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laR
 
15.09.2021 - 18:09
Aggiornamento: 18:58

Andre De Grasse, dall’oro olimpico al gelato di Bellinzona

Abbiamo incontrato a margine del Galà dei Castelli (dove ha vinto i 100 m) il 26enne canadese campione sui 200 m a Tokyo (dove ha vinto altre 2 medaglie)

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Imponendosi nei 100 m del Galà dei Castelli, il canadese Andre De Grasse si è preso una piccola rivincita sullo statunitense Fred Kerley, che nella gara regina dei Giochi di Tokyo vinta dall’italiano Jacobs lo aveva relegato per cinque centesimi al terzo posto. La “delusione” per l’ennesima medaglia di un colore diverso dall’oro (in bacheca aveva già quattro allori mondiali e tre olimpici, ora diventati sei) era però stata spazzata via appena tre giorni dopo, quando lo sprinter dell’Ontario nato nel 1994 da mamma di Trinidad e Tobago e papà delle Barbados si era preso un titolo olimpico dei 200 m che, a soli 26 anni, lo ha proiettato nella storia dello sport canadese e mondiale. Lo abbiamo incontrato a margine del meeting bellinzonese.

Signor De Grasse, è passato un mese e mezzo dalle Olimpiadi in cui oltre all’oro nei 200 e al bronzo nei 100 m, ha chiuso anche al terzo posto la 4x100. Ha realizzato quello che ha compiuto in Giappone?

Effettivamente anche a distanza di oltre un mese, non credo di averlo ancora compreso appieno, ma ora che la stagione volge al termine avrò il tempo per rifletterci e capirne la portata. So di aver compiuto qualcosa di importante, anche dalla reazione della gente, di chi mi sta vicino e delle persone per strada, che già mi riconoscevano prima, ma ora ancora di più e con grandissimo entusiasmo, non smettono di celebrarmi. E devo dire che questo mi fa sentire bene, è una bella sensazione e mi rende orgoglioso non solo a livello personale, ma anche per il mio Paese e la nostra gente. E mi sprona a migliorare ancora.

Dopo tanti bronzi e argenti, possiamo dire che è stata una liberazione vincere l’oro?

Direi proprio di sì, è stata una gioia grandissima e per certi versi anche un sollievo. Nel corso degli anni avevo già conquistato diverse medaglie, ma non l’oro e questo nonostante non avessi mai smesso di allenarmi al massimo, anche dopo le delusioni. Mi era sempre mancato quel qualcosa per compiere l’ultimo passo, ma fortunatamente la mia famiglia mi ha trasmesso valori quali la pazienza, la perseveranza e la cultura del lavoro, che mi hanno aiutato a non mollare. E alla fine tutto questo ha pagato.

Pensa che ora la sua vita cambierà?

Certo, indubbiamente sì. Mi porterà più fama e più soldi, che dovrò essere bravo a gestire e magari a sfruttare per dare l’esempio. Mi piacerebbe essere un modello che possa ispirare le nuove generazioni e motivarle, in particolare i bambini e le bambine canadesi, voglio far capire loro che se io ho vinto una medaglia d’oro, possono farlo anche loro. Quindi sì, questo titolo per me rappresenta uno di quei momenti che ti cambiano la vita, ma ciò non significa che cambierò anche io, anzi cercherò di rimanere sempre lo stesso e di continuare a lavorare come ho fatto negli ultimi anni. E vincere altre medaglie.

In particolare una immaginiamo…

Sì, quella dei cento metri. È uno dei miei grandi obiettivi a livello sportivo. Chiaramente continuerò a correre anche i duecento, di cui detengo già il record nazionale (il 19”62 registrato proprio in finale a Tokyo, ndr), ma i cento sono una sfida personale, anche perché appunto a differenza dei duecento il record canadese (9”84) è ancora nelle mani di due elementi che mi hanno ispirato e riuscire a raggiungerli per me vorrebbe dire moltissimo. Mi riferisco a Donovan Bailey e Bruny Surin, due tra i più grandi dell’atletica canadese. Donovan ha vinto l’oro olimpico nei 100 m ad Atlanta 1996 (quando io avevo appena 4 anni) e parlo spesso con lui, abbiamo una bella relazione e mi dà sempre ottimi consigli, è un mentore per me. Anche Bruny (oro proprio assieme a Bailey nella 4x100 m ad Atlanta, ndr) è molto disponibile e mi motiva continuamente dicendomi che posso battere il record, per cui è un obiettivo al quale tengo molto. Per raggiungerlo devo abbassare il mio personale (9”89) di cinque centesimi, che possono sembrare pochi ma a questi livelli non lo sono, di conseguenza ho ancora tanto lavoro davanti, ma so che ce la posso fare.

Pensando allo sport in Canada, in primis ci vengono in mente hockey e basket, cosa l’ha spinta verso l’atletica?

Sono cresciuto giocando a hockey e a basket come la maggior parte dei bambini canadesi, poi un giorno il mio futuro allenatore Tony Sharpe (ex sprinter, ndr) mi disse che avevo un grande potenziale e che avrei dovuto lasciar perdere gli altri sport e dedicarmi alla velocità. Inizialmente non volevo, preferivo continuare a giocare a pallacanestro e persino a calcio, poi mi convinsi di provare a praticare l’atletica perlomeno in estate e visto che ogni estate miglioravo tantissimo, dal college in poi (grazie anche a una borsa di studio per gli Stati Uniti) decisi di focalizzarmi unicamente sull’atletica, con Sharpe che mi diceva che sarei potuto diventare uno degli uomini più veloci al mondo e un campione olimpico. Direi che ho fatto bene ad ascoltarlo. E devo anche dire che l’atletica in Canada negli ultimi anni ha guadagnato rispetto e credibilità, chiudendo almeno in parte il divario con gli sport citati e più praticati nel nostro Paese. Oggi ci sono più competizioni e anche gli sponsor sono più propensi a sostenere i nostri atleti e questo è un bene. Un contesto che logicamente favorisce una progressione anche nelle prestazioni e non è un caso che a Tokyo con sei medaglie (di cui 2 d’oro, ndr) sia stata una delle migliori Olimpiadi per la nostra atletica. E le prospettive per il futuro sono buone.

Ci dica qualcosa in più su di lei fuori dalla pista, sappiamo che la sua compagna è la campionessa del mondo 2019 dei 100 m ostacoli, la statunitense Nia Ali, e avete due figlie (più una dal matrimonio precedente della statunitense)…

Esatto, di tre anni e di tre mesi circa. Non è sempre facile riuscire a equilibrare il ruolo di padre e gli impegni e i sacrifici che l’atletica ad alti livelli richiede, ma tutto sommato credo di riuscirci piuttosto bene. Il fatto che anche mia moglie pratichi atletica, da una parte rende ancora più difficile combinare il tutto, dall’altra però fa sì che ci capiamo ancora meglio, sappiamo cosa vuol dire praticare uno sport ad alto livello. Per il resto sono una persona piuttosto normale, mi piace andare in spiaggia, al cinema, fare festa e visitare posti facendo il turista. Godermi la vita, insomma.

A proposito di turista, era la sua prima volta a Bellinzona, le è piaciuto il Ticino?

Assolutamente sì, è un posto magnifico, ci sono le montagne, i fiumi e i laghi, ho anche visitato i Castelli. Ma devo confessare che la cosa che mi ha colpito di più, è il gelato, in Canada non abbiamo gelato così buono, per cui tornerò sicuramente e mi piacerebbe portare la mia famiglia.

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