Salute mentale

Quando stare bene è un piacere

Cosa significa prendersi cura di noi stessi? A volte la rincorsa al benessere può essere più faticosa del beneficio che ne traiamo

Quando stare bene è un piacere
Lasciamo spazio anche al relax
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Mangiare correttamente, muoversi, dormire abbastanza, limitare l’alcol, mantenere attiva la mente, coltivare le buone amicizie. Conosciamo molti comportamenti che favoriscono la nostra salute. Eppure stare bene richiede oggi molta attenzione. Ci occupa, ci preoccupa e, a volte, finisce per diventare una fatica più che un piacere.

Intorno a questa crescente domanda di benessere è nata un’enorme industria: diete, integratori, applicazioni, dispositivi per misurare il sonno e l’attività fisica, programmi di mindfulness, tecniche di biohacking e strategie più o meno fantasiose per rallentare l’invecchiamento. Il bioeticista Arthur Caplan ha recentemente ricordato che nel 2024 l’economia mondiale del wellness valeva circa 6’800 miliardi di dollari. Non tutto ciò che propone è inutile, naturalmente. Ma una parte considerevole di questo mercato prospera su interventi basati su evidenze incerte e, soprattutto, sull’idea che ci sia sempre qualcosa di noi che potremmo migliorare.

È contro questo rumore di fondo che il medico di salute pubblica Ezekiel Emanuel ha scritto un libro dal titolo provocatorio: Eat Your Ice Cream. La sua proposta è in fondo semplice: anziché inseguire continuamente nuove formule per stare meglio e vivere più a lungo, conviene tornare a ciò che sappiamo davvero sulla salute. Le indicazioni più solide sono spesso anche le più ordinarie e non richiedono di trasformare la nostra vita in un continuo esercizio di ottimizzazione. E, soprattutto, lasciano spazio al piacere: possiamo persino concederci un gelato!

Il benessere è (anche) tra di noi

Tra queste indicazioni, una merita forse più attenzione di quanta siamo soliti darle: l’importanza degli altri. È il messaggio centrale di The Good Life, nel quale lo psichiatra Robert Waldinger e lo psicologo Marc Schulz raccontano ciò che hanno imparato dall’Harvard Study of Adult Development, uno dei più lunghi studi sullo sviluppo adulto mai realizzati. Seguendo per decenni le traiettorie di vita delle persone, una conclusione emerge con particolare forza: la qualità delle nostre relazioni conta molto per il benessere e per la salute.

Altre ricerche arrivano a risultati impressionanti. Un’ampia analisi che ha riunito quasi 150 studi e oltre 300’000 persone ha mostrato che avere buone relazioni sociali si associa a una maggiore sopravvivenza nel tempo. Il dato è sorprendente: questa dimensione della nostra vita sembra contare per la salute quanto alcuni fattori di rischio ben noti, come il fumo e il consumo di alcol, e nello studio persino più dell’inattività fisica e dell’obesità. Gli stessi autori suggeriscono una possibile spiegazione: le relazioni possono favorire comportamenti salutari e aiutare ad affrontare meglio lo stress. Molte proposte dell’industria del benessere mirano a ridurre lo stress, che però spesso non dipende da noi. La psicologia, partendo dalle teorie sullo stress, si concentra invece sul modo in cui valutiamo ciò che ci accade e sulle strategie che possiamo attivare per affrontarlo. Una stessa difficoltà può apparirci come una minaccia di fronte alla quale abbiamo poche risorse, oppure come un problema difficile ma gestibile. Proprio grazie alla nostra natura sociale e alle nostre capacità empatiche, gli altri non si limitano a rassicurarci: possono aiutarci a dare un significato diverso a ciò che ci accade, a vedere alternative e ad attivare risorse e strategie che da soli potremmo non considerare.

Guardiamo allora il benessere al di fuori del perimetro del singolo individuo. Stare bene significa occuparsi di sé e degli altri, farsi aiutare, appartenere a una comunità, condividere esperienze e affetti. Una parte importante della nostra salute si costruisce in gruppo, tra le persone. C’è qualcosa di profondamente semplice in questa constatazione. Una passeggiata con qualcuno può essere al tempo stesso attività fisica, relazione e piacere. Una cena condivisa non è soltanto la somma dei suoi nutrienti. Il benessere, visto così, smette almeno in parte di essere qualcosa che dobbiamo aggiungere alla nostra giornata e torna a essere qualcosa che possiamo trovare nella vita quotidiana.

C’è una formula uguale per tutti?

Qui, però, emerge un primo limite. Dormire abbastanza è certamente una buona idea. Ma è più facile per chi non lavora su turni o non deve conciliare due impieghi. Mangiare bene è auspicabile, ma reddito, istruzione e tempo a disposizione condizionano anche ciò che mettiamo nel piatto. Coltivare le relazioni protegge la salute, ma persino la solitudine non è sempre una scelta. Caplan coglie uno dei punti deboli della cultura del wellness: anche un consiglio scientificamente corretto può risultare ingenuo se presuppone che tutti abbiano le stesse possibilità di seguirlo. Anche in un Paese ricco come la Svizzera la salute segue un gradiente sociale: chi dispone di maggiori risorse economiche ed educative tende a vivere in condizioni più favorevoli alla salute e ad avere maggiori possibilità di adottare comportamenti salutari.

È qui che promozione della salute e prevenzione possono fare la differenza: non soltanto informando le persone, ma contribuendo a creare condizioni che rendano i comportamenti salutari possibili e più facili nella vita quotidiana. La psicologia della salute lavora proprio su questa distanza tra sapere cosa ci fa bene e riuscire a farlo, considerando insieme persone, relazioni e contesti. La salute, da questo punto di vista, non è soltanto una responsabilità individuale, ma anche collettiva.

Quando il benessere diventa una prestazione

Attribuire tutta la responsabilità all’individuo può invece avere un effetto paradossale: prendersi cura della propria salute è utile, ma sorvegliarla continuamente non significa necessariamente stare meglio.

La ricerca sull’ansia di salute rivela un meccanismo interessante. Quando temiamo che qualcosa non vada, cerchiamo informazioni, controlliamo un sintomo o chiediamo rassicurazioni. Questo può tranquillizzarci. Ma la rassicurazione può durare poco: una nuova sensazione corporea o una nuova informazione riaprono il dubbio e ci inducono a controllare ancora. Studi condotti su grandi gruppi di persone mostrano infatti una relazione consistente tra l’ansia per la propria salute e la ricerca ripetuta di informazioni sanitarie online. Il problema, naturalmente, non è informarsi né utilizzare un orologio che misura il battito cardiaco o il sonno. Questi strumenti possono essere utili. Il punto è che, nelle persone più vulnerabili, il controllo può diventare esso stesso una risposta all’ansia e finire per mantenerla: controllo, rassicurazione, nuovo dubbio, nuovo controllo. La tecnologia rende questo paradosso particolarmente attuale. Possiamo sapere quanti passi abbiamo fatto, quanto abbiamo dormito, come varia il nostro battito cardiaco, quante calorie abbiamo consumato. Applicazioni e strumenti basati sull’AI possono interpretare queste informazioni e offrirci suggerimenti personalizzati su cosa mangiare, come respirare, quanto allenarci e persino su come rilassarci. Il rischio è che ogni aspetto del nostro benessere finisca per diventare qualcosa da misurare e migliorare. Così, quasi senza accorgercene, anche il benessere può trasformarsi in una prestazione, qualcosa in cui dobbiamo riuscire. E quando stare bene dipende, apparentemente, soltanto da quanto siamo bravi a prenderci cura di noi stessi, anche stare male rischia di apparire come un fallimento personale. E così la malattia rischia di suscitare un senso di colpa.

Il comfort di una vita imperfetta

Forse possiamo allora leggere il provocatorio invito di Emanuel a mangiare il nostro gelato in modo un po’ più ampio. La ricerca scientifica ci offre indicazioni importanti su come prendersi cura della propria salute. Ma ci ricorda anche qualcosa che l’industria del wellness rischia di farci dimenticare: il benessere non è il risultato di un individuo che riesce a ottimizzare perfettamente se stesso. Dipende dalle condizioni in cui viviamo e dalle possibilità che abbiamo. Dipende anche da come affrontiamo le difficoltà e dalla capacità di convivere con una certa incertezza e imperfezione. E, come suggerisce la ricerca sulle traiettorie di vita, dipende moltissimo dalle nostre relazioni. Forse, allora, conta certamente cosa contiene quel gelato. Ma conta anche il piacere di mangiarlo e con chi lo stiamo mangiando.

Non è un invito a trascurare la salute. Al contrario. È un modo diverso di pensarla: prenderci cura di noi stessi non per raggiungere una versione di noi perfettamente ottimizzata, ma per poter fare le cose che danno valore alla nostra vita. La salute è una risorsa per una vita buona.

Convegno al benessere del terapeuta

Anche chi si occupa professionalmente del benessere degli altri ha bisogno di prendersi cura del proprio. Per questo ATP dedica il suo prossimo convegno, che si svolgerà venerdì 16 ottobre a Lugano, al benessere del terapeuta, esplorando come affrontare la fatica emotiva del lavoro clinico e coltivare equilibrio, senso e qualità della presenza nella relazione di cura. Tutto il programma su atp.psychologie.ch

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