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laR
 
04.05.2022 - 05:30
Aggiornamento: 16:23

Dall’asfalto al bosco, dopo il Tour de Romandie c’è Albstadt

Archiviata l’esperienza nel World Tour, Filippo Colombo torna alla Cdm, sul percorso dove un anno fa era caduto: ‘Nessun timore, solo voglia di rivincita’

Alla fine ha chiuso al 68esimo posto, con un ritardo di 28’06" dal vincitore, il russo Aleksandr Vlasov. A conti fatti, la prima esperienza di Filippo Colombo con una corsa a tappe del World Tour è andata meglio del previsto. A questo punto, il biker di Bironico può tornare a concentrarsi su quello che è da sempre il suo grande amore, la mountain bike, e al prossimo appuntamento, la seconda tappa della Coppa del mondo, in programma ad Albstadt da venerdì a domenica. Il Tour de Romandie è alle spalle ed è servito soprattutto a mettere nelle gambe una mole di lavoro in grado di dare frutti nelle prossime settimane… «È stata una bella esperienza, soprattutto per capire qual è il livello di una competizione World Tour. Personalmente, prima del via nutrivo qualche dubbio sulla possibilità di riuscire a giungere fino a Villars, ma a conti fatti ho scoperto di possedere il livello sufficiente per chiudere competizioni di questi livello ed essere lì, con un atteggiamento attivo e non passivo. Si è trattato di una conferma importante che si unisce alla consapevolezza di aver svolto una mole importante di lavoro in vista dei prossimi appuntamenti in mountain bike».

Il 68esimo posto finale rappresenta un risultato di tutto rispetto per uno che con la strada ha scarsa dimestichezza… «Alla fine è stata meno impegnativa del previsto. Nelle prime tappe sono riuscito a gestirmi, anche perché la corsa era molto controllata, ciò che consentiva di rimanere comodi nella pancia del gruppo, almeno fino all’ultima ora, quando davanti si iniziava a menare. Sul traguardo si arrivava affaticati, ma non devastati. Per quanto riguarda la frazione di montagna, ho avuto l’intuito giusto – e anche quel pizzico indispensabile di fortuna – per inserirmi nella fuga di giornata, il che mi ha permesso di essere ripreso dal gruppone soltanto ai piedi dell’ultima salita. A quel punto, sapevo di poter chiudere senza patemi d’animo per il tempo massimo e con il gruppetto siamo saliti senza affanni. Alla fine, sono state cinque ore e mezza di gara, ma l’ultima ora l’ho fatta senza dannarmi l’anima, ciò che mi ha permesso di fare a tutta la cronoscalata di domenica, con sensazioni ancora piuttosto buone».

‘Ben più pericoloso della mountain bike’

Per chi arriva dalla mountain bike, uno dei principali motivi di apprensione è rappresentato dalla necessità di correre in un gruppo di 150 ciclisti… «Effettivamente vi sono dinamiche di gruppo che vanno gestite, ad esempio nei rifornimenti o in alcuni momenti specifici della corsa nei quali occorre comportarsi in un certo modo. Esistono delle regole non scritte che si apprendono soltanto gareggiando. Per me si trattava della prima gara di World Tour e devo ammettere che la mancanza di esperienza in determinati frangenti si è fatta sentire. Ma si impara molto anche dai colleghi che ti "sgridano" e ti fanno capire cosa si può e cosa non si può fare. Credo siano situazioni che fanno parte del processo di crescita. Personalmente, non mi sono trovato in difficoltà nel rimanere in gruppo, come biker abbiamo una solida base tecnica, sappiamo manovrare molto bene la nostra bicicletta: ciò detto, quando sono giunto al traguardo della prima tappa, durante la quale una parte del gruppo era rimasta coinvolta in una caduta – io per fortuna mi trovavo nelle metà anteriore – mi sono detto che questo sport è molto più pericoloso della mountain bike. Si è tutti a pochi metri l’uno dall’altro, si lima per le posizioni a 70 km/h e basta una manovra non precisa da parte di un solo corridore per innescare una caduta generale. In mountain bike, se sbagli, nel 90% delle occasioni la colpa è soltanto tua, mentre su strada rimani costantemente alla mercé dei colleghi. Nel corso della prima tappa ho senz’altro sottoposto i freni a qualche sollecitazione supplementare rispetto ai miei avversari».

Un’esperienza, quella del Romandia, che Filippo Colombo non esclude di poter ripetere… «Dipende molto da come andranno le prossime gare di mountain bike. Se il lavoro su strada dovesse darmi dei benefici concreti per le prove in mountain bike, prenderei in considerazione l’ipotesi di ripetere l’esperienza. Quest’anno il calendario è già intasato fino a fine agosto, con una lunga serie di competizioni, ma negli anni a venire credo che sarà possibile vedermi più spesso su strada, soprattutto a inizio stagione».

‘Sono un biker e tale rimango’

Ma non si tratta di un cambiamento di strategia: Filippo Colombo è e rimane un biker… «Assolutamente, il mio futuro rimane scandito dalla mountain bike. Ho voluto fare questa esperienza per vedere se mi piaceva e, soprattutto, se potevo trarne dei benefici per la mountain bike. Io, però, rimango un biker e il mio obiettivo resta puntato su Parigi 2024. Ciò non significa, però, che da qui alle Olimpiadi mi si debba vedere soltanto in mountain bike».

Altra differenza tra boschi e asfalto, la velocità con la quale si affrontano le discese… «La prima tappa non è stato evidente capire come si muove il gruppo in discesa. Ho dovuto prendere le misure, ma più si andava avanti, più mi diventava naturale».

Archiviata l’esperienza del Romandia, si torna alla mountain bike, con la Coppa del mondo che bussa già alla porta… «Francamente tempo che Albastad arrivi un po’ troppo presto. Sto cercando di recuperare gli sforzi del TdR per arrivare fresco in Germania, ma i giorni a disposizione non sono tanti. Di fatto sono ritornato lunedì sera e domani mattina (oggi per chi legge, ndr) partirò alla volta di Albsdtadt. Spero che la fatica accumulata e i chilometri macinati sulle strade romande diano il loro frutto soprattutto in occasione della tappa di Nove Mesto, in programma a metà mese. Farò del mio meglio già in Germania, ma sono cosciente del fatto che potei non recuperare in tempo».

Un anno fa proprio ad Albstadt, Filippo Colombo era rovinosamente caduto, riportando la frattura del bacino e compromettendo il prosieguo della stagione. Domenica tornerà sul luogo del delitto… «L’incidente dello scorso anno qualcosa ha lasciato, non si tratterà di una gara come tutte le altre. Al di là di questo, vado in Germania con tanta voglia di prendermi una rivincita. Quello di Albstadt non è il mio percorso preferito, ma non sono nemmeno traumatizzato da quanto successo, perché nel punto in cui sono caduto non vi è alcun tipo di difficoltà particolare, se non la necessità di rimanere concentrati. So benissimo che quanto successo un anno fa è da imputare essenzialmente a un mio errore, per cui non ho un trauma legato a un sasso specifico all’origine della caduta. Ho tanta voglia di rivincita, ma nessuna paura».

Con il quinto posto colto in Brasile nella prima prova stagionale di Coppa del mondo, Filippo Colombo ha ribadito di aver superato un ulteriore scalino nel percorso di avvicinamento ai vertici mondiali… «Quest’anno punto al podio e la prova di Petropolis ha dimostrato che l’obiettivo non è al di fuori della mia portata. Si tratta di insistere, perché la meta non è molto lontana, dipende molto anche dal tipo di percorso e da come si sviluppa la corsa. Altro discorso è la classifica generale: attualmente, mi trovo in sesta posizione (contano anche i risultati della short-track, ndr) e mi piacerebbe rimanere lì davanti, ma mi sembra davvero prematuro pensare alla classifica generale quando abbiamo disputato una sola delle nove tappe in programma».

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