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07.11.2022 - 08:30

Attenti all’asinocrazia

In politica, oggi più di ieri, le piante di alto fusto scarseggiano e proliferano i cespugli infestanti

di Andrea Ghiringhelli, storico
attenti-all-asinocrazia
(Depositphotos)
In questo articolo si parla di:
  • La democrazia rappresentativa se la passa piuttosto male
  • L’antipolitica preferisce quella diretta
  • Intanto l’impreparazione dilaga

La democrazia rappresentativa non è in buona salute e se la passa piuttosto male. Ha ripreso vigore l’idea che sia migliore la democrazia diretta, cavallo di battaglia dell’antipolitica. La parola usata è disintermediazione, che è come dire sfiducia nei corpi intermedi tra i cittadini e lo Stato, sfiducia nei partiti e sfiducia in particolare nei rappresentanti eletti. Anche da noi, seppure in misura minore rispetto ad altri Paesi, il tasso di sfiducia è vistoso: più della metà degli svizzeri ritiene che i politici in parlamento non facciano gli interessi dei cittadini. Del resto l’alto astensionismo nelle elezioni non lascia dubbi: è segno di indifferenza, di rassegnazione e pure di rabbioso malcontento che – non dimentichiamolo – è il frutto lacerante di una crescente diseguaglianza economica fra ricchi e poveri con in mezzo uno sconquassato ceto medio. Tutto ciò è incompatibile con l’ideologia democratica che non contempla l’uguaglianza assoluta, ma pretende un po’ più di giustizia economica e sociale e un po’ più di equità. A parte questo gigantesco problema di fondo, due fattori non incoraggiano una ritrovata fiducia.

In primo luogo il vizio, volutamente irrisolto, che consente agli eletti alle Camere federali di essere membri lautamente remunerati di Consigli d’amministrazione di imprese e associazioni. I parlamentari nel 2019 contavano 2mila relazioni di interesse con 1’700 organizzazioni. E allora, questi signori chi rappresentano prioritariamente nei processi legislativi? L’interesse generale o l’interesse particolare di chi provvede alla busta-paga? Il lobbismo è cosa nota, ma risulta eticamente discutibile quando a praticarlo sono gli eletti.

Il secondo fattore è la conseguenza di quello che sono i partiti oggi: leggeri, liquidi, alla costante rincorsa di un elettorato che cambia le preferenze e premia o punisce questo o quello secondo le convenienze. I partiti, chi più chi meno, sono diventati delle spugne pigliatutto: assorbono emozioni e umori per cercare consensi. Dosi massicce di populismo sono la regola. Osserva lo studioso: tutti i partiti, chi più chi meno, ambiscono a essere socialmente inclusivi e finiscono per essere socialmente amorfi. Come a dire che va bene il pragmatismo politico (è il mantra ossessivamente ribadito), ma se non si appoggia su una visione a lungo termine è un grosso guaio. Un deputato ammette sconsolato: troppa litigiosità, troppo individualismo, partiti frammentati e senza idee. È il volto negativo della politica personalizzata.

In un precedente contributo (laRegione, 20.10.22) cito il costituzionalista Sabino Cassese che si è occupato della faccenda. Sostiene che questi partiti post-ideologici (dove – aggiungo io – scarseggiano i militanti dell’idea e abbondano i pragmatici senza idee) hanno una cattiva conseguenza: producono personale impreparato. È inevitabile: i partiti che rincorrono il consenso nel tentativo di frenare il declino – e perciò ripudiano qualsiasi forma di identificazione partigiana in nome dell’utile immediato – rinunciano a scelte selettive e a una formazione educativa del personale dirigente. Non producono cioè cultura politica (una volta assicurata dai militanti e dalle scuole di partito). Gli effetti si vedono, e non è un caso che tanti ricercatori si soffermino sulla mediocrità e sull’impreparazione diffusa della classe politica: il termine in uso di mediocrazia bolla la scarsa qualità della politica e di troppi politici.

Non generalizzo, ma è pur vero che in politica, oggi più di ieri, le piante di alto fusto scarseggiano e proliferano i cespugli infestanti. Giovanni Sartori, il grande studioso scomparso nel 2017, non le mandava a dire e, per designare l’ignoranza che popola il mondo della politica, coniò il termine appropriato: asinocrazia. Aveva Sartori un’altissima considerazione della politica e ne soffriva lo scadimento; vederla nelle mani di troppi incapaci lo indignava. Più recentemente l’eurodeputata Irene Tinagli, studiosa di politica pubblica, sostiene che "la democrazia è ammalata di ignoranza" e scrive un libro sull’ascesa dell’incompetenza (‘La Grande Ignoranza’, Rizzoli, Milano 2019). Purtroppo l’analfabetismo e l’incultura politica sono in espansione: ne abbiamo fulgidi esempi. A questo proposito Sergio Rizzo, ottimo giornalista, parla dei "brocchi" che infestano i parlamenti: sono ignoranti ma si credono i migliori.

Per concludere, vale forse la pena di ricordare che la democrazia si fonda su partiti che competono per il potere secondo la regola della maggioranza: vince chi ha più voti e spesse volte non è il più bravo. Per sua natura, se ben ci pensate, la democrazia non è adatta a promuovere l’eccellenza e la meritocrazia. Può capitare – e capita spesso di questi tempi – che emergano i peggiori.

La manifesta debolezza dei partiti nel selezionare e educare il personale elettivo ha reso particolarmente copiosi gli esponenti della "politique politicienne": appartengono alla categoria dei personaggi che si occupano di sé stessi più che dell’interesse comune. Inutile precisare che le ambizioni personali e di parte sono lecite ma, se eccessive, nuocciono all’immagine stessa della politica intesa come strumento per il raggiungimento del bene collettivo. Max Weber, sociologo tedesco, nel 1919 distingueva: si può vivere "per" la politica oppure si può vivere "di" politica. In genere le due opzioni si intrecciano, ed è naturale che così sia, ma la seconda opzione – converrete – è deprecabile quando diventa il fine prevalente.

Quindi denunciamo l’asinocrazia che rovina la reputazione della buona politica, ma non dimentichiamo un piccolo particolare; ce lo ricorda in un articolo del 1919 Bertrand Russell: "In una democrazia la critica dei nostri politici non è altro che la critica di noi stessi – tutti hanno i politici che si meritano".

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