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laR
 
03.06.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:50

Quando l’abuso spirituale può diventare sessuale

Il vescovo, il nuovo manuale su come comportarsi coi fedeli, le resistenze, l’equilibrio tra affettività professionale e personale

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‘Hanno ammazzato Dio nel mio cuore’. Questa frase riassume il dolore di un uomo, abusato sessualmente da un sacerdote per anni. Quando era piccolo aveva fiducia nei grandi, cercava degli esempi da seguire, credeva in Dio. Il tradimento ha frantumato ogni legame con la Chiesa. Non è più riuscito a mettere piede in un luogo di culto cattolico, nemmeno a scambiare due parole con un parroco. Quel mondo l’aveva spezzato, recidendo un legame spirituale che stava sbocciando. Per decenni è stato in terapia. Ha messo e tolto tante maschere per nascondere la vergogna, per ricostruirsi, per ritrovare la sua dignità macchiata, per tornare a fidarsi del prossimo. Come lui, altre 350 persone si sono fatte avanti negli ultimi 20 anni in Svizzera per denunciare abusi sessuali in ambito ecclesiale.

Questa storia ha turbato profondamente l’attuale vescovo della Diocesi di Coira, Joseph Maria Bonnemain, che da 20 anni dirige la Commissione di esperti "Abusi sessuali in ambito ecclesiale" della Conferenza dei Vescovi Svizzeri. Ha ascoltato tante vittime. In una lunga intervista ci aiuta a capire perché la Chiesa per decenni ha chiuso gli occhi, spostando da una parrocchia all’altra quei sacerdoti che, abusando del loro potere, avevano aggredito sessualmente dei giovani. Andavano fermati, non spostati. Non è stato così: l’immagine della Chiesa doveva rimanere immacolata, anche se al suo interno c’era del marcio. Autoprotezione, rimozione, ignoranza? Chi incoraggia ad avere un comportamento etico, morale, più di altre istituzioni deve essere coerente. Non è stato così! Per decenni, l’immagine della Chiesa è stata più importante delle vite spezzate delle vittime. Sono relativamente poche (350) quelle che si sono fatte avanti. Faticano a riaprire vecchie ferite. Chi invece trova il coraggio, chiede alla Chiesa di riconoscere con umiltà quanto male ha fatto.

È giusto chiedere scusa, ma è altrettanto importante prevenire nuove catene di abusi. Non bisogna avere i paraocchi. Non è solo una questione di persone deboli, malate, sole. Il problema è strutturale: una rigida gerarchia può essere terreno fertile per l’abuso di potere. Canali decisionali e ripartizioni delle competenze sono da ristrutturare per impedire efficacemente nuovi abusi. Un sacerdote entra nell’intimo della persona. Nella relazione spirituale si crea fiducia, attaccamento, anche dipendenza psicologica. Non tutti i parroci hanno sufficiente equilibrio emotivo e maturità sessuale per gestire questi delicati rapporti umani. Andrebbero forse selezionati meglio?

Dall’affettività professionale c’è chi scivola in quella personale, alcuni (purtroppo!) nell’abuso sessuale. Per tutelare fedeli e parroci, il vescovo di Coira ha emanato due mesi fa un codice di condotta per prevenire ‘abusi sessuali e spirituali’, vincolante per guide spirituali, impiegati e dirigenti di diocesi e parrocchie. Il manuale, al vaglio anche della Diocesi di Lugano, sta incontrando resistenze, ma c’è accordo sul 95% delle misure. È assurdo pensare di codificare un rapporto spirituale, ma se si è arrivati fin qui, un motivo c’è. Anche in altri ambiti, come gli istituti per disabili, dove ci sono rapporti di dipendenza e rischi di abuso di potere, stanno fiorendo questi manuali. Ne parleremo in una serie di pagine perché ogni vittima salvata è un successo per tutti.

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Coira, opposizione al Codice di condotta della Diocesi

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