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laR
 
24.08.2022 - 05:30
Aggiornamento: 18:19

Giorgia Meloni e il mercato ambiguo della fiamma tricolore

A 77 anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale il fantasma fascista torna, ancora una volta, a insidiare la democrazia italiana

di Franco Zantonelli
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Keystone
Stando ai sondaggi, la 46enne di Roma si appresta a vincere le elezioni del 25 settembre

E se Giorgia Meloni, che stando ai sondaggi si appresta a vincere le elezioni politiche del 25 settembre con Fratelli d’Italia, più che essere fascista avesse semplicemente capito che nel Belpaese quello del fascismo è un mercato che ancora tira e quindi che sarebbe un peccato non approfittarne? Lo scrive il Tages-Anzeiger in un articolo uscito il 15 agosto scorso intitolato ‘Meloni spielt mit der Flamme’, ovvero ‘Meloni gioca con la fiamma’. Lo fa con maggiore astuzia e spregiudicatezza di quella che hanno dimostrato i suoi predecessori, dal fascistissimo Giorgio Almirante, ex-funzionario della Repubblica Sociale Italiana, a Gianfranco Fini, che dopo essergli succeduto alla guida del Msi fece uscire l’estrema destra neo-fascista dal ghetto politico, tramutandola in Alleanza Nazionale. Un’operazione, ricordiamolo, architettata con la connivenza di Silvio Berlusconi il quale, in tal modo, fece finta di ripulire i nostalgici del Duce dalle scorie del passato, arruolandoli tra i propri elettori.

Ecco, la 46enne Giorgia Meloni, cresciuta alla Garbatella, quartiere popolare di Roma, viene da lì. Non a caso fu ministra per la Gioventù dal 2008 al 2011 nel quarto governo Berlusconi. Che si voleva liberale e democratico grazie anche all’adesione al Ppe, il Partito popolare europeo. Mettiamola così: il magnate di Arcore, dopo Gianfranco Fini, indirettamente ripulì anche Giorgia Meloni. Alla quale rimane il fastidio di dover giustificare quella fiamma tricolore citata dal Tages-Anzeiger. Un simbolo che ha accompagnato tutti i partiti di estrema destra italiani dopo il Ventennio, spesso interpretato come una raffigurazione del fascismo che risorge dal sepolcro di Mussolini.

Della fiamma la Meloni continua a ripetere che "non c’entra niente con il fascismo. È il riconoscimento del percorso fatto dalla destra democratica nella storia della nostra Repubblica". Eppure c’è il sospetto che serva a strizzare l’occhio ai nostalgici di un fascismo che non hanno mai conosciuto ma soltanto sentito decantare. E non basta neppure che la leader di Fratelli d’Italia prenda le distanze dai suoi seguaci che salutano romanamente. "Sono una piccola minoranza – rassicura –, ho sempre detto ai dirigenti del mio partito di reagire con la massima severità alle manifestazioni di una nostalgia imbecille, perché i nostalgici del fascismo non ci servono". Che non le servano non è per nulla vero perché, si voglia o no, chi è contrario ai regimi forti, chi ancora oggi non si lascia irretire da concetti con al centro ‘Dio, patria e famiglia’ di certo non voterà per il suo partito.

Resta il fatto che a 77 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale il fantasma fascista torna ancora una volta, come già con Almirante e Fini, a insidiare la democrazia italiana. Per troppo tempo la Repubblica nata dalla Resistenza ha tollerato che circolasse una paccottiglia di oggetti che ricordavano il regime mussoliniano. La stessa nipote di Mussolini è stata eletta in parlamento, la vedova di Almirante è diventata personaggio autorevole blandito dalla stampa. In Germania invece sono stati più severi, tutto ciò non è successo e sono riusciti a ridimensionare le ambizioni politiche di Alternative für Deutschland. Giorgia Meloni, al contrario, aveva il mercato ambiguo della fiamma tricolore da sfruttare e lo sta facendo con grande abilità.

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