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Da un certo punto su, ci vuole anche la classe. E a differenza dell’Ambrì, pur se dà l’impressione di non saperla canalizzare, il Losanna ne ha da vendere
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laR
 
24.03.2022 - 05:30
Aggiornamento: 19:24

L’effetto del talento sul clima della primavera

Le mani di Cereda e Duca e quelle di Juvonen per un’impresa che l’Ambrì attendeva da tempo. Ma in futuro ci vorranno più Pestoni, Bürgler e Heim

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La pura teoria ha avuto la sua miglior applicazione pratica. Non che non fosse mai capitato in passato che i concetti tanto cari a Luca Cereda (anzi, chiamiamoli pure per quello che sono: dogmi) venissero tradotti in pista dai suoi ragazzi. È solo che stavolta la cultura della fatica, del sacrificio persino, in qualche modo, ha vissuto la sua apoteosi proprio nel momento in cui nessuno, ma proprio nessuno (salvo Cereda, appunto, Paolo Duca e qualche altro cocciuto ottimista) credeva ancora nella possibilità di agguantare in extremis il decimo posto, strappandolo al Berna. Al Berna, nientemeno. Invece, tra la sorpresa generale (e magari non solo quella) lo stesso Paolo Duca ha convinto il signor Janne Juvonen a salire a bordo di quell’aereo, l’Ambrì ha gettato le basi della sua straordinaria impresa. E se qualcuno decide di fare comunque una mossa del genere nonostante a quel punto la logica dica tutt’altro, è quello il segno inequivocabile che ci crede. Nel mentre in cui tutt’attorno divampavano le critiche, alcune delle quali semplicemente ingenerose, ma che alla fine si sono trasformate in carburante per alimentare il fuoco dell’esaltazione.

Poi sarà vero che in pista non ci va da solo, ma con la sua classe il ventisettenne dello Jokerit Helsinki ha portato di peso una squadra già ipereccitata di suo, inebriata da successi che non smettevano di arrivare. Uno, due, tre, e via così fino ad arrivare a quota sette. Roba che ad Ambrì non si vedeva da una vita. I playoff, invece, quelli in Leventina mancavano dal 2019. E non è un caso se in quella stessa primavera sotto la volta della Valascia ci fosse un tale che di nome fa Dominik e di cognome Kubalik.

A dimostrazione che per arrivare alla post-season, o quantomeno per sfiorarla (non dimentichiamolo: non ci fossero stati i pre-playoff i biancoblù sarebbero andati in ferie con ventidue punti di distacco dal Servette, ottavo) volontà, identità e abnegazione per indispensabili che siano, da sole non bastano. A quel punto servono anche talento e classe. A Losanna, ad esempio, ne hanno da vendere, pur se in quel caso l’impressione è che non la sappiano adeguatamente canalizzare. In ogni caso, al di là di quel disco malamente perso da Fora martedì, a dare una svolta a gara 3 sono stati il giochino circense di Sekac e l’astuzia di Riat, al quarantacinquesimo minuto spaccato, quando il risultato era ancora sull’1-1. Sekac e Riat appunto, non Krakauskas e Douay.

Di talento, tuttavia, ce n’è anche ad Ambrì. Il punto, semmai, è che non ce n’è abbastanza. Ci vorrebbero più Pestoni, più Heim e più Bürgler per far paura anche a squadre come il Losanna all’avvicinarsi della primavera. Più uno Zwerger che sia quello delle ultime settimane e non quello di novembre e un paio di mani straniere in più di tutto rispetto, alla Conacher per intenderci. Dopodiché serviranno anche i soldi, ma – e non è una semplice frase fatta – i soldi non sono tutto: la Gottardo Arena più che un semplice stadio deve essere il simbolo di una nuova era, non pensando soltanto alla sopravvivenza ma anche allo sviluppo di questo Ambrì 2.0. Qualche ottimo risultato il trasloco già l’ha dato (siamo così sicuri che Bürgler e Heim avrebbero davvero firmato, con la prospettiva di dover giocare nella vecchia Valascia?), altri senz’altro seguiranno. Infatti, pensando alla prossima stagione, l’arrivo di uno come Filip Chlapík non può non essere un ottimo segnale. È la politica dei piccoli passi, per forza di cose. Uno dopo l’altro, però, quei piccoli passi ti possono anche portare lontano. E non è poca cosa, pensando che fino a quattro o cinque fa questo stesso Ambrì faticava anche solo a reggersi in piedi.

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