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27.01.2020 - 01:530
Aggiornamento : 13:19

Salvini non passa, l'Emilia-Romagna resta 'rossa'

Il presidente uscente Bonaccini stacca di circa nove punti la sfidante leghista Borgonzoni. Il centrodestra berlusconiano trionfa in Calabria

Le ha provate tutte, Matteo Salvini: i bacioni al culatello, l’invasione dei social, piange-il-citofono, “parlateci di Bibbiano”. Non ha funzionato. Con un’affluenza che è lì a raccontare uno scatto d’orgoglio (67% contro il 38% del 2014) e avrà commosso non solo le sardine, l’Emilia-Romagna ha respinto la delfina leghista Lucia Borgonzoni e ha riconfermato il presidente uscente Stefano Bonaccini, con il 52% dei voti. L’ex sottosegretaria nazionale alla Cultura – quella che raccontava di non aver letto un libro in tre anni – si ferma al 43%, sempre secondo le prime proiezioni.

Vanno a ramengo i Cinquestelle che proprio a Bologna – era il Vaffa Day del 2007 – avevano iniziato le loro scorribande: Simone Benini prende il 4,8%. Il Pd rimane primo partito col 33,8% secondo le ultime proiezioni, due punti secchi davanti alla Lega.

La distruzione dei paesetti

Va detto che Salvini l’ha presa sportivamente, presentandosi con un sorriso poco dopo la mezzanotte, anche se ha chiesto tempo prima di incassare definitivamente la sconfitta. Ha subito ringraziato tutti gli elettori: “Libertà è partecipazione, e non stare sopra un albero”. Poi, saltabeccando da Gaber a Wagner, ha parlato di “una cavalcata eccezionale”: ovvero la pletora dei suoi comizi-lampo in città e villaggi che ricordavano tanto la distruzione dei paesetti di ‘Amici Miei’ (cit. Guido Vitiello). “Per me è un’emozione che dopo settant’anni ci sia stata una partita”, in precedenza “chiusa ancora prima di cominciare”, ha detto. Butta via. Ché poi “il popolo ha sempre ragione”, anche se per “qualcuno a sinistra” delle volte “non capisce una mazza”. Poi l’ex Ministro dell’Interno ha menzionato il sessismo, Sanremo, San Patrignano, le “aziende artigianali del prosciutto”, toponimi a caso “perché l’Italia è il paese più bello del mondo”. E visto che le ha prese dal Pd si è lanciato sull’altra gambetta di un governo che ieri ha preso ossigeno, ma chissà fino a quando: “Il Movimento 5 Stelle scompare dalla regione Emilia-Romagna e dalla Calabria, dove è nato”.

Reality check

Cos’abbia fatto davvero la differenza lo diranno le analisi dei prossimi giorni. Intanto si può solo registrare il successo di una campagna nella quale Bonaccini ha puntato tutto sulla mobilitazione e sul dato reale, che evidentemente non è ancora così secondario come ci diciamo sempre: l’Emilia-Romagna sta bene, quel benessere si vede ed è ragionevolmente diffuso, problemi e clientelismi non mancano, ma la via vecchia resta più appetibile di quella nuova. Con una buona dose di autocompiacimento, torna in mente quel Nanni Moretti che venti e passa anni fa ne esaltava il modello dallo Speakers’ Corner di Hyde Park: “Per noi italiani di sinistra il modello deve essere l’Emilia Romagna! La regione in cui ci sono i migliori asili del mondo, i migliori servizi sociali, i migliori ospedali!” (Full disclosure: il 'patacca' che sta scrivendo queste righe è romagnolo, e ammette un certo orgoglio da 'sburone', tutt'altro che equanime.) Bonaccini è stato anche furbo nell'evitare l'associazione col marchio a fuoco – il 'branding', direbbero in Bocconi – del Pd nazionale: ha stralciato dai manifesti il timbro del partito, facendo presente al segretario Nicola Zingaretti che gli conveniva continuare a fingersi morto come un opossum davanti all'occasionale predatore, piuttosto che farsi vivo. Il che la dice lunga su quanto questa vittoria sia trasferibile sul piano nazionale.

Perde ‘Borgonzoni chi?’, pedina di una campagna leghista tutta giocata a Roma più che a Bologna, incurante dei temi locali. D’altronde l’aspirante presidente pensava che  l’Emilia confinasse col Trentino, per dirne le competenze. Perde, soprattutto, Salvini: e va bene che l’Emilia-Romagna è sempre ‘un’altra cosa’ rispetto al resto d’Italia, come si affrettano a dire gli apologeti del Capitano; ma il risultato fa male comunque, foss'anche solo per tutto il colesterolo che gli sarà toccato accumulare. 

Calabria: cartoline dal passato

In Calabria, invece, risultato nettamente rovesciato. Il centrodestra ha strappato la regione al Pd portando al governo Jole Santelli, col 54%  dei voti secondo le prime proiezioni, e con la benedizione dell’immarcescibile Silvio Berlusconi che da quelle parti – insieme alla cattolicissima destra dell’Udc e ai fascisti di Fratelli d’Italia, più la Lega – conta ancora qualcosa (e ci ricorderemo tutti il tono del suo endorsement: “Conosco Jole Santelli", "in 26 anni non me l’ha mai data.” Catanzaro is the new Oxford.). L’ala più obsoleta del centrodestra ora punta a ripartire da lì, come i sanfedisti d’antan.

Niente da fare per l'imprenditore Filippo Callipo – quello del tonno – che col suo Pd si ferma al 30%. Carlo Tansi, passato dalla protezione civile alla lista civica, ha superato con l’otto e passa percento il candidato grillino Francesco Aiello, in una regione nella quale il movimentismo antisistema sperava di raccogliere ancora le ragioni del malcontento. Un risultato “impietoso”, come ha detto Berlusconi in una telefonata biascicatissima col comitato vincitore, nella quale ha parlato di “tradizione occidentale” e blaterato le consuete scempiaggini. Con la Jole, ormai afona, che esultava: “Forza Italia sembra essere il primo partito, parte il riscatto del Sud”. Auguri.

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