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26.02.2022 - 05:30
Aggiornamento: 12:17

Parare è una cosa semplice, se sei Dino Zoff

Iniziò in un calcio senza guanti contro Sivori, chiuse con Maradona. ‘Niente miracoli, volevo solo essere efficace. Si para tutto tranne il tempo’’

di Marco D’Ottavi
parare-e-una-cosa-semplice-se-sei-dino-zoff
Dino Zoff alza la Coppa del Mondo del 1982 (Keystone)
+4

L’ha bloccata sulla riga, la storia, Dino Zoff. Lo ha fatto con un Tango, l’iconico pallone di Spagna ‘82, all’ultimo minuto di Italia-Brasile 3 a 2. Uno scatto di reni poderoso, riflesso disperato e immortale di un Mondiale che ha fatto sognare una generazione di italiani. Il calcio di punizione da sinistra di Eder era preciso, il colpo di testa di Oscar forte e schiacciato, di quelli presi pieni con la fronte, ma quello era l’attimo di Zoff. "Ha parato Zoff" avrebbe scandito sicuro Nando Martellini dopo qualche istante di paura, con il pallone pericolosamente vicino alla linea di porta, nascosto agli occhi indiscreti dal numero 1 azzurro. Per i portieri spesso sono gli attimi a contare, l’esserci o il non esserci nel momento decisivo, e Dino Zoff, ottant’anni il 28 febbraio, c’è stato. La parata della sua vita, l’avrebbe chiamata col senno di poi, la parata di tutti gli italiani verrebbe da dire.

Dopo quel salvataggio, che se fate i conti è arrivato che di anni ne aveva già quaranta, il resto è arrivato in maniera naturale: le vittorie contro Polonia e Germania Ovest, la Coppa alzata nella notte di Madrid, le manone strette intorno alla base, un’istantanea che sarebbe poi diventata un francobollo disegnato da Renato Guttuso. Zoff con la maglia grigia e i bordi blu, lo stemma sul cuore, appena un sorriso accennato sotto ai capelli sudati dallo sforzo.

Quel giorno diventava il più anziano di sempre a vincere un Mondiale, il primo - e ancora unico - italiano a vincere Mondiale e Europeo. Perché sì, ce lo scordiamo tutti, ma c’era sempre Zoff a difendere la porta dell’Italia nel 1968, quattordici anni prima, praticamente un’eternità nel gioco del calcio. Il giorno dopo l’avremmo visto fare coppia col presidente Pertini in una memorabile partita a scopone sull’aereo di ritorno; l’Italia perbene in un’immagine.

Da Sivori a Maradona

Scatti, momenti singoli che hanno definito una carriera fatta di poche parole e molti fatti. Portiere per 22 anni, allenatore per 15, figura mitologica da sempre. A srotolare i numeri occuperebbero l’Italia intera: 570 presenze in Serie A, 74 in Serie B, 112 con la Nazionale, altre 200 sparse tra coppe varie. A questo aggiungete più di 300 panchine da allenatore, con Juventus, Lazio, Nazionale e Fiorentina. Biografia minima di un uomo che ha vinto e perso, è caduto e si è rialzato. Lo scrittore Giovanni Arpino lo ha descritto così: "lo sguardo ridotto a una fessura, raggrinzisce le mani nei guanti, pare assente, chiuso nel vetro d’una sfera lontana[...]: la sua solitudine d’uomo".


Zoff in porta ai tempi del Mantova (Wikpedia)

È difficile spiegare oggi che portiere era Dino Zoff, nel ruolo che più si è evoluto nel corso degli anni, anche per via del regolamento. Ha iniziato che non c’erano i guanti e l’uomo non era ancora andato sulla Luna, ha finito con i guanti e i primi personal computer nelle case. Ha giocato con Omar Sivori e contro Maradona, in bianco e nero e a colori. Ha parato sotto 27 governi differenti. Tra i pali era asciutto, slanciato ed elegante, una vaga somiglianza con l’Elliott Gould de ‘Il lungo addio’. Raramente era costretto all’intervento spettacolare, quello per i fotografi: la sua più grande dote, riconosciuta da tutti, era il posizionamento tra i pali, l’intelligenza di capire con un attimo di anticipo cosa avrebbe fatto l’attaccante.

In un ruolo per tradizione riservato agli istrionici Zoff era estremamente sobrio, chirurgico nelle uscite, geometrico tra i pali. Less is more era il mantra dell’architetto Ludwig Mies van der Rohe e questa potrebbe essere la sua filosofia: "Ero sempre alla ricerca della semplicità, perché la semplicità ti permette di sbagliare meno" dirà molti anni dopo, cercando di sintetizzare il suo stile di gioco. Pochi errori, molto controllo dell’area di rigore. Si vantava di non fare miracoli, perché se ci sei sempre non c’è bisogno di inventare nulla.


La partita a scopone dopo il Mundial ’82 con Causio, Bearzot e Pertini (Wikipedia)

A un Cruijff dal Pallone d’Oro

Eppure, miracoli o non miracoli, è stato il più grande portiere del suo tempo. Nel 1972, dopo una grande parata in un Juventus-Lazio fu addirittura applaudito da Chinaglia. L’anno dopo arrivò secondo nella classifica del Pallone d’Oro, battuto solo da Johan Cruijff.

In Nazionale rimane imbattuto tra il 20 settembre 1972 e 15 giugno 1974, quasi due anni e 1142 minuti di gioco. Sono gli anni in cui Zoff si erige a figura nazionalpopolare - colonna della Juventus e dell’Italia - mai un’assenza, un passaggio a vuoto. Ma da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Nel 1978 l’Italia è la sorpresa del Mondiale argentino, gioca un calcio piacevole e vincente e per arrivare alla finale si trova davanti l’Olanda. Passa in vantaggio, ma poi due tiri dalla distanza di Brandts e Haan ribaltano il risultato.

Per la stampa italiana il colpevole è Dino Zoff, fregato dallo stesso Tango che quattro anni dopo salverà sulla linea. Zoff ci condanna è il titolo a caratteri cubitali della Gazzetta dello Sport. È il destino del portiere, che quando sbaglia non può nascondersi. Gli errori sui tiri da lontano si ripetono anche nella finale per il terzo posto contro il Brasile e in Italia arrivano ad accusarlo di non vederci più bene, di essere invecchiato, finito. Effettivamente ha 36 anni, una certa età per un calciatore.


Zoff nel 2004 lascia le impronte sulla Passeggiata dei campioni a Monaco (Keystone)

Il tramonto può attendere

Sembra la chiusura del cerchio, il tramonto del campione, ma Zoff ha una sua visione del mondo, un’etica del lavoro quasi calvinista. Dopo quel Mondiale, racconta, non ha parlato con nessuno per sei mesi, si è solo allenato a fare il portiere. E fare il portiere gli riesce ancora bene: nei quattro anni successivi continua a cannibalizzare la porta della Juventus, un posto di lavoro dove non puoi permetterti sbavature.

Con la maglia bianconera raggiunge un record che racconta meglio di tante parole la forza mentale di Zoff, un record forse destinato a resistere per sempre: 332 presenze consecutive in Serie A, praticamente 11 anni filati senza un infortunio, un raffreddore, un turno di riposo. L’ultimo atto è la finale di Coppa dei Campioni del 1983, dove si piega dopo nove minuti a un bolide di Felix Magath che decide la partita. Un altro gol su cui rimarrà per sempre l’ombra delle sue colpe, seppure veloce e angolato, ma in fondo è la maledizione dei grandi portieri: far pensare alla gente che si può parare tutto. Non è così: "È arrivato il momento, non posso parare anche l’età", sono le sue parole di commiato dal calcio giocato.

L’allenatore

La seconda vita di Zoff è in panchina. Posto atipico per un portiere, figuratevi per un portiere di poche parole. Alla maglia grigia col numero uno sulla schiena sostituisce il completo nero, sobrio ed elegante, la sigaretta spesso in bocca. Con la Juventus, al secondo anno, vince Coppa Italia e Coppa Uefa, ma viene sgarbatamente messo alla porta sull’altare della rivoluzione sacchiana. Anche da allenatore è già vecchio. Ma Zoff è anche quello che non fa polemica: la sua ultima dichiarazione prima di lasciare Torino è triste, solitaria e finale, specchio di un uomo mai banale: "Cosa penso di lasciare in questa città? Nulla o forse un buon ricordo". Gli preferiscono Maifredi, che fallirà in maniera roboante. Anni dopo si toglierà un sassolino dalla scarpa: "Avevano messo da parte un buon barolo d’annata, per un cartone di champagne modesto. E ne fecero le spese". Parole scritte nella sua autobiografia ‘Dura un attimo’, la gloria, uscita nel 2014, e dove Zoff lentamente scivola dai trionfi all’amarezza. In uno sport che deve sempre andare avanti, la sua figura è rimasta incastrata nel mito, eternamente vecchio, passato.

Il ribelle silenzioso

Come già da portiere, grazie all’azzurro potrebbe riscattarsi anche da allenatore, quando nel 2000 porta l’Italia in finale all’Europeo. È una squadra che non gioca bene, si difende e riparte, ma è anche una squadra che ha abbracciato il suo allenatore, più gestore che tattico, che ha vinto una semifinale epica con l’Olanda ai calci di rigore. Contro la Francia la vittoria sfugge all’ultimo, per un gol nel recupero di Wiltord, preludio a quello di Trezeguet nei supplementari.


Ct dell’Italia ad Euro 2000

Ad affondare Zoff non è però la sconfitta, ma Silvio Berlusconi che ne crocifigge l’operato: "Una cosa indegna. Anche un dilettante avrebbe vinto fermando Zidane". Una critica feroce e ingiusta, ma tutto sommato non insostenibile, nel Paese dei 60 milioni di Ct. Per Zoff però è troppo: "Dal signor Berlusconi non prendo lezioni di dignità" dice rassegnando le dimissioni. Un gesto mai del tutto capito dal mondo del calcio, dove ci si dice tutto e il contrario di tutto; qualcuno lo ha addirittura legato alla volontà di tornare alla Lazio per motivi economici. Zoff, sempre nella sua biografia, lo ha definito "il mio personale urlo contro il sistema", la ribellione improvvisa di un uomo che per molti è più un monumento vivente che una persona in carne e ossa, con i suoi crucci.

Insomma, Dino Zoff: sempre in prima linea, eroe o capro espiatorio, dal lato giusto o sbagliato della storia. Ma anche Dino Zoff, capace di eclissarsi, allontanarsi senza fare troppo rumore, senza provare a rimanere attaccato con le unghie e con i denti a un mondo che non lo voleva più. Non è facile essere essenziali come lui, tra i pali, nelle dichiarazioni, nelle scelte. Attraversare il calcio italiano e uscirne parlando di dignità. Una volta ha detto che nella sua vita ha "sempre tolto per aggiungere", cercato di semplificare i gesti, lo stile. In una storia che sembra infinita, lunga come solo alcune storie italiane sanno essere, Dino Zoff è riuscito ad "arrivare all’osso delle cose". Esserci quando serviva, e, forse ancora più difficile, non esserci quando sarebbe stato di troppo. Una dote fondamentale per un portiere, eccezionale per un uomo.


Zoff giocò 332 partite di fila, mai una squalifica né un infortunio (Keystone)

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