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Una rosa, un crimine, un soldato, un bambino

Un video girato in un negozio di Hebron mostra un militare malmenare un piccolo palestinese solo per la sua maglietta. Immagini che parlano da sole

In sintesi:
  • "Una rosa è una rosa è una rosa", diceva Gertrude Stein. E se smettessimo di dare etichette guardando la realtà per quel che è?
  • La parole non sono così importanti. Non sempre. Non superato un certo limite di scontro
Un frame dal video girato in Cisgiordania
(Keystone)
30 marzo 2024
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C’è questa zuffa indegna che vede i più coinvolti e i più ciechi tra pro-palestinesi e pro-israeliani ad accapigliarsi su una parola: “genocidio”. Il livello è quello della rissa da bar al quinto bicchiere, ma senza nemmeno la scusa di aver bevuto.

Scontrarsi sulla parola che definisce o definirebbe ciò che sta facendo Israele con i palestinesi non è solo una perdita di tempo, ma anche un motivo in più per litigare, come se non ce ne fossero già abbastanza. È così importante definire “genocidio” quel che accade a Gaza e nei Territori occupati? O, al contrario, stabilire una volta per tutte che non si tratta di “genocidio”? Quando avrà un’etichetta sarà cambiato qualcosa? No. Perché a differenza di quel che disse l’ultracitato Nanni Moretti: le parole “non” sono importanti. O meglio, non sono “così” importanti. Non sempre: un po’ perché ogni parola va calata in un contesto, condivisa e non imposta da chi urla di più (o da chi, di volta in volta, ha più amici all’Onu), un po’ perché a volte arrivano immagini che le scavalcano, svelandosi per quel che sono: linguaggio universale.


Keystone
"Una rosa è una rosa è una rosa"

“Una rosa è una rosa è una rosa” diceva Gertrude Stein. Una frase che ha fatto sbattere la testa a tanti, arrivati alla conclusione che Stein volesse da una parte riportare tutto al livello più essenziale della natura intrinseca di un oggetto (“una rosa non è nient’altro che una rosa”) e allo stesso tempo ricordarci come ognuno di noi dia a una parola i suoi significati, una sua veste, che è quell’oggetto eppure non lo è più.

Quella frase la riprese nel modo più subdolo – dentro quel caos che erano i Troubles irlandesi – Margaret Thatcher, quando coniò “un crimine è un crimine è un crimine”. Lei voleva dire che un crimine, politico o no che sia, resta pur sempre un crimine, e le azioni dei nazionalisti dell’Ira non avevano alcuna dignità extra rispetto a quelle di un criminale comune.

Se pensiamo a una rosa o a un crimine, difficilmente penseremo tutti alla stessa rosa o allo stesso crimine. Però possiamo metterci a vedere un video arrivato in questi giorni dalla Cisgiordania. Le immagini sono delle telecamere a circuito chiuso di un negozio dove un bambino sta facendo la spesa con il fratellino e la madre. A un certo punto il bimbo si irrigidisce e guarda oltre la porta tra il sorpreso e il terrorizzato. Da lì arriva un soldato israeliano che indica la maglietta del bimbo, che ha sulla schiena e sulla manica il logo di un’arma. Il piccolo viene schiaffeggiato e poi spogliato in malo modo.

Come se non bastasse, il soldato – che ha con sé armi vere, non disegni – avanza e lo colpisce ancora. Prova a stracciare la maglia, non riesce e la passa goffamente a uno degli altri tre militari entrati nel negozio, che finalmente distrugge l’indumento. Il bambino, esterrefatto, rimane in canottiera; il commerciante, che accenna una reazione, viene zittito dallo stesso militare, che gli si pone davanti minaccioso mostrando l’indice davanti alla bocca.

Questo comportamento di un adulto (per di più armato) dinanzi a un bimbo inerme è inaccettabile e parla per sé. E il video ci dà la misura (colma) senza doversi mettere lì – con due metri diversi – a quantificarla. Non c’è sangue, non ci sono morti, eppure c’è tutto. C’è la certezza di essere andati oltre. Dobbiamo davvero trovare una parola per capire, per capirci? Se spogliassimo le immagini dal dove, dal quando e soprattutto dai perché (degli uni e degli altri) resterebbe quel che è, come la rosa di Stein: un adulto che terrorizza un bambino è un adulto che terrorizza un bambino…

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