Turner, Il tempio di Giove / Wikipedia
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04.03.2019 - 07:050

Una moda di passaggio: la favola della Fashion Valley

Piaccia o no, il ‘metodo Gucci’ ha i giorni contati. Le alternative non passano da ricette protezioniste e liberiste

Operai pagati male e trattati peggio. Supermanager fantasma. Sedi di cartapesta per dare una facciata presentabile a enormi castelli di elusione (pardon: ‘ottimizzazione’) fiscale. Il ritratto del gruppo Kering/Gucci – dipinto giovedì dalla Rsi e oggetto in passato di numerosi approfondimenti su ‘laRegione’ – è impietoso.

Inutile fare le verginelle: quel villaggio Potemkin del lusso è stato anche un contribuente coi controfiocchi, il più importante per il Cantone e per alcuni Comuni. Soldi che sono serviti per infrastrutture e servizi. Cosa c’è di male?

Vallate e dirupi

Di male c’è anzitutto che un caso del genere – foss’anche isolato: mah – smonta la narrazione fiabesca che per anni si è fatta della fashion valley ticinese: una verde vallata che avremmo attraversato in mocassini morbidissimi, avviandoci a passo sicuro verso lavoro abbondante, innovazione, crescita. E poi expertise, brand value, know-how, e tutte quelle cose che quando te le dicono in inglese, nove volte su dieci, è perché ti stanno facendo la supercazzola. Invece, guarda un po’, il lavoro non c’entra e il resto è far cassetta.

Liberissimi poi di decidere che va bene anche così, che pecunia non olet, tanto a patirne le conseguenze sono altri: le nazioni vicine che perdono gettito fiscale, i frontalieri chiamati a sgobbare nel freddo e nella canicola. Per decidere, però, bisogna sapere di cosa stiamo parlando davvero: più Dickens che l’Arcadia.

Tempo scaduto

Poi resta da vedere quanto a lungo potremo affidare la nostra sicurezza economica a certi escamotage. Gucci se ne va, e non sarà l’unico: certe forme di competizione fiscale faranno la stessa fine del segreto bancario. Potenze ben più grandi della Svizzera cercano di riprendersi i banchi di scuola, i letti d’ospedale, le strade sottrattegli dai maghi dell’elusione. E siccome in politica estera decide chi pesa di più, non sarà Berna a poterlo impedire. Né sarà possibile continuare con lo sfruttamento ‘a perdere’ dei lavoratori (anzitutto) frontalieri, col risultato di scatenare una guerra fra poveri.

Si tratta proprio dei fattori che hanno portato qua Gucci e molti altri. Drogando una crescita sulla carta maggiore di quella di Zurigo, ma che al contempo ha nascosto e incoraggiato dumping, avventure a basso valore aggiunto e scarsa innovazione.

Serve intanto un salario minimo decente, perché le condizioni economiche ai due lati della ramina sono troppo disomogenee per impedire una depressione di tutte le buste paga, anche quelle dei residenti. Ma poi non basteranno i ‘patent box’ e le fondazioni per le startup. Né basterà un sistema svizzero di tutela del lavoro fatto di controlli carenti, lacune e scappatoie.

Si naviga a vista

Per inventarsi altro bisognerà schivare due scogli speculari: da una parte un irrigidimento protezionista, come vorrebbe un certo nazionalismo incurante di come funziona l’economia globale; dall’altra una tutela degli interessi dominanti spacciata per flessibilità e libera impresa (il cosiddetto liberismo: ‘cosiddetto’ perché favorire certi padronazzi ha poco a che vedere con la mano invisibile e il libero mercato; se Adam Smith sentisse parlare certi liberali nostrani, uscirebbe dal sepolcro e andrebbe a buttarsi in quello di Karl Marx).

Non sarà facile perseguire un pragmatismo che non sia quello di maneggioni e faccendieri. Prima di impugnare soluzioni semplicistiche o dettate dall’indignazione del momento, ci vorrà anzitutto un paziente lavoro di indagine e inventario di ciò che non funziona, o non funziona come ce l’hanno raccontato. Un impegno al quale siamo chiamati tutti, media in primis. Per non farsi nuovamente incantare dalle solite sirene.

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