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12.10.2021 - 18:34
Aggiornamento: 18:55

A Creta le orme più antiche, forse di un ominide

Rinvenute nell’isola greca tracce risalenti a 6,2 milioni di anni fa, ma l’origine umana delle impronte non ha mai convinto la comunità scientifica

di Ats/Ansa
a-creta-le-orme-piu-antiche-forse-di-un-ominide
Potrebbero essere di un ominide ma la questione divide la comunità scientifica

Risalgono a 6,2 milioni di anni fa quelle che potrebbero essere le più antiche impronte di ominide mai scoperte. Si trovano a Creta, dove sono state viste per la prima volta nel 2017, e adesso sono state datate con precisione da ricercatori dell’università tedesca Eberhard Karls di Tubinga, nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Tuttavia, secondo buona parte della comunità scientifica le impronte non sarebbero di ominidi ma di scimmie antropomorfe, lontane dalla linea evolutiva umana. Trovate casualmente lungo una spiaggia nei pressi di Trachilos dal paleontologo polacco Gerard Gierlínski durante una vacanza a Creta, le tracce sono state dimenticate per anni, fino a quando Gierlínski non è tornato sull’isola greca per raccogliere nuovi elementi.

Le orme sono circa 50, lunghe tra 10 e 22 centimetri e sono state lasciate da un singolo individuo in movimento verso sud. Sono state lasciate da piedi con cinque dita sprovviste di artigli, con un dito più grande simile a un alluce e le altre quattro gradualmente più piccole. Segni come questi sono caratteristici degli ominidi, la famiglia dei primati cui appartiene l’Homo sapiens, nonché buona parte dei nostri progenitori e le attuali scimmie antropomorfe come scimpanzè e gorilla. Lo studio del 2017 datava le impronte a 5,7 milioni di anni fa, lo stesso periodo in cui si ritiene che i primi progenitori dell’uomo stavano evolvendo in Africa. La scoperta aveva del clamoroso perché, se confermata, avrebbe stravolto la storia dell’evoluzione umana, spostando la culla dell’umanità dall’Africa a Creta.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Proceedings of the Geologists’ Association, aveva subito attirato le attenzioni e la curiosità soprattutto delle comunità non specialistiche del web, mentre in ambito più accademico lo studio era stato accolto con un certo scetticismo. Gierlínski si lamentò addirittura di aver subito ‘bullismo’ dai colleghi. Nonostante le tante particolarità e la loro popolarità, le impronte di Trachilos non hanno mai convinto la comunità scientifica sulla loro origine ‘umana’ perché, come spiegava anche lo stesso Gierlínski nel suo studio: “Dobbiamo anche prendere in considerazione la possibilità che siano di un primate finora sconosciuto con un’anatomia del piede simile a quella pre-umana”.

Di quelle enigmatiche tracce non si è compreso molto di più, ma ora il nuovo studio dei ricercatori tedeschi è riuscito a determinarne la datazione con maggior precisione a 6,2 milioni di anni fa. “Un lavoro interessante e utile, perché fornisce una più solida cornice cronologica a impronte di un primate bipede di circa 6 milioni di anni fa, in una collocazione geografica insolita per un ominide, nel mezzo di un Mediterraneo che all’epoca era in parte asciutto”, osserva Giorgio Manzi, paleoantropologo dell’Università Sapienza di Roma.

Senza dover scomodare una ‘rivoluzione’ della storia umana, sulla base di una singola e non definitiva prova, appare più verosimile ipotizzare che le impronte di Trachilos potrebbero non essere state lasciate da ominidi bensì da creature lontane dalla nostra storia evolutiva: “Che si tratti di un nostro antenato è una faccenda complessa. Piuttosto – ha aggiunto Manzi – da qualche tempo mi sto convincendo che il bipedismo sia stato ‘sperimentato’ da più di una scimmia antropomorfa del tardo Miocene e che però non tutti questi esperimenti siano direttamente da ricondurre alla nostra evoluzione”.

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