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19.09.2022 - 05:30

Putin: troppo piccolo per il Grande Gioco

Il summit di Samarcanda ha rivelato tutte le crepe nelle relazioni tra la Russia, la Cina e gli altri aspiranti a un ‘nuovo ordine mondiale’

di Roberto Antonini
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Keystone
Putin e Xi

Il summit della "Sco" di Samarcanda, la città di Alessandro Magno, il gioiello della Persia Sasanide, la grande capitale da cui Tamerlano estese il suo impero turco-mongolo timuride fino a India e Anatolia, avrebbe dovuto segnare la nascita di un nuovo ordine mondiale, in contrapposizione a quello dominato dall’Occidente. I simboli contano e la capitale uzbeka ricorda, con i suoi splendori, le glorie e la potenza passate quando era l’ombelico del mondo. I Paesi aderenti alla Sco, acronimo che sta per Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale e un quinto del Pil globale. Cina, Russia, gli Stati euroasiatici dell’ex Urss, India e Pakistan oltre alla new entry Iran costituiscono un potenziale in forte crescita, speculare all’area capitalistica democratica destinata inevitabilmente a veder ridotto, malgrado diverse rilocalizzazioni industriali in atto, il proprio peso specifico.

Eclissata dal circo mediatico inscenato attorno alla morte della regina Elisabetta II, la riunione ha segnato, al di là delle dichiarazioni di prammatica, una forte rimessa in discussione della Russia. Vladimir Putin ha dovuto chinare il capo di fronte ai rimproveri del cinico Erdogan (giunto come osservatore) da tempo con il piede in due staffe: "Il conflitto deve finire al più presto". Ancor più severa la mazzolata di Narendra Modi, premier di un Paese, l’India, da sempre alleato di Mosca: "Non è l’ora della guerra, è tempo di sicurezza energetica, cibo, fertilizzanti. Ciò che tiene assieme il mondo sono il dialogo, la diplomazia, la democrazia". Vere e proprie bastonate sul capo di Putin, ben meno spavaldo del solito.

Anche Xi Jinping è indispettito: lo fa capire riservando all’amico Vladimir solo qualche minuto di tête-à-tête e rifiutandosi di fornirgli armamenti. Non è ancora giunta l’ora del divorzio, ma all’orizzonte si stanno ammassando nubi. La guerra di Putin destabilizza il commercio (malgrado un aumento notevole ma momentaneo dell’interscambio con la Cina), la nuova via della Seta, con l’accordo da 15 miliardi tra Pechino e l’Uzbekistan, rischia di insabbiarsi, Tagikistan e Kirghizistan sono dipendenti per oltre un terzo del Pil dalle rimesse dei lavoratori in Russia, i kazaki sono inquieti: la quasi totalità del loro petrolio passa per il terminale russo di Novorossijsk.

Peggio ancora: la guerra in Ucraina, con la serie di pesanti rovesci subiti dagli invasori, sta riaprendo le antiche ferite nella galassia dell’ex Unione Sovietica. Al mai sopito conflitto tra Armenia e Azerbaigian si aggiunge ora quello tra Kirghizistan e Tagikistan, una guerra allo stato larvale nella quale si contano già decine di morti.

Il nuovo ordine mondiale nasce nel disordine creato da Mosca, con un Putin stizzito e ancor più pericoloso: i bombardamenti sistematici di obiettivi civili, di una diga e quattro centrali elettriche tradiscono la rabbia per il palese smacco militare. Washington mette in guardia Mosca: il ricorso ad armi non convenzionali (chimiche e nucleari tattiche) scatenerebbe una reazione americana. Come dire che una guerra globale è dietro l’angolo. L’avventurismo russo è forse arrivato al capolinea. Comunque vada, Putin ha già perso credibilità anche agli occhi dei suoi alleati. Un incarognito Napoleone da operetta, un presidente certamente troppo piccolo nel Grande Gioco delle relazioni internazionali.

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