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laR
 
03.05.2022 - 05:30
Aggiornamento : 19:54

‘Avrei meritato la Nazionale, ma ora sogno la Champions’

Dopo aver già trascinato lo Zurigo a una promozione e a vincere una Coppa Svizzera, Antonio Marchesano lo ha condotto anche al titolo di campione svizzero

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Se lo merita tutto il titolo vinto con lo Zurigo Antonio Marchesano. Un trofeo conquistato da assoluto protagonista – nelle 32 partite fin qui disputate in Super League dai tigurini, in 29 è stato titolare e in due occasioni è subentrato a match in corso, realizzando 12 reti e fornendo 5 assist – che ha ripagato il 31enne bellinzonese di tutti gli sforzi compiuti nell’arco di una carriera in cui più volte il destino gli aveva voltato le spalle: dai problemi societari vissuti a Bellinzona (fino al fallimento) e Bienne ai mesi difficili in quel di Winterthur, fino al "traumatico" inizio con uno Zurigo retrocesso in Challenge League dopo la sua firma con una società che si immaginava di abbracciare nella massima serie. Quello Zurigo il numero dieci ticinese lo ha però preso per mano, portandolo all’immediata promozione (3 gol e ben 16 assist nella sua prima stagione), alla conquista della Coppa Svizzera nel 2018 (con tanto di gol decisivo nel 2-1 rifilato in finale allo Young Boys) e ora al 13esimo titolo svizzero della sua storia.

Antonio, ti ricordi ancora come ti chiami dopo la serata di festeggiamenti?

Ahah, direi di sì. Anche perché a dire il vero non abbiamo festeggiato più di tanto, essendo il primo maggio era tutto chiuso e di conseguenza ci siamo dovuti contenere, ma avremo modo di rifarci a fine stagione.

Ma vi siete resi conto dell’impresa che avete compiuto?

Non del tutto. Sappiamo che è qualcosa di grande, ma è difficile realizzarlo esattamente, anche perché come spiegavo nelle scorse settimane ai miei compagni, vincere un campionato è diverso rispetto ad esempio alla Coppa Svizzera, che io ho avuto la fortuna di conquistare. Il campionato è più bello e più difficile da vincere, è qualcosa di più grande, però a livello di sensazioni la coppa ti dà una finale che in pochi giorni è capace di regalarti emozioni incredibili, a cominciare dalle giornate precedenti all’evento fino al giorno del match, quando le sensazioni accumulate fino a quel momento si sommano a quelle della partita ed esplodono in qualcosa di unico. Il campionato al contrario è più dilatato temporalmente e anche le emozioni, pur restando bellissime, sono meno intense. Anche se bisogna dire che in questo caso il fatto di aver conquistato il titolo proprio in casa del Basilea ha aggiunto qualcosa in più.

Appunto, quella di domenica per voi era una sorta di finale…

Sì, ci tenevamo tantissimo a chiudere il discorso proprio in questa partita, di cui gli zurighesi parlavano ormai da mesi, ricordando anche la storica partita del 13 maggio 2006 (quando lo Zurigo di Lucien Favre si era preso il titolo all’ultima giornata imponendosi 2-1 proprio al St. Jakob nello scontro diretto con i renani, ndr). La rivalità tra le due città è molto forte e quindi per noi la preparazione a questa partita è stata un po’ come prepararci per una finale, che tale non era in quanto avevamo in totale cinque match point.

Già, vincere con quattro turni d’anticipo significa aver dominato la stagione senza sbagliare praticamente niente…

Effettivamente lungo tutta la stagione non abbiamo praticamente mollato un secondo e questo ha fatto la differenza rispetto ad esempio a Basilea e Young Boys, che hanno avuto i loro alti e bassi. Noi invece siamo stati incredibilmente costanti e l’unica delusione è legata forse all’eliminazione dalla Coppa (sconfitta ai rigori in casa dell’Yverdon negli ottavi di finale, ndr), perché avevamo le possibilità per fare molto bene anche lì. Di momenti davvero difficili però non ne abbiamo attraversati, perché anche se penso alle sconfitte di inizio stagione con Yb (4-0, ndr) e Basilea (3-1), erano arrivate al termine di prestazioni comunque buone. Il 3-0 subito in casa con il San Gallo lo scorso marzo è forse stato il nostro match più brutto, ma a quel punto sapevamo già dove stavamo andando e abbiamo proseguito sulla nostra strada che ci ha portato a questo fantastico titolo.

In barba ai gufi che si aspettavano un vostro crollo che non è invece arrivato, sorprendendo un po’ tutti. Anche voi?

Beh la sorpresa è stata grande, in particolare rispetto alle premesse che hanno preceduto l’inizio della stagione. Ricordo che un anno fa alla penultima giornata eravamo stati sconfitti 4-0 proprio a Basilea ma avevamo festeggiato perché il Sion avevano perso e quindi noi eravamo salvi. Pensare che meno di un anno dopo su quello stesso campo e con una squadra simile abbiamo conquistato il titolo di campioni è incredibile.

Cosa l’ha reso possibile?

L’ho sempre detto, l’allenatore (André Breitenreiter, arrivato a luglio a occupare il posto lasciato libero da Massimo Rizzo, non confermato al termine della stagione, ndr) ha un grandissimo merito. Quest’anno grazie a lui mi sono reso conto di quanto un tecnico possa fare la differenza in una squadra. Poi certo, i giocatori devono essere bravi a seguirlo e noi lo siamo stati, ma lui ha saputo porsi nel modo giusto fin dal primo giorno e vedendo che i suoi dettami funzionavano, si è guadagnato sempre più credibilità e fiducia da parte del gruppo, così unito e coeso anche grazie a lui. E proprio lo spirito di gruppo è stato l’altro fattore determinante, non avevo mai giocato in una squadra così unita.

Quand’è che avete capito che avreste potuto andare fino in fondo?

È stato più un percorso che un momento preciso, anche se il pareggio 3-3 ottenuto all’ultimo secondo in casa contro il Basilea a fine ottobre ci ha dato forse quel qualcosa in più, tanto che delle 13 partite successive ne abbiamo vinte 12 (più un pareggio, per un filotto di 18 partite senza sconfitta in campionato, ndr). Gli altri come detto non sono stati così costanti, ma soprattutto siamo stati bravi noi.

Un altro fattore decisivo lo indico io: Antonio Marchesano…

Grazie. Sono consapevole di aver contribuito alla conquista di questo titolo, forse un po’ di più nella prima parte della stagione, perlomeno a livello realizzativo (8 i gol in campionato prima della pausa invernale, 4 dopo, ndr). Sono contento perché posso dire che è un titolo che ho vinto da protagonista e dopo un processo di crescita importante anche sul piano personale che mi rende orgoglioso, a maggior ragione se ripenso alle difficoltà che ho dovuto affrontare.

Il momento più difficile in assoluto?

Sicuramente il secondo anno a Winterthur (dov’era approdato in seguito alle vicissitudini societarie dell’Acb, ndr), dove avevo perso un po’ la speranza e non riuscivo a vedere la luce in fondo al tunnel. Fortunatamente però presi la decisione di trasferirmi a Bienne e grazie anche all’aiuto di mia moglie riuscii a reagire e a ripartire. Ricordo anche che rimasi molto deluso del passaggio a Zurigo in Challenge League e non in Super, però ripensandoci anche quello fu un anno positivo, perché mi permise di inserirmi nei meccanismi del club ed essere subito protagonista, cosa che magari non sarei riuscito a fare nella massima serie.

Nelle ultime due stagioni poi hai alzato ulteriormente il tuo livello trovando, oltre ai soliti assist, 13 e (finora) 12 gol…

Di certo il fatto di tornare a ricoprire il ruolo che avevo a Bienne e nel quale mi trovo meglio, ossia dietro alla punta, è stato importante. Anche l’esperienza ha avuto un peso, perché anche in passato giocavo bene ma non segnavo così tanto, ora invece so come muovermi per essere anche efficace dal punto di vista realizzativo. E nel calcio di oggi è così che tutti si accorgono di te, segnando.

Tutti o quasi… Sbaglio se dico che uno dei sogni che ancora hai ma che rischia di rimanere un rimpianto è vestire la maglia della Nazionale?

Certo, sarebbe un sogno, ma non mi faccio troppe illusioni. Così come non ho problemi a dire che lo scorso autunno, a maggior ragione con tutti gli infortuni con cui era confrontata la Nati, avrei meritato la convocazione (arrivata invece, ma solo di picchetto assieme anche a Mattia Bottani, a marzo, ndr). Il selezionatore Murat Yakin ha però preferito optare per giocatori più giovani o con più esperienza internazionale e lo rispetto. Ora ho altri obiettivi.

Quali? Ripetervi non sarà facile…

Assolutamente no, la prossima sarà una stagione difficilissima. Non saremo la squadra da battere perché Basilea e Young Boys sulla carta resteranno più competitive, ma ci aspetteranno tutti al varco e ripetersi sarà molto complicato. Avremo inoltre la possibilità di prendere parte a una competizione europea, anche se è un peccato che non andremo direttamente in Champions League ma partiremo solo dal primo turno (su quattro, playoff compresi, ndr) delle qualificazioni. Speriamo di passare almeno quello, in modo da assicurarci almeno la Conference, anche se l’obiettivo per me è arrivare almeno all’Europa League. I gironi di Champions, quelli sì che sono un sogno.

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