L'analisi

Nagorno-Karabakh, un teatro di guerra ignorato

L’Occidente ha bisogno delle materie prime azere e non prende posizioni. Lo scenario caucasico è diventato marginale anche per Mosca

In sintesi:
  • In Azerbaigian esiste davvero un conflitto etnico con la minoranza armena e cristiana
  • L’Armenia non fa mistero di sostenere la secessione del Nagorno-Karabakh
(Keystone)
22 settembre 2023
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L’Azerbaigian ha compiuto nei giorni scorsi una pesante operazione militare nel Nagorno-Karabakh. La popolazione della regione, già provata, è in fuga. Lo scenario però è diverso dalla guerra in Ucraina. Mentre tra Russia e Ucraina le responsabilità sono chiare, tra Armenia e Azerbaigian sono più distribuite. In Azerbaigian, dove si parla una lingua turcofona e si pratica l’islam, esiste davvero un conflitto etnico con la minoranza armena e cristiana del Nagorno-Karabakh. La disputa covava sin dai tempi di Stalin ed è riesplosa alla fine dell’Unione Sovietica.

Benché la popolazione del Nagorno-Karabakh sia di etnia armena, la regione è legittimamente parte dell’Azerbaigian. Lo riconoscono innumerevoli pronunce delle Nazioni Unite. In Nagorno-Karabakh esiste un movimento per l’indipendenza, ma i due referendum indipendentisti (1991 e 2006), privi di basi legali, non sono riconosciuti dalla comunità internazionale, se non da un manipolo di Stati vicini alla Russia.

Di fronte a queste spinte separatiste, l’Azerbaigian ha ragione di tutelare la propria integrità territoriale. Lo fa, però, con strumenti sbagliati. Ignorando le esortazioni delle istituzioni internazionali distrugge i monumenti cristiani, isola la popolazione armena e non ne rispetta i diritti fondamentali di autonomia, blocca le forniture energetiche e le vie d’accesso alla regione. In questo contesto, come se non bastasse, s’inserisce l’operazione militare di questi giorni. Agli abitanti non resta che fuggire, ammassandosi in aeroporto. È sempre più chiara la volontà di una ‘pulizia etnica’ ai danni della minoranza armena.

L’Armenia, da parte sua, non fa mistero di sostenere la secessione del Nagorno-Karabakh. È intervenuta militarmente in territorio azero e condiziona il traffico stradale verso il Nakhchivan, una regione azera che dall’Azerbaigian si raggiunge attraversando l’Armenia. Nessuno dei due Stati, perciò, si attiene a una corretta condotta internazionale.

Con la guerra in Ucraina, l’Azerbaigian ha intensificato la sua azione. Il Paese è diventato un importante fornitore, alternativo alla Russia, di gas e petrolio. L’Occidente ha bisogno delle materie prime azere e non prende posizioni decise contro ciò che sta accadendo. Il teatro di guerra caucasico è ignorato dai più.

L’Azerbaigian è sostenuto dalla Turchia. Erdogan sogna di costituire con il suo vicino un mini-impero informale tra Mediterraneo e Asia centrale, di cui sarebbe la componente più forte. Un progetto che strangolerebbe l’Armenia e suscita la triste memoria del genocidio di armeni perpetrato dai turchi alla fine della Prima guerra mondiale. L’Armenia, invece, è vicina alla Russia. Nel 2020 Mosca aveva inviato una forza d’interposizione, per arginare il conflitto. Oggi i russi sono sotto pressione in Ucraina e devono riorganizzarsi in Africa, dopo la vicenda Wagner-Prigozhin. Lo scenario caucasico è diventato marginale anche per Mosca. Di recente, il capo del governo armeno, Nikol Pashinyan, deluso dall’inefficacia dei russi, si è detto a favore di un avvicinamento all’Europa, suscitando le ire del Cremlino.

Per l’Europa, i tre Stati del Caucaso sono importanti. L’Azerbaigian lo è per le forniture energetiche. Georgia e Armenia oscillano tra cooperazione con l’Ue e influenza russa. È bene per l’Europa che in quella regione strategica, a cavallo tra Occidente, Asia e Russia, si sviluppino Stati affidabili.

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