Se non abbiamo mai vissuto certe derive non è perché ‘siamo svizzeri e diversi’, ma perché 400 persone sono scese in piazza e le derive le hanno fermate

“Ma scusi, ma noi in Svizzera non abbiamo neanche vissuto il fascismo, non abbiamo mai vissuto delle derive che hanno condizionato la vita di milioni di persone in Italia. Ma perché? Ma perché siamo svizzeri, perché siamo diversi, perché abbiamo un sistema democratico diverso”. Mi dice un consigliere agli Stati dalla radio. Davvero? Partiamo dall’inizio. Nel 1920 l’irredentista ticinese Adolfo Carmine scrisse a D’Annunzio chiedendo, dopo la presa di Fiume, di annettere anche il Canton Ticino. Ottenne risposta, pubblicata su L’Adula, giornale irredentista ticinese che si scoprì poi finanziato da Mussolini.
1921: nasce il fascio di combattimento di Lugano. Il primo fascio fondato all’estero. 16 settembre 1923 a Lugano, assemblea fascista. Scontri con spari con gli antifascisti, tra la folla Guglielmo Canevascini. La cosa verrà strumentalizzata dagli avversari politici che lo metteranno alla gogna accusandolo di aver provocato gli scontri. 10 maggio 1930: Angiolo Martignoni, consigliere di Stato conservatore, si reca da Mussolini e chiede un contributo di 150’000 franchi promettendo uno spostamento a destra del Consiglio di Stato. Ne riceverà 80’000. 1933: Arthur Fonjallaz fonda la Federazione Fascista Svizzera. 21 novembre 1933: nasce a Porza la sezione ticinese con a capo Nino Rezzonico. Gennaio 1934: Otto Bühler, industriale svizzero, costituisce il fascio svizzero a Milano. Il 25 gennaio 1934 sul ‘Fascista svizzero’ si legge: “Già si è innalzata la nostra bandiera: sopra la capitale va la legione nera”, si prepara la marcia su Bellinzona.
Il ritrovo è a Lugano. Rezzonico ha fatto le cose per bene: sei mesi prima è andato sul sito della città di Lugano e ha notificato l’evento come richiesto compilando il relativo modulo. Dopodiché ha stipulato la polizza di assicurazione di 5 milioni di franchi contro i danni alle cose e alle persone, ha dato le sue generalità e ha assicurato la sua presenza per tutta la durata dell’evento. Si tratta di un atto chiaramente eversivo, ma non è politica del municipio di Lugano intromettersi nel contenuto delle manifestazioni. La manifestazione è quindi autorizzata in quanto si tratta semplicemente di uno spostamento a Bellinzona, e per la città di Lugano non si vedono problemi di ordine pubblico. Nel frattempo Canevascini riesce a organizzare un comitato di benvenuto antifascista di 400 persone. La contromanifestazione non è ovviamente autorizzata, ma ormai come si dice negli ambienti bene: “A quelli della legalità non gli frega niente, gli frega solo di fare casino in piazza e francamente la gente ne ha piena la scuffia”, ragione per cui vengono dispersi con lacrimogeni e proiettili di gomma dalle forze dell’ordine. I fascisti arrivano a Bellinzona e non trovando alcuna resistenza occupano il governo, catturano Canevascini e lo fucilano per direttissima sulla piazza. Il 25 gennaio 1934 il Ticino è fascista! Tre settimane dopo gli antifascisti riceveranno il conto per il servizio d’ordine, per i lacrimogeni, per i proiettili di gomma e anche per il proiettile per l’esecuzione di Canevascini.
Tranquilli. Ho solo scritto una piccola ucronia. Il 25 gennaio 1934 a Bellinzona le camicie nere arrivarono davvero, ma trovarono 400 persone che le ridussero con le buone e con le meno buone a più miti consigli. L’operazione fu un fiasco totale da cui i fascisti ticinesi non si ripresero più. Quindi se non abbiamo mai vissuto certe derive non è perché “siamo svizzeri, siamo diversi” ma perché 400 persone sono scese in piazza e le derive le hanno fermate. Senza autorizzazione.