con l’ultima doppietta al Copenaghen è a 5 gol in 3 partite; in carriera è arrivato a 28 gol in appena 22 partite di coppa. Ha già battuto i 27 gol di Luis Suarez, uno che in Champions ha detto la sua. Il record di 140 di Cristiano Ronaldo, che solo un paio d’anni fa sembrava scolpito in cima al monte Olimpo, già trema, e forse è per questo che il portoghese ha cercato disperatamente una squadra che lo facesse giocare in Champions: la paura di Haaland.

L’ossessione del norvegese per questa competizione è risaputa: dopo quella prima partita con tripletta al Genk, un compagno del Salisburgo aveva raccontato di averlo incontrato il giorno prima e che dalla macchina di Haaland usciva a tutto volume la musica della Champions League. Lui ha detto che quell’inno – che è basato sull’inno di incoronazione Zadok the Priest di Georg Friedrich Händel – è la sua sveglia, e immaginate di svegliarvi tutti i giorni con quella musica cosa può voler dire.


Il primo gol di mercoledì contro il Copenaghen (Keystone)

Se il City e Guardiola l’hanno voluto così tanto è perché, banalmente, Haaland è il miglior giovane calciatore al mondo insieme a Mbappé. Tuttavia non è un mistero che il sogno del club è vincere finalmente la Champions League, sfuggita troppe volte negli ultimi anni in maniere fin troppo rocambolesche. Non esiste una formula perfetta per vincere quella coppa, ma è certo che avere Haaland dalla propria parte – un attaccante che nelle prime 12 partite con i suoi 19 gol ha segnato l’un per cento dei gol totali del City in Champions (217) e Premier (1’687) – sia un buon modo per provare a controllare tutte le variabili. Inevitabilmente, per quanti gol possa segnare in questo momento, Haaland è consapevole che verrà giudicato per quelli che segnerà quando conta davvero, e dalla sua capacità di aiutare la sua squadra a vincere la Champions League anche in tutte le altre maniere possibili, oltre ai gol. Perché, purtroppo o per fortuna, è inevitabile: la grandezza di un calciatore non si giudica solo per i record che batte, quanto piuttosto per le coppe che vince.


"Scommettete che segno anche a occhi chiusi?"

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