scienza e medicina

La malaria, il nemico che cambia volto

Pubblicato su Nature, lo studio della dottoressa Junqueira apre nuove possibilità contro una malattia che affligge il continente africano

La rete: una connessione tra più mondi. (Installazione dell’artista brasiliano Ernesto Neto, GaiaMotherTree, 2018, presso la stazione di Zurigo)
(Fondation Beyeler. Photo: Mark Niederman)
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Ci sono malattie che sfidano la medicina perché sono difficili da curare. E poi ci sono malattie che sfidano prima di tutto la capacità del nostro sistema immunitario di riconoscerle. La malaria appartiene a questa seconda categoria. Il parassita che la causa, il Plasmodium, è un avversario elusivo: cambia forma, cambia ambiente, cambia volto. Entra nell’organismo attraverso la puntura di una zanzara, raggiunge il fegato, invade le cellule, si moltiplica e poi passa nel sangue, assumendo caratteristiche diverse lungo il suo ciclo vitale. Per il sistema immunitario è come inseguire un nemico che, ogni volta che sembra essere stato identificato, si presenta con un’altra faccia.

È proprio da questa difficoltà che prende avvio il lavoro di Caroline Junqueira, Direttrice di Laboratorio all’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona, affiliato all’Università della Svizzera italiana. Il suo studio, pubblicato su Nature, propone un modo nuovo di guardare all’immunità contro la malaria. Invece di concentrarsi principalmente sugli anticorpi, come hanno fatto per decenni molte strategie vaccinali, la ricerca di Junqueira porta l’attenzione su un’altra componente del sistema immunitario: i linfociti T CD8+, cellule capaci di riconoscere ed eliminare direttamente cellule infette.

È necessario prendere bene la mira

Junqueira restituisce un’immagine che affascina per quanto il nostro sistema immunitario ne risulti complesso ed elegante al contempo. Paragonandolo a uno stratega militare, infatti, gli conferisce l’autonomia e l’autorevolezza per individuare le minacce esterne e metterne in atto la sconfitta. Ma se il nemico cambia continuamente volto, come può essere effettivamente identificato? La malaria è difficile da combattere proprio perché il parassita attraversa fasi molto diverse tra loro, nell’uomo e nella zanzara, modificando il repertorio di molecole che espone. Un vaccino efficace dovrebbe quindi riuscire a individuare qualcosa che non cambi, un segnale stabile, un frammento riconoscibile anche quando tutto il resto si trasforma.

La scoperta del gruppo di Junqueira va in questa direzione. Attraverso un approccio chiamato immunopeptidomica, basato sulla spettrometria di massa, i ricercatori sono riusciti a identificare frammenti proteici del parassita esposti sulla superficie delle cellule infette. Sono piccoli segnali molecolari, una sorta di “indirizzo” che permette ai linfociti T CD8+ di capire che quella cellula è stata invasa e deve essere eliminata. La ricercatrice descrive questo incontro con un’espressione suggestiva: una sinapsi immunologica, un contatto ravvicinato tra cellula immune e cellula bersaglio, quasi un “bacio della morte”. Se il linfocita riconosce il frammento giusto, colpisce.

Il lavoro non si è limitato a identificare questi frammenti. La parte decisiva è stata dimostrare che fossero davvero riconosciuti dal sistema immunitario. “Non bastava trovarli”, spiega Junqueira nell’intervista. “Dovevamo dimostrare che erano reali”. Il gruppo ha quindi validato gli antigeni usando campioni di pazienti con malaria e confrontandoli con diverse specie di Plasmodium, tra cui Plasmodium vivax, Plasmodium falciparum, responsabile della maggior parte dei casi di malaria in Africa, America Centrale e del Sud, e altre specie che infettano primati non umani o modelli sperimentali. Il risultato è particolarmente rilevante perché molti degli antigeni identificati sono conservati tra specie diverse e presenti in più fasi del ciclo vitale del parassita.

Una nuova possibilità universale

È qui che il lavoro assume una portata più ampia. I vaccini contro la malaria approvati negli ultimi anni rappresentano un progresso importante, ma si basano su una proteina espressa in una finestra molto breve dell’infezione, nella fase iniziale in cui il parassita entra nell’organismo prima di raggiungere il fegato. Se il sistema immunitario non riesce a bloccarlo in quel momento, l’infezione può proseguire. Gli antigeni identificati dal gruppo di scienziati coordinati da Junqueira, invece, sembrano offrire una mappa più ampia: non un solo bersaglio, limitato a una fase specifica, ma una serie di segnali presenti in momenti diversi e condivisi da più specie del parassita. Per questo la ricercatrice parla della possibilità, ancora da sviluppare, di un vaccino più universale contro la malaria.

La parola “possibilità” è importante. La ricerca pubblicata su Nature non rappresenta ancora un vaccino disponibile per la popolazione, ma apre una strada. Junqueira lo dice con chiarezza: il lavoro ha identificato 166 antigeni che prima non erano considerati candidati per un vaccino contro la malaria. Di fatto, dice, “abbiamo aperto il vaso di Pandora della malaria”. Alcuni di questi antigeni potranno essere esplorati dal suo gruppo, altri potranno diventare risorse per la comunità scientifica internazionale. La scoperta non risolve un interrogativo: apre la strada a molte altre domande.

La dimensione internazionale è stata essenziale. Il progetto ha coinvolto circa quaranta autori e laboratori in diversi Paesi, dagli Stati Uniti alla Germania, fino all’Africa e al Brasile. Junqueira sottolinea che nessuno può fare scienza da solo. Per lei, guidare questo lavoro ha significato non solo dirigere un progetto scientifico, ma coordinare esperti internazionali in immunologia, biologia cellulare e tecniche di indagine avanzate, insieme al servizio di una causa globale. “Nessuno sa tutto”, dice. “Bisogna conoscere e fidarsi di chi sa”. È una definizione molto concreta della scienza contemporanea: non un’impresa solitaria, ma una rete di persone, strumenti e conoscenze che si incontrano intorno a una domanda comune.

Un lungo percorso

Junqueira lavora su questo filone di ricerca da circa quindici anni; il progetto specifico pubblicato su Nature ha richiesto sette anni di lavoro, con una pandemia nel mezzo. Una parte cruciale degli esperimenti doveva essere svolta nel cuore dell’Amazzonia, perché il Plasmodium vivax non può essere coltivato facilmente in laboratorio: servono campioni freschi di pazienti, raccolti e analizzati rapidamente, senza poterli congelare e rimandare a un secondo momento. Durante la pandemia, viaggiare e lavorare sul campo è diventato impossibile per anni. Eppure il progetto è andato avanti.

Questo livello di passione ci avvicina alla visione scientifica di Junqueira. Dirige il Laboratorio di Immunobiologia all’IRB, un nome che riflette il suo modo di intendere la ricerca: un’immunologa appassionata di biologia cellulare, interessata a comprendere non solo quali molecole siano coinvolte nella risposta immunitaria, ma come le cellule si riconoscano, come si tocchino, come decidano se eliminare una cellula bersaglio. La domanda di fondo è semplice solo in apparenza: come fa una cellula immune a capire chi è il nemico?

Nel caso della malaria, questa domanda diventa particolarmente difficile perché il nemico è mobile, mutevole, biologicamente sofisticato. Ma proprio per questo la scoperta assume valore. Identificare frammenti conservati del parassita significa offrire al sistema immunitario, e alla ricerca vaccinale, nuovi indizi per riconoscere ciò che finora sembrava sfuggire. È come trovare una firma nascosta sotto molti travestimenti.

Reti scientifiche per problemi globali

Accanto alla scienza, nell’intervista emerge anche un racconto personale. Pubblicare questo lavoro su Nature, dopo tanti anni di ricerca, rappresenta per Junqueira la chiusura di un ciclo, ma anche l’apertura di una porta più grande. Non solo per la sua carriera, ma per il campo della malaria. La ricercatrice parla di radici che crescono, di una maturità nuova: non soltanto guidare il proprio laboratorio, ma costruire e coordinare reti scientifiche capaci di affrontare problemi globali.

E poi c’è Caroline bambina. Alla domanda su cosa direbbe oggi alla sé stessa di allora, risponde con convinzione: “Ce l’hai fatta!”. Racconta di aver sognato di diventare scienziata fin da quando aveva tre anni, e di aver desiderato, già dall’infanzia, di occuparsi di biochimica. Oggi è orgogliosa del proprio percorso, non perché sia arrivata a una conclusione, ma perché sente di essere sulla strada giusta. “Quello che faccio può aiutare molte persone nel mondo”, afferma.

È forse questa la chiave più bella per leggere il suo lavoro. Dietro la complessità tecnica dell’immunopeptidomica, degli antigeni, dei linfociti T e delle molecole HLA, c’è una domanda profondamente umana: come possiamo riconoscere ciò che ci minaccia, anche quando cambia volto? La risposta non è ancora definitiva, ma grazie a questo studio la scienza dispone di nuovi indizi. E, nella lunga battaglia contro la malaria, riconoscere il nemico è già un passo decisivo.

In breve

Caroline Junqueira è Group Leader all’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona, affiliato all’Università della Svizzera italiana (USI), dove dirige il Laboratorio di Immunobiologia. Dopo la formazione in Brasile, ha proseguito la sua carriera in istituti di ricerca internazionali, tra cui la Harvard Medical School, sviluppando un approccio interdisciplinare all’immunologia e alla biologia cellulare.

Il suo laboratorio studia come le cellule del sistema immunitario riconoscano ed eliminino le cellule infette. Le sue ricerche mirano a comprendere come questi processi possano essere sfruttati per sviluppare nuove strategie contro malattie infettive e altre patologie immuno-mediate.

Nel 2026 ha firmato come autrice senior uno studio pubblicato su Nature che ha identificato nuovi antigeni del Plasmodium, aprendo nuove prospettive per lo sviluppo di vaccini contro la malaria con una protezione più ampia e duratura. Fuori dal laboratorio ama andare a cavallo, passeggiare nella natura e trascorrere il tempo con sua figlia.

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