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09.04.2022 - 05:30

Storia della maglia (taroccata) di ‘Dio’ che finisce all’asta

Dai baracchini messicani alla Sotheby’s: la romanzesca parabola della casacca che Maradona indossò il giorno delle due reti più celebri di sempre

di Stefano Marelli
storia-della-maglia-taroccata-di-dio-che-finisce-all-asta
Keistone
Stadio Azteca, 22 giugno 1986

"La casacca si trova in buone condizioni generali, tenuto conto dell’uso intensivo, della traspirazione e dell’attività atletica. Presenta un lieve sfilacciamento nel bordo inferiore della parte anteriore e piccole macchie diffuse". È il profilo che la casa d’aste Sotheby’s traccia della maglia indossata da Diego Armando Maradona il pomeriggio in cui firmò le due reti più celebri della storia del calcio – la più canagliesca e la più prodigiosa –, le uniche a cui ci si riferisce usando nome e cognome: Mano de Dios e Gol del Siglo. Nella descrizione della t-shirt che sarà ceduta al miglior offerente dal 20 aprile al 4 maggio, ad ogni modo, manca un dettaglio che rende l’intera faccenda davvero romanzesca: il cimelio in questione – che si stima verrà battuto per una cifra vicina agli 8 milioni di dollari – nasce infatti come maglia taroccata.


Sotheby’s
Il cimelio

Dopo la guerra, la partita

Siamo nel giugno del 1986, sono i giorni del secondo Mundial messicano: Maradona e compagni nei quarti di finale devono affrontare gli inglesi che odiano a morte da 4 anni perché – stando a quel che dicevano i dittatori di Buenos Aires – occupavano illegalmente una manciata di isole argentine che argentine in realtà non erano mai state. La guerra che ne era scaturita, durata oltre due mesi, aveva fatto 900 morti, gran parte dei quali sudamericani, e per gli argentini il match in programma all’Azteca si presenta come un’occasione di vendetta. Il selezionatore Carlos Bilardo, dunque, pretende che nulla venga lasciato al caso, nemmeno il materiale di cui è composta la divisa da gioco, che con le condizioni atmosferiche dei 2’400 metri di quota della capitale chicana può rivelarsi determinante.

Serve una nuova muta di maglie

Il sorteggio vuole che a scendere in campo con la prima maglia – dunque bianca – sia l’Inghilterra. C’è il rischio di confondersi col biancoceleste: gli argentini dovranno dunque vestire la divisa di riserva – quella blu già indossata agli ottavi nel derby contro l’Uruguay – e che Bilardo detesta. Al contrario della casacca tradizionale, infatti, quella d’emergenza è composta di un cotone tre volte più pesante. Niente a che vedere col tessuto traforato e all’avanguardia con cui Le Coq Sportif ha confezionato la classica maglia a strisce verticali bianche e azzurrine. Motivo? Non si sa, forse la ditta francese, che fornisce materiale alla Federazione argentina dal ’79, ha voluto semplicemente risparmiare. Ad ogni modo, dalla sfida coi cugini rioplatensi gli argentini sono usciti fisicamente devastati, prosciugati all’inverosimile per colpa di quelle magliette così poco adatte al clima tropicale. E Bilardo, dottore in medicina oltre che mago della panchina, non transige: serve una nuova muta di maglie.

Il tempo però è tiranno, e farsi spedire casacche idonee dalla Francia è un’utopia. Non resta che sguinzagliare un paio di uomini a setacciare negozi e grandi magazzini in cerca di t-shirt blu di un tessuto non troppo pesante e che, soprattutto, sfoggino sul petto l’iconico galletto inserito in un triangolo, altrimenti lo sponsor tecnico fa causa e toglie la pelle di dosso agli argentini. Ma di maglie con queste caratteristiche non se ne trovano: l’ultima speranza sono i baracchini che vendono merce taroccata. E la sorte, finalmente, è benevola. Il magazziniere scova un paio di modelli diversi, li porta nel ritiro argentino e li sottopone al Narigon per la scelta definitiva. Per caso sta passando di lì Maradona, che ne raccoglie una e dice: "Etta me gutta, è con questa maglia che batteremo gli inglesi". Davanti a una simile profezia, il Dt non può che abbozzare. La casacca prescelta – che dentro il colletto porta scritto Hecho en Mexico – è leggera quanto basta, porta larghe strisce verticali di due blu quasi indistinguibili e, ammettiamolo, ha una sua certa eleganza.

Il tuttofare torna sparato dal venditore ambulante e acquista due mute da 19 maglie, una per il primo tempo e una per la ripresa. Ovvio, mancano numeri di gioco e stemma della Afa, ma qualche santo provvederà, magari un paio di sarte che di solito si occupano delle divise dell’América, prestigioso club della capitale messicana: fra i suoi dirigenti ci sono diversi argentini, ed è facile trovare un accordo. Sta di fatto che quelle donne – copiando da una fotografia – passano la notte ricamando e cucendo sulle maglie di contrabbando il logo della Asociacion del Fùtbol Argentino. Gli stemmi, all’alba, si presentano un po’ sbilenchi, ovviamente uno diverso dall’altro, e soprattutto privi dei caratteristici rami d’alloro da cui di solito sono contornati: troppo difficile riprodurli in tempi così ristretti. Alla fine, coi ferri da stiro, alle maglie vengono applicati i numeri, che sono argentati ed enormi, essendo stati acquistati in un negozio specializzato nel football americano.

Il giorno che Diego diventa un mito

È dunque con una maglia taroccata e rimaneggiata che il 22 giugno 1986 Diego Maradona entra definitivamente nel mito. È con sulle spalle quel prodotto dozzinale che, dopo una deviazione maldestra di un difensore inglese, El Pibe si avventa su un pallone che pare ormai di proprietà del portiere Shilton, troppo alto per essere colpito di testa. Con la mano però –pensa Diego – posso arrivarci. E allunga l’artiglio da puma quanto basta per mandare la sfera in rete. È sfoggiando quell’accenno di ton sur ton blu che El Pelusa, dato che l’arbitro convalida, corre a esultare sotto la tribuna dove siede suo padre, chiamando a raccolta i compagni che, increduli di tanta grazia, ci mettono qualche instante prima di mettersi a festeggiare. Ma è soprattutto con la protezione garantita da quel miracolo di artigianato delle sarte del Club América che il più grande calciatore di ogni epoca, cinque minuti più tardi, si fa perdonare la furfanteria andando a segnare la rete più bella e famosa della storia del gioco.

Ancor prima della metà campo, Diego chiama la palla al Negro Enrique, che lo serve. Il capolavoro inizia con una giravolta strettissima, 180 gradi per mettere la prua in direzione della porta nemica. E poi prosegue con sessanta metri al galoppo, 6 avversari superati e 13 tocchi di palla entrati nella leggenda come versi di una poesia. Maradona penetra in una dimensione spazio-temporale sconosciuta a chiunque altro, l’attraversa in 10 secondi senza sbagliare un singolo gesto e va a firmare il contratto per la sua immortalità. Si è bevuto Samson, Reid, Butcher, Fenwick, Beardsley e Shilton, incapaci di abbatterlo, forse perché non ci arrivano, forse perché il fairplay che gli scorre nelle vene glielo impedisce. Il fatto, ad ogni modo, si è compiuto.

Hodge, il trofeo e la polemica

Fra pochi giorni, come detto, la maglia sognata da chiunque deliri per il calcio sarà messa in vendita. A decidere di monetizzare è Steve Hodge, che paradossalmente risulta essere uno dei pochi inglesi a non aver fatto una comparsata nell’azione più famosa della storia del calcio. Al contrario di tutti i suoi compagni, che ormai con quel lestofante non volevano avere più nulla a che fare, dopo il triplice fischio del tunisino Bennaceur, Hodge avvicinò Diego sulla scala che scendeva nel ventre dell’Azteca e, a gesti, gli propose lo scambio delle maglie. Lo ottenne e raggiunse lo spogliatoio aggrappato al prestigioso trofeo di cui probabilmente, quel pomeriggio, poteva soltanto vagamente ipotizzare il valore.

A cercare di impedire di arricchirsi all’ex centrocampista di Villa e Forest sono le figlie e l’ex moglie di Maradona, che appena letta la notizia dell’asta hanno provveduto a contestare l’autenticità della maglia più iconica della storia della Coppa del Mondo. "Hodge è un ciarlatano – dicono – la vera maglia con cui Diego segnò quei due gol mitici nella ripresa ce l’abbiamo noi: l’inglese, al massimo, possiede quella usata nel primo tempo". Assai improbabile. È solo il patetico e disperato tentativo degli eredi di arrogarsi il possesso del cimelio più prezioso di un’eredità potenzialmente principesca, ma che forse ammonta a meno di quel che si crede. Gran parte delle memorabilia del Genio del calcio è infatti già stata messa all’asta dagli stessi familiari, segno che la sostanza vera, con buona probabilità, è già stata dissipata.

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