laR+ IL COMMENTO

Le contraddizioni di un Paese neutrale, fabbricante d'armi

I rugginosi carri armati Leopard 1 della Ruag che stanno marcendo in un deposito, più che all’armata di Putin stanno creando problemi a Viola Amherd

In sintesi:
  • La ministra della Difesa è finita nella bufera per l’intenzione della Ruag di rivendere i carri ai tedeschi della Rheinmetall
  • Una bella grana al rientro dalle vacanze per colei che, secondo un recente sondaggio, è l’esponente del governo che piace di più all’opinione pubblica
(Keystone)
23 agosto 2023
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Non avrebbero sicuramente cambiato le sorti della guerra in atto tra Mosca e Kiev, i 96 rugginosi carri armati Leopard 1 di proprietà della Ruag che stanno marcendo in un deposito a Villesse, in Friuli. Dal punto di vista dell’incisività bellica non valgono, tanto per intenderci, i droni Beaver di fabbricazione ucraina, impiegati per colpire in profondità la Russia né, tantomeno, i caccia F16 che Olanda e Danimarca, con l’approvazione Usa, consegneranno all’esercito di Zelenski.

Se vogliamo, quei reperti della Guerra Fredda, più che all’armata di Putin stanno creando problemi al nostro di Paese, in particolare alla ministra della Difesa Viola Amherd, finita nella bufera per l’intenzione della Ruag, società controllata dalla Confederazione, di rivenderli al fabbricante, la tedesca Rheinmetall di Amburgo. Il cui obiettivo è quello di renderli operativi, per poi consegnarli alle forze armate ucraine. Cosa che, stando al principio di neutralità, cui Berna non intende derogare in alcun caso, non è fattibile. Il che non ha impedito alla Ceo di Ruag, Brigitte Beck, in carica da appena un anno, di ignorare il divieto alla riesportazione di armi a Paesi in guerra, come prevede la legge elvetica. Insomma, un comportamento decisamente non consono al suo ruolo di top manager di un’azienda pubblica che le è costato il posto.

Dopo le discussioni scaturite dal suo agire controverso, Brigitte Beck si è infatti dimessa. Le polemiche hanno però coinvolto anche la consigliera federale Viola Amherd, visto che è aleggiato il sospetto, alimentato in particolare dall’Udc, che la ministra della Difesa fosse al corrente delle intenzioni della Ceo della Ruag e che, di conseguenza, le condividesse. In quel caso, ha affermato il consigliere nazionale verde-liberale François Pointet, sarebbe stato dimostrato che la Amherd “manca di coraggio e che, come sempre, fa retromarcia quando vede che una sua visione non passa”.

Comunque sia una bella grana al rientro dalle vacanze per colei che, secondo un recente sondaggio, è l’esponente del governo svizzero che piace di più all’opinione pubblica. Una bella grana anche perché il pasticcio dei Leopard rugginosi avviene a due mesi dalle elezioni federali. Così, per sgombrare il campo dai dubbi, Viola Amherd non solo ha aperto un’inchiesta esterna sul tentativo di rivenderli, ma anche per capire perché, nel 2016, la Ruag li acquistò dall’esercito italiano per 4 milioni di franchi. Con l’obiettivo poi di rivenderne alcune parti, quali pezzi di ricambio. E se i pezzi di ricambio fossero serviti a rimettere in sesto i tank di un Paese in guerra ci sarebbe stata violazione del principio di neutralità? È una delle tante contraddizioni di una nazione neutrale che, contemporaneamente, è pure un fabbricante d’armi.

Che dire, ad esempio, del fatto che l’esercito statunitense, perennemente impiegato in teatri bellici, ha da poco ordinato delle pistole svizzere Sig Sauer per mezzo miliardo di franchi? Non ci sono, comunque, solo i Leopard in disuso a guastare il rientro dalle ferie di Viola Amherd. Lei che ha fortemente voluto i caccia F-35 si trova confrontata tra l’altro con il rischio di un ritardo della fornitura. Il che non comporterà una penalità per il fabbricante statunitense, bensì una spesa consistente per l’esercito svizzero per mantenere in servizio i vecchi F/A-18.

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