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Il gol decisivo di Benzema al Bernabeu (Keystone)
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11.03.2022 - 05:30
Aggiornamento: 31.03.2022 - 08:18
di Emanuele Atturo

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Poche cose come il calcio riescono a mostrarci la relatività del tempo: per il suo evento principe, il gol, una partita ti può far aspettare novanta minuti, o moltiplicarsi nell’arco di pochi attimi. Ci possono volere complesse trame e immani sforzi, oppure i gol possono arrivare quasi da soli, come obbedendo a una logica superiore. Sono trascorsi esattamente 104 secondi dal secondo al terzo gol di Benzema. Cioè tra il gol che pareggiava i conti tra Paris Saint Germain e Real Madrid, e quello che ha qualificato la Casablanca ai quarti di finale di Champions League. Un minuto e mezzo di assoluta follia, in cui il piano della realtà si è inclinato in maniera irreversibile da un lato, come raramente succede in uno sport equilibrato come il calcio.

Un minuto e mezzo di follia

Tutto comincia con Neymar che perde sciattamente un pallone; a recuperarlo c’è Luka Modric, leggenda del calcio, fino a quel momento logoro e in disparte, una versione minima di sé stesso. I capelli biondi legati dallo spago, il numero 10 come sempre, ma le gambe che non girano come una volta. In quel momento Modric però attinge un’energia sacra da una parte profonda di sé, quella più imperturbabile al tempo che passa. Prende palla e carica a testa bassa il contropiede.

È lontano 80 metri dalla porta di Donnarumma, ma c’è un momento in cui capiamo che non è un’azione normale, quando Modric nota che Verratti gli ha coperto il passaggio per Benzema, e allora sterza leggermente con l’esterno destro e si butta in avanti. Il Bernabeu ulula e sparge una strana tensione. Mentre ha attaccati alle spalle tre avversari, inventa un filtrante geniale per Vinicius dall’altro lato del campo. È un momento speciale, di illuminazione, per Modric. Proprio quando l’azione sembra aver perso la sua inerzia, e la difesa del Psg è rientrata, ha un altro colpo di genio, un passaggio che trova Benzema libero in area di rigore, col dettaglio delizioso di passare tra le gambe di Nuno Mendes.


Mbappé e Neymar (Keystone)

Tempo di esultare, riportare il pallone al centro del campo, e arriva già il terzo gol. Sotto pressione, Marquinhos rinvia in modo sbilenco, verso il centro dell’area di rigore, e siccome è un momento in cui il cosmo pare allinearsi per il Real Madrid, Benzema segna subito il 3-1, la sua personale tripletta. Un gol diabolico per quanti dettagli sono andati al loro posto, fino al tiro del centravanti, colpito maluccio, ma che prende una traiettoria esatta. Viene in mente quella bella definizione di Mourinho, che chiamava Benzema "Il gatto", per l’astuzia e l’eleganza misteriosa che trasmette.

Il fattore Benzema

Karim Benzema vive la sua presenza in Champions League con una solennità mistica, e durante l’esultanza indica lo stemma del Real Madrid. Continuerà a farlo nei minuti successivi, mentre i giocatori del Psg camminano per il campo come stralunati, vittime di un incantesimo. Si indica lo stemma del Real Madrid come per dire: stiamo vincendo questa partita perché la nostra storia e il nostro blasone ci precede, il destino è dalla nostra parte, ed è la cosa che non potete sconfiggere.

Il peso del piano intangibile di una partita di calcio in quel momento predomina su quelli più visibili: tecnica, tattica, atletismo. Fino all’ora di gioco non sembrava esserci un modo razionale con cui il Psg potesse perdere la gara. Controllava i ritmi con un palleggio narcotico e sofisticatissimo, che avvicinava tutti i fuoriclasse accumulati capricciosamente nella propria squadra. Messi e Neymar, pigri e stanchi, si scambiavano la palla con leziosismo, e il Real Madrid non trovava il modo di togliergliela. Correva a vuoto, con un’umiltà commovente e a tratti patetica. Poi tutto è cambiato in 104 secondi.


Benzema esulta, Messi si dispera (Keystone)

La tradizione non si compra

Nessuna squadra trasmette la stessa mistica del Real Madrid in queste serate di Champions. Quando i giocatori sono entrati al Santiago Bernabeu la curva madridista, col suo gusto blasé, ha sfoderato un coreografia minacciosa: "Somos los reyes d’Europa". Con i soldi degli sceicchi qatarioti il Psg ha schierato dalla propria parte i migliori calciatori al mondo, ma la tradizione non si può comprare. Nel suo stadio storico il Real Madrid ha cercato di creare una profezia che si è poi puntualmente avverata. L’antica aristocrazia calcistica ha ancora fatto valere la propria legge eterna sul tentativo dei nuovi ricchi di prenderne il posto. È stata una piccola resa dei conti di uno dei conflitti atavici di questi ultimi anni, in cui i soldi dei nuovi ricchi hanno minacciato lo status quo del calcio europeo.

La rabbia di Al Khelaifi

E allora è suonata comica - di quelle commedie dei fratelli Vanzina - la reazione di Leonardo e Nasser Al Khelaifi alla fine del match. Secondo la ricostruzione di Marca - una fonte madrilena, quindi da prendere con le pinze - i due avrebbero provato a irrompere nello stanzino degli arbitri dando pugni alle porte. Non gli sarebbe piaciuto il primo gol del Real, convalidato nonostante un presunto fallo su Donnarumma.

Al Khelaifi si sarebbe avvicinato a un dirigente del Real Madrid che riprendeva minacciandolo: "Ti ammazzo". Magari era nervoso anche per l’incombente processo al tribunale di Bellinzona per il caso sui diritti tv. I capricci dei ricchi che non accettano di non poter comprare tutto quello che desiderano. Neanche l’acquisto di Lionel Messi, uno dei migliori calciatori della storia, ha potuto rompere la maledizione del Psg, che da anni aspira a entrare nell’élite europea, e cioè a vincere la Champions League, e ogni volta trova un modo più perverso e spettacolare per fallire. Non è stato il primo tonfo europeo del Psg, e nemmeno il più incredibile.


Il nervosismo dei giocatori del Psg nell’incontro del 2017 col Barcellona

A caro prezzo

Da quando i qatarioti lo hanno acquistato, nel 2011, i loro investimenti e le loro ambizioni hanno finito per scontrarsi in maniera spesso drammatica con la tenuta novecentesca delle istituzioni calcistiche europee. Nel 2014, per esempio, il Psg ha vinto 3-1 l’andata dei quarti contro il Chelsea di Mourinho, per poi perdere 2-0 al ritorno, con un gol fortunato di Demba Ba a tre minuti dalla fine.

Nel 2017 l’eliminazione più spettacolare per mano del Barcellona: dopo un perentorio 4-0 all’andata, la squadra di Unai Emery è riuscita a perdere 6-1 al ritorno al Camp Nou. Un suicidio dentro al suicidio, visto che il gol di Cavani dopo un’ora di gioco sembrava aver spezzato la maledizione. I compagni lo avevano abbracciato quasi in lacrime, sollevati.

Il Barcellona a quel punto aveva bisogno di segnare altri tre gol per qualificarsi, e in qualche modo ci è riuscita, facendone addirittura due nei minuti di recupero. Quella sera aveva brillato la stella di Neymar, autore di due gol e dell’assist decisivo al 96’. L’estate dopo il Psg ha comprato Neymar, facendone il calciatore più pagato della storia del calcio.

Tanti campioni, nessuna squadra

Una piccola parabola del Psg: perde e per capriccio ruba il giocatore più forte alla squadra che l’ha battuto con offerte fuori scala. Anno dopo anno la squadra ha assunto una strana forma mostruosa: una stanza affollata di grandi giocatori costretti a fare amicizia loro malgrado. Ogni anno, undici esseri umani molto diversi tra loro cercano di diventare una squadra e, in un modo o nell’altro, falliscono nell’impresa.


Il gol del 6-1 di Sergi che ribaltò il 4-0 dell’andata tra Psg e Barcellona (Keystone)

Cosa c’è di più triste del talento che non riesce a comunicare? Certo, vincono comunque dei trofei nazionali, con l’inerzia violenta della propria forza. In questo modo riducono il giudizio sulla loro stagione alla manciata di partite eliminatorie della Champions League: le più incerte e imprevedibili del calcio. Nonostante i 7 campionati vinti, e le innumerevoli coppe, ogni stagione del Psg sembra un fallimento. Contribuisce la sua pessima immagine.

Da Ibra a Messi

Poche squadre restituiscono la stessa impressione di decadenza, quella di una casa arredata con sfarzo ma cattivo gusto. C’entra una singolare tendenza a trasformare in simboli calciatori dallo spirito edonista: prima Zlatan Ibrahimovic, il mercenario per eccellenza; poi Neymar, col suo individualismo barocco. Nessun fuoriclasse ha trasportato il Psg in un’altra dimensione, e nel tentativo sono sfioriti. Lionel Messi, arrivato in estate letteralmente in lacrime, oggi si aggira per il campo triste e senza energie vitali.

Al cospetto del Psg persino il Real Madrid - la squadra della monarchia spagnola - riesce a farsi passare per un club popolare, simpatico. Il pubblico è diventato severo col Psg: non gli riconosce per esempio la capacità di aver edificato negli anni un enorme amore popolare in una metropoli vasta e conflittuale come quella parigina; la cura della dimensione estetica, con collezioni streetwear sempre eleganti e curate, pare un orpello insopportabile. Non suona nemmeno come un caso che l’anno in cui il Psg è riuscito a qualificarsi in finale - dopo una sfilza di eliminazioni ai quarti e agli ottavi - sia stato quello degli stadi vuoti. Come se solo nell’assenza dei tifosi, e cioè dell’anima del calcio, una squadra diabolica come il Psg potesse proliferare.

Un fallimento spettacolare

Si può anche essere anche meno severi di così col Psg, e coi suoi capricci, ma è difficile non riconoscere il fascino del suo fallimento, di cui la sconfitta col Real Madrid ha rappresentato una delle manifestazioni più incredibili. L’idea che dietro a tutto ciò che è visibile ai nostri occhi, e dietro all’evidenza del denaro, il calcio mantiene una dimensione intangibile e misteriosa che forse non è solo nella nostra testa. O forse è solo nella nostra testa, ma poi finisce per contagiare tutto, diventando una cosa reale.


Neymar dopo la finale persa contro il Bayern nel 2020 (Keystone)

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