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17.05.2020 - 17:33
Aggiornamento: 19:00

Riva, l'addio è un arrivederci. 'La A resta il nostro traguardo'

Francesco Markesch parla dei motivi che hanno portato all'auto-retrocessione delle ragazze momò. 'Scelta ideale per far maturare le giovani senza stress'

di Dario 'Mec' Bernasconi
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Francesco Markesch in compagnia del coach Valter Montini (Ti-Press/Crivelli)

Quando s'è saputo, ormai una decina di giorni fa, che il Riva Basket aveva deciso di chiedere la retrocessione in Lega nazionale B, la notizia non ha meravigliato coloro che vivono quotidianamente la realtà del basket ticinese e svizzero, dato che le situazioni dei vari club sono molto ondivaghe. Ma se per la A maschile ci sono situazioni rosee per la metà dei club, il settore femminile vive da anni una crisi di crescita, sia perché le ragazze che arrivano nella massima serie sono sempre meno, sia perché reperire sponsor e attività di sostegno è complesso. Per un realtà come Riva San Vitale, comune di circa 2500 abitanti, avere un squadra in A è un notevole impegno, un po’ come per l’Ambrì dell’hockey, ma beninteso con un impatto mediatico, di sponsor e di tifosi che è meno di un centesimo. Ciò non toglie che da 17 anni il Riva Basket calcava i parquet di Lega nazionale A, con un titolo in bacheca nel 2008 e una Coppa Svizzera nel 2016. Due autentici miracoli per una società che ha sempre avuto un budget fra i 120 e i 130 mila franchi, al cospetto di avversarie con risorse due o tre volte superiori.

«Sono quarant’anni che sto in questo club, 25 in qualità di presidente, e sono felice di esserci ancora - dice il dirigente momò Francesco Makesch -. Ho avuto il piacere di dividere questo percorso con validi collaboratori a livello dirigenziale e tecnico, e abbiamo costruito un settore femminile di tutto rispetto sia nel contesto cantonale, con 19 titoli nelle varie categorie giovanili e 22 Coppe Ticino, sia a livello nazionale con 11 titoli. Senza contare un settore minibasket sempre efficiente, con oltre 150 ragazze e ragazzi. E poi la Lega nazionale A, dal 2003 fino... all’altro ieri»

La scelta di un'auto-retrocessione non sconvolge? «Diciamo che è stata una decisione difficile per tutti, ma al tempo stesso consapevole e condivisa con il coach Valter Montini. Non è stata una scelta frutto di una stagione senza vittorie, bensì di una chiara lettura della realtà. Con una determinazione e un attaccamento alla società commovente, da parte di ragazze sempre presenti e pronte a dare tutto quanto possibile, con un atteggiamento che avrebbe meritato il titolo... Però a settembre ci saremmo ritrovati ai piedi della scala, con un gruppo di giovani quasi tutto U17. O meno, visto che se ne andranno tre U19. A questo punto abbiamo deciso che il campionato di B avrebbe aiutato maggiormente nel percorso di crescita, perché il divario fisico e tecnico fra le nostre giovanissime e la maggioranza delle avversarie sarebbe diventato ancor più elevato».

Quindi una soluzione per crescere senza preoccupazioni legate alla differenza di potenziale con le altre squadre? «Esatto, questo è il motivo della nostra scelta, del comitato e del coach. Ci siamo detti che abbiamo ragazze motivate, con un buon potenziale, ma che devono mettere qualche chilo e qualche centimetro in più, oltre che a migliorare nei fondamentali individuali e di squadra. La B dovrebbe essere l’ambito ideale per fare queste crescite senza stress emotivi legati alle continue sconfitte».

L’obiettivo, comunque, rimarrà il ritorno in Lega nazionale A... «Certo, questo è il traguardo che proveremo a raggiungere in un paio di stagioni. Abbiamo delle U17 che hanno già cominciato a muoversi in A quest’anno, altre sono sulla buona strada. Poi, dietro c'è un settore giovanile solido e che cercheremo di potenziare ulteriormente nei prossimi anni, così da garantirci continuità nel futuro».

Ma le sinergie con il territorio? «Direi che funzionano bene, visto che siamo la punta di diamante del settore femminile in Ticino. Da due anni collaboriamo con il Cassarate e lo stesso facciamo con altre società del Mendrisiotto con le quali abbiamo una scambio dopo il minibasket, fra ragazzi e ragazze. E questo è possibile perché c’è un grande aiuto e molta disponibilità delle famiglie e sostenere le loro figlie, portandole in palestra dai vari comuni».

Si parlava di un budget societario attorno ai 120'000 franchi: senza la A, adesso, come sarà? «Sinora abbiamo goduto degli appoggi fondamentali del Comune di Riva e delle Ail, che coprivano un quarto del budget, e fino a due anni fa di uno sponsor principale da circa 20'000 franchi: la metà restante era coperta da altri sponsor, definiti minori quanto essenziali, e dalle manifestazioni organizzate da noi. Abbiamo sempre fatto il passo secondo la gamba, cosa che ci ha permesso di trascorre 40 anni di vita senza buchi né baratri. Ora dovremo saper presentare un “nuovo prodotto” per ricevere adeguati sostegni, ma sono certo che non resteremo inascoltati».

Il segreto di tanta fiducia? «Il Riva Basket è concepito come una grande famiglia, dove il senso di appartenenza è un aspetto reale quanto essenziale. Da noi, indigene e non, straniere comprese, si sentono subito accolte e inserite. È la nostra forza, sostenuta da un gruppo di allenatrici e allenatori che hanno sposato i nostri ideali, da autorità consapevoli del valore di questa società nel contesto sociale e dai genitori che non ci fanno mai mancare il loro appoggio e da un nucleo di tifosi, piccolo quanto essenziale per le nostre dimensioni. Cosa volere di più?». Diciamolo noi, il ritorno in Lega nazionale A.

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