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Il ricordo
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23.11.2020 - 06:00
Aggiornamento: 11:39

Doris e il senso lieve della fama

Il Ticino piange Doris De Agostini la ‘dura’, esempio di come lo sport può essere vissuto ai massimi livelli con genuinità e il sorriso sulle labbra

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Che fosse nota come “la dura”, ammetto di averlo appreso ascoltando con interesse quanti la conoscevano bene, e avevano avuto modo di condividerne il percorso, magari partendo proprio da Airolo.

Il soprannome, però, ben si sposa con la Doris De Agostini ammirata da ragazzino in televisione, poi conosciuta in ambito tennistico, prima ancora che professionale. È lì, a bordo campo in occasione delle partite di Andrea e Alessia, o nei palazzetti che ospitavano gli incontri di Coppa Davis della Svizzera, che ho avuto il piacere di “disturbare” la ex campionessa che sapevo stare un po’ sulle sue. Un po’ schiva, certo, ma sempre sorridente e prodiga di qualche spunto interessante, arricchente. Tosta e schietta, a volte anche piuttosto severa nei giudizi, mai banale. 

Quindici anni fa, in occasione di un’intervista alla figlia allora promettente 11enne nonostante qualche iniziale reticenza dovuta a quella sua naturale “diffidenza” verso l’esagerata esposizione alla quale a volte i giornalisti tendono per mestiere a portare gli atleti, espresse un concetto molto interessante circa il rapporto tra lo sport d’élite e la scuola, invitando chi si occupa di formazione a trovare delle soluzioni affinché un giovane talento potesse portare avanti gli studi a fianco di un’attività sportiva intensa come è quella di chi ha le qualità per emergere in una disciplina. «Un allenamento dopo la scuola non deve diventare un peso». Una visione moderna, la sua, in anticipo su tempi che poi sono maturati nella direzione che aveva auspicato. Non urlata, però, bensì solo suggerita con l’eleganza e la discrezione che l’hanno sempre accompagnata negli anni in cui il suo ruolo era quello della mamma di una tennista molto promettente, non più quello della ex campionessa (che in fondo non ha voluto fare suo più di tanto).

Insegnava il rigore che è necessario nello sport di alto livello, per non lasciare nulla di intentato, ma lo accompagnava con il distacco di chi ha il senso della misura e sa quanto la sovraesposizione e l’esasperazione possono costare, in termini di energia. Già, perché quando trovai il coraggio – lei sempre così austera e fiera, io un po’ in soggezione, lo ammetto – di chiederle un’intervista sul suo passato di atleta, mi colpirono molto gli aggettivi che usò per spiegare le ragioni del suo ritiro prematuro dalle competizioni. Che poi prematuro non fu, visto che si definì svuotata, prosciugata, esausta.  

Ci è passata, dai fasti misti ai sacrifici e alla sofferenza, da critiche ingenerose alla soddisfazione delle medaglie e delle vittorie. Ha toccato il cielo con un dito ma ha vissuto senza farne un vanto, da persona semplicemente orgogliosa del proprio percorso. Da campionessa che ben rappresenta le eccellenze che il Ticino continua a fare salire sulla ribalta mondiale. Il Ticino dello sport le deve tantissimo. Doris De Agostini ha saputo coniugare alla perfezione talento e determinazione, rigore e distacco. Ha dato l’esempio, sfidando se stessa, prima che gli altri, non ponendosi limiti. Senza però bearsi con esuberi d’orgoglio o con rivincite postume. Le dobbiamo molto per averci fatto capire quale significato si può dare alla fama, quale insegnamento si può trarre da una carriera ai massimi livelli. Soppesando le parole, con il sorriso sulle labbra.

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