L'illustrazione di Alex Barbey
Impact
27.06.2019 - 21:510

Europeisti ed euroscettici non si parlano più. A meno che..

L'iniziativa del Zeit Online e di altri media di tutta Europa ha permesso a persone con visioni diverse sull'Ue di incontrarsi e discuterne

Brexit, cambiamenti climatici, migranti... molti temi come questi dividono gli europei, alimentando la sfiducia e l’incomprensione tra i cittadini. 

Per colmare il divario, un gruppo di giornalisti del giornale tedesco Zeit Online, insieme ai media di tutta Europa (arte.tv in Francia e Germania, Financial Times in Gran Bretagna, Politiken in Danimarca, HuffPost e La Repubblica in Italia, Capital in Bulgaria, Delfi in Estonia e Lettonia, De Standaard e Knaack in Belgio, Der Standard in Austria, EfSyn in Grecia, Gazeta Wyborcza in Polonia, Helsingin Sanomat in Finlandia e Morgenbladet in Norvegia) hanno condotto un esperimento chiamato Europe Talks, un paio di settimane prima delle elezioni europee. L’idea era quella di ospitare conversazioni faccia a faccia tra persone di diversi Paesi che avevano opinioni politiche opposte. 
Philip Faigle, Special Projects Editor di Zeit Online e uno dei project leader di Europe Talks, ha raccontato come questo tipo di iniziativa possa aiutare a rompere gli stereotipi.

In un’epoca di forum online, social media e canali di informazione 24 ore su 24, perché riunire politici di pensiero opposto e di diversi Paesi? 

Tutto è iniziato in sala stampa, pochi mesi prima delle elezioni generali tedesche del 2017, che hanno rivelato una serie di argomenti controversi che stavano dividendo la società. La nostra idea era di innescare confronti tra persone che avevano punti di vista opposti, per avviare un dibattito al di fuori del loro solito contesto. Questo è stato l’inizio di Germany Talks. Abbiamo posto ai nostri lettori online una serie di domande su temi come i rifugiati, l’energia nucleare o la Russia, e se erano disposti ad incontrare qualcuno con opinioni opposte. Poi li abbiamo accoppiati con un algoritmo, una sorta di Tinder per persone con opinioni politiche opposte. Una volta completato il processo di abbinamento, si sono incontrati di persona. Alcune discussioni sono durate una mezz’ora; altre sono andate avanti per nove ore. Nel complesso ha funzionato davvero bene. 

Che cosa sperava di ottenere con Europe Talks? 

Il nostro obiettivo era far sì che persone provenienti da diversi Paesi europei parlassero tra loro, come avevamo fatto in Germania, e scoprissero come pensano i loro concittadini europei. La nostra impressione era che la gente in Germania potrebbe non sapere come vive effettivamente un camionista in Francia che partecipa al movimento dei gilet gialli, o quali sono state le ragioni per cui qualcuno nel Regno Unito ha votato per la Brexit. In vista delle elezioni europee, abbiamo pensato che queste conversazioni avrebbero potuto aiutare la gente a comprendere meglio gli eventi che si svolgono altrove nell’Unione Europea, discutendo di argomenti che creano divisioni, come le tasse sui carburanti per affrontare il cambiamento climatico, i controlli alle frontiere nazionali, o se i Paesi ricchi debbano aiutare quelli più poveri. 

Come ha funzionato? 

Abbiamo collaborato con 15 redazioni di diversi Paesi europei e abbiamo avviato il processo di registrazione nel marzo 2019. Le persone che hanno voluto partecipare hanno dovuto rispondere a sette domande che ci hanno permesso di abbinarle a qualcuno di un Paese vicino. Circa 21mila persone provenienti da 33 Paesi – più di quelli dell’Unione Europea – si sono registrate e più di 16mila hanno confermato la loro volontà di partecipare. Il nostro algoritmo ha trovato un partner per quasi tutti, ma alla fine 6mila persone hanno effettivamente partecipato all’incontro, che è un buon numero se si considera che dovevano attraversare le frontiere. Alcuni si sono incontrati online, in videoconferenza, ma alcuni hanno effettivamente percorso distanze maggiori – per esempio, un cittadino greco ha incontrato un cittadino bulgaro. 

Come avete gestito i rischi di riunire persone con opinioni divergenti?

Eravamo consapevoli dei rischi, quindi abbiamo posto loro domande sul loro background prima di metterli a confronto. Abbiamo anche raccomandato che tutti si incontrassero in un luogo pubblico, non in casa. Tutto è andato bene: ci sono state discussioni accese, ma senza incidenti violenti. In realtà è stato il contrario: abbiamo ricevuto e-mail da parte di partecipanti che sono stati molto contenti delle loro conversazioni. Per l’esperienza Germany Talks, circa il 90% dei feedback è stato positivo. Dopo Europe Talks, abbiamo riunito circa 500 partecipanti a Bruxelles e tutti sembravano davvero soddisfatti del risultato.    

Ha sentito di qualcuno le cui opinioni  su un argomento sono cambiate?

Il Briq Institute e l’Università di Bonn hanno condotto uno studio dopo Germany Talks dimostrando che alcune persone hanno effettivamente cambiato opinione, anche se non era sempre chiaro in quale direzione. La ricerca ha anche dimostrato che i colloqui hanno ridotto gli stereotipi sulle persone dall’altra parte dello spettro politico. Ma la cosa che ci interessava di più era che le persone iniziassero un dialogo. 

Ci sono state sfide nel passare dall’iniziativa tedesca a un’esperienza transfrontaliera? 

C’è stata la questione linguistica. Le persone in Europa parlano molte lingue diverse, il che potrebbe essere il motivo per cui hanno difficoltà a comprendere le questioni che altri Paesi europei si trovano ad affrontare. Ci siamo chiesti se condurre il progetto in tutte le lingue e tradurre tutto. Alla fine abbiamo deciso di semplificare le cose e fare tutto in inglese.  

Questa esperienza indica che  il giornalismo si sta evolvendo, oltre a riportare le notizie, verso un ruolo più costruttivo e completo nella società?

Personalmente credo che questo tipo di progetto si inserisca perfettamente in una redazione. A volte ci si chiede se si tratta ancora di giornalismo. Dal mio punto di vista lo è. Creare un dibattito è sempre stato parte del Dna del giornalismo. 

Ci sarà un giorno un ‘World Talks’? 

Forse! Vogliamo assolutamente continuare a condurre esperienze come questa. È troppo presto per dire come, ma abbiamo molte idee. 

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