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Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:09

Il filo rosso del jihad globale

In un’unica, terribile giornata, l’attacco globale del terrore ha riproposto la mappatura delle tragedie che è ormai in grado di provocare ovunque. Con modalità diverse, ma sempre con l’obiettivo di alzare il livello della tensione dentro e fuori il mondo islamico.
Dalla Tunisia alla Francia, dal Kuwait alla Siria, un unico filo rosso di vittime, e un’unica matrice, imbastisce il tessuto di una violenza che continua a stupire per la sua folle determinazione; ad allarmare per l’enorme difficoltà di fronteggiarla; a interrogarci sulla possibilità di vincerla. In una graduatoria dell’orrore che, per importanza e impatto, non avrebbe senso elaborare basandosi sul numero dei morti.
Le immagini simultanee del dolore si mischiano, si sovrappongono, formando appunto un coerente disegno, quasi fosse il risultato di un’unica regia operativa. Ma ormai abbiamo imparato che questo tipo di terrorismo non ha affatto bisogno di una direzione che di volta in volta coordini e diriga i vari fronti della sua offensiva.
È piuttosto una galassia che sprigiona i suoi veleni, senza necessariamente seguire un preciso ordine del giorno. Dall’atto isolato dei cosiddetti lupi solitari all’azione di un commando di “foreign fighters”; dal kamikaze sunnita che si inginocchia tra i fedeli sciiti del venerdì per poi farsi esplodere alla barbarica esecuzione dei prigionieri civili catturati dopo un assedio alla fortezza nemica. Comunque, sia stata la mano terribilmente efficace di un unico pianificatore, oppure l’azione di gruppi che sanno muoversi in autonomia, il risultato non cambia, né cambia la fonte che in ogni caso li ispira: il jihadismo radicale di un neo-califfato che ha deciso di combattere su tutti i fronti, di non imporsi confini, convinta com’è, la leadership dello Stato islamico, che in questa globalità dell’attacco troverà la sua vittoria finale, e non la sua rovina.
Così, nell’assalto in Francia, contro una fabbrica di pericolosi gas industriali, si rinnova l’offensiva contro i “crociati” che devono temere i giovani radicalizzati e arruolati fra i figli dell’immigrazione araba non integrati, rifiutati o ribelli, comunque affascinati da una identità omicida in cui cercano l’impossibile riscatto.
In questo caso, l’assassino di Saint-Quentin-Fallavier (un altro fondamentalista già monitorato inutilmente dai servizi francesi) cerca per la prima volta la strage penetrando in un complesso chimico da far esplodere, e, altra prima assoluta, prima di entrarvi decapita un ostaggio, mettendo poi in esibizione la sua testa mozzata e ricoprendola di scritte in arabo. Una impressionante miscela, la modernità tecnologica del bersaglio e la barbarie primaria del tagliagole. Mentre al di là del Mediterraneo, il commando che fa strage di turisti sulle spiagge tunisine di Sousse ripropone il tentativo di destabilizzare l’unica democrazia uscita dalle “primavere arabe”. Il massimo peccato, la democrazia, per i fanatici teocratici del neo-califfo Al-Baghdadi, che approfitta del caos lasciato dagli occidentali nella confinante Libia.
Ancora più lontane, la carneficina nella moschea sciita Al Imam Al Sadek di Kuwait City ci ricorda lo scontro sempre più cruento e destabilizzante all’interno del mondo musulmano; così come un’altra strage di civili curdi nella controffensiva dei jihadisti sulla città martire di Kobane serve agli “uomini in nero” per sottolineare il sostanziale fallimento, finora, della stramba, contraddittoria e infida coalizione a guida americana messa in piedi per sconfiggere lo Stato Islamico, a sua volta nato dalle sconfitte e dalle guerre sbagliate dell’Occidente.

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