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21.06.2022 - 05:30

Lite Di Maio-Conte, i grillini si sfarinano

Ormai il Movimento 5 Stelle pare condannato alla scissione e a un destino di battibecchi da partitino minore

di Franco Zantonelli
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L’impeachment di Luigi Di Maio e il suo presumibile allontanamento dal Movimento 5 Stelle, con l’accusa di iper-atlantismo, è lì a dimostrare che i grillini si stanno sfarinando. Primo partito con oltre il 32% dei voti alle elezioni politiche del 2018, gli ultimi sondaggi, dopo le recenti disastrose amministrative, lo danno sotto al 10%. È possibile che una scissione – con Di Maio e i governisti-poltronisti da un lato e Giuseppe Conte, Alessandro Di Battista e quel che resta dei "vaffa boys" dall’altro – finisca per marginalizzare definitivamente il movimento che il febbrile Gianroberto Casaleggio portò, in un amen, a diventare arbitro della politica italiana. Affidandolo, forse in modo un po’ troppo avventato, a dei signori nessuno come i sopracitati Di Maio e Di Battista, che campavano di lavoro precario quando lo trovavano e per i quali un seggio in Parlamento, anche con il vincolo di due soli mandati, equivaleva a una vincita al lotto.

Già, Gianroberto Casaleggio. Lui la mente, Grillo il megafono, con i suoi spettacoli nei quali si inveiva contro la classe politica al potere, si vagheggiava un Paese eco-compatibile anche se a Roma i cassonetti continuano tuttora a svuotarli i cinghiali, si prometteva un reddito per tutti. Il mitico reddito di cittadinanza che, quantomeno, tentava di strappare una fetta non indifferente di popolazione, soprattutto nel Mezzogiorno, al ricatto del lavoro nero. Questo aspetto del programma di governo grillino, pur con le sue non poche concessioni all’assistenzialismo, riteniamo sia stato l’unico risultato apprezzabile dei quattro anni di Governo dei Cinquestelle. Rovinato, ahinoi, dalla performance di Di Maio il quale, la sera in cui il Governo del quale lui era Ministro del Lavoro approvò il reddito di cittadinanza, se ne uscì sul balcone di Palazzo Chigi per festeggiare, alla stregua di un caudillo, la fine della povertà.

Eppure né questa né altre gaffes, neppure l’incontro in Francia con i Gilets Jaunes insieme al sodale Di Battista, con Macron decisamente fuori dai gangheri, ha fermato l’ascesa di Di Maio. Riuscito a rimanere a galla in ben tre governi: il Conte Uno con la Lega, il Conte Due con il Pd, l’attuale grande ammucchiata diretta da Mario Draghi. Pur con la pochezza del suo curriculum è ormai stabilmente Ministro degli Esteri, anche se le castagne dal fuoco gliele toglie Draghi, che pare lo abbia confinato a un ruolo più di forma che di sostanza.

È gelo invece con Giuseppe Conte, che in quanto leader del Movimento, pensando alle prossime elezioni politiche, non vede come l’elettorato grillino possa apprezzare il totale appiattimento dei 5 Stelle sulle tesi ‘atlantiste’. Noi siamo a fianco dell’Ucraina, ma siamo contrari all’invio di nuove armi: questa la posizione dell’ex premier, mentre Di Maio denuncia il tentativo di un "disallineamento dell’Italia rispetto all’Alleanza euroatlantica e rispetto all’Unione europea". Toni che riportano alle liti tra comari dei partitini della prima repubblica. Finisce così il sogno rivoluzionario di Casaleggio. Grillo, dal canto suo, è passato dal ruolo di "Elevato" a quello di consulente, con un contratto da 300mila euro l’anno.

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