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laR
 
22.03.2022 - 05:15
Aggiornamento: 16:41

La guerra e i né né

Coloro che nella guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina hanno pensato bene di defilarsi, forse non sanno di avere un predecessore illustre

di Franco Zantonelli
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Keystone

I cosiddetti "né né", ovvero coloro che nella guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina hanno pensato bene di defilarsi, di non prendere posizione perché sostengono di non essere convinti dalle ragioni di nessuno dei due belligeranti, forse non sanno di avere un predecessore illustre. Non lo scrittore Leonardo Sciascia, che negli anni di piombo italiani se ne uscì con l’affermazione "né con lo Stato né con le Brigate Rosse", bensì François Mitterrand. Il quale nel ’94, negli ultimi scampoli del suo lungo mandato presidenziale, mentre infuriava il genocidio in Ruanda dichiarò, immaginiamo con il suo fare sornione, sia pure in un contesto privato, che "dans ces pays-là, un génocide n’est pas trop important". Quindi né con gli Hutu né con i Tutsi. Anche se in realtà la Francia, come rivelò un successivo rapporto, aveva addestrato militarmente gli Hutu, rendendosi in parte corresponsabile delle 800mila vittime di quel massacro. Insomma, pur non intravvedendo tra i "né né" gente dello spessore di Mitterrand, sotto sotto siamo convinti che chi sostiene di non stare né con Zelensky né con Putin non ha il coraggio di dire chiaro e tondo che, se dovesse essere obbligato a scegliere, finirebbe per schierarsi con il Presidente russo. Un po’ come quei No vax che, una volta che è diventato praticamente obbligatorio vaccinarsi pena un’esistenza sociale ai margini, pareva avessero optato per il Covid, pur negandone la pericolosità, piuttosto che per i governi che lo combattevano.

Per il momento nessuna autorevole personalità occidentale ha avuto il coraggio di dichiararsi esplicitamente dalla parte di Putin. Sarebbe un ruolo assai scomodo come sperimentò, durante la guerra civile nell’ex Jugoslavia, lo scrittore e Premio Nobel austriaco Peter Handke, il quale si schierò senza se e senza ma con Milosevic, mosso da un incondizionato amore per la Serbia che definì la sua "patria dell’anima". Anche se i "né né" per il momento se ne stanno alla finestra, non escludiamo che a breve mettano il naso fuori dalla loro tana, magari individuando una conseguenza del conflitto su cui accanirsi. Ad esempio, quando le nostre città saranno piene di profughi vuoi vedere che, come avvenne ai tempi della fuga dalla guerra civile jugoslava, dopo le prime immagini di accoglienza con il cuore in mano inizieranno i borbottii? "Giusto ospitare queste persone, ma cosa succederà tra qualche settimana?", è già saltato su a dire l’ex granconsigliere Germano Mattei. Per non parlare del Consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, autore di un’interpellanza in cui chiede al Consiglio federale se non ci sia il rischio che i profughi ucraini vengano "prossimamente utilizzati a scopi di dumping salariale e di sostituzione sul mercato del lavoro". Quadri è preoccupato dal fatto che gli ucraini, essendo profughi di guerra, abbiano la possibilità di lavorare. Però gli facciamo presente che se possono lavorare possono pure iscriversi a un sindacato: qui c’è TiSin che siamo convinti non rifiuterà loro l’adesione. Caro Lorenzo Quadri, cosa disse Angela Merkel quando decise di accogliere 1,2 milioni di profughi siriani? Disse "Wir schaffen das", ce la possiamo fare.

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