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02.11.2020 - 06:00
Aggiornamento: 15:03

Il giorno più lungo degli Stati Uniti

La posta in palio va ben oltre la contabilità di successi e insuccessi; riguarda la statura morale di un leader da cui dipendono in parte i destini di noi tutti

di Roberto Antonini, giornalista Rsi
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'Captain chaos' (Keystone)

Che l’America si sia addentrata da tempo nelle zone limitrofe della follia e dell’incubo lo attesta il clima preinsurrezionale che in molti paventano. La vendita delle armi da fuoco esplode (+75%), sui social si moltiplicano gli appelli alla guerra civile, un’ottantina di milizie suprematiste di estrema destra, con la loro girandola di personaggi sciagurati, si mobilita. Gli imbonitori, come Glenn Beck forte dei suoi milioni di fedeli radioascoltatori nel Midwest, hanno sempre pronta qualche porcheria con cui titillare i loro rustici follower. Il presidente d’altronde lo ha dimostrato con i fatti: negli Stati Uniti di inizio millennio la verità è solo un optional. Il 56% degli americani teme lo scoppio della violenza e un quinto la considera giustificata nel caso non venisse eletto il proprio candidato.

La parabola di Donald Trump secondo il Washington Post è quella che rischia di portare al tramonto la democrazia. O per riprendere il titolo di un recente cupo editoriale “The Dawning of Darkness”, l’alba dell’oscurità. Un richiamo a quel motto che da 4 anni, dall’elezione di ‘Captain Chaos’, campeggia in copertina: “La democrazia muore nell’oscurità”. Il primo mentore del 45esimo presidente degli Stati Uniti fu un certo Roy Cohn, oscuro personaggio radiato per violazioni dell’etica dall’ordine degli avvocati, che insegnò al giovane arrembante magnate i primordi della spregiudicatezza: “Menti, non ammettere mai l’errore, quando sei in difficoltà cambia tema, attacca gli avversari, sbertucciali, quando non hai più argomenti ripeti slogan semplici e ad effetto. Aggredisci!”. L’allievo ha superato il maestro, il candidato presidente con le sue armi di distrazione di massa è senza pari, da anni offre ai suoi fan un bel calderone dove ribollono gli istinti peggiori: da ultimo e in piena pandemia, l’attacco ai medici che farebbero la cresta conteggiando più morti di coronavirus.

Il bilancio di Donald Trump non è solo a cifre rosse, certo, ma la posta in palio va ben oltre la contabilità di successi e insuccessi; riguarda la statura morale di un leader da cui dipendono in parte i destini di noi tutti, e la democrazia liberale stessa (oltre alla convivenza razziale, all’ambiente, alla giustizia fiscale e sociale, o alla politica estera). Il presidente è allergico a quello Stato di diritto che ha fatto la forza del Paese, culla della democrazia moderna. Negli ultimi giorni i giudici federali da lui nominati si sono schierati massicciamente (21 volte su 25) con il partito del presidente nelle diatribe elettorali in corso in diversi Stati. Di che far rivoltare nella tomba il barone di Montesquieu o i padri fondatori.

Elezioni ad alta tensione, imbottite di pericoloso risentimento dunque. Gli elettori, e qui la sorpresa è di quelle che ridanno un po’ di luce al Paese, ne hanno ben capito l’importanza. 91 milioni di americani (il 70% del totale di 4 anni fa) hanno già votato e per la prima volta nella storia la maggioranza si sarà espressa prima dell’election day. I democratici incrociano le dita, i sondaggi sono dalla loro, ma ovunque aleggia il fantasma del 2016. In questa attesa da cardiopalma tifano per il cambiamento soprattutto i neri, le donne, i più poveri, le persone istruite, le città. Ma anche l’Europa non nasconde le sue preferenze, anche per ritrovare quel partner storico, dal quale si è sentita tradita.

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