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Aggiornamento: 21.03.2022 - 18:52

Il ritratto di Serdar Gray

L’esempio del Turkmenistan e di parecchie autocrazie vassalle di Mosca ci aiuta anche a capire cosa rischia l’Ucraina

il-ritratto-di-serdar-gray

Il ritratto di Serdar Gray, al secolo Serdar Berdimuhamedow, sta lì, a dimostrare che Oscar Wilde non era solo un formidabile creatore di aforismi pronti all’uso, ma anche uno che sapeva come gira il mondo. Nel suo lavoro più celebre, Wilde raccontava di un uomo che si manteneva giovane facendo invecchiare al suo posto il suo ritratto; in Turkmenistan funziona più o meno allo stesso modo, invecchiano le facce nelle cornici pur di mantenere giovane il potere. A questo e a nient’altro si può pensare guardando la foto del nuovo presidente dell’ex Repubblica sovietica, 40 anni, in piedi davanti al ritratto di quello che sembra lui da vecchio, ma è il padre Gurbanguly. La somiglianza tra i due è tale che sembra il risultato di FaceApp, una di quelle applicazioni sceme con cui ci siamo dilettati ai tempi del lockdown: mettevi una tua foto e lei ti faceva comparire come saresti diventato con l’avanzare dell’età. Un giochino innocente, il nostro, il loro molto meno.

Il Turkmenistan è uno dei tre Paesi al mondo in cui il libero pensiero viene maggiormente censurato. Gli altri due, per capirci, sono l’Eritrea e la Corea del Nord.

Fare la lista delle stramberie del Turkmenistan, raccontare il modo spregiudicato, grottesco e criminoso con cui papà Gurbanguly è salito al potere e poi l’ha mantenuto sarebbe una perdita di tempo. Certe storie si somigliano sempre. Una cosa per tutte, buffa e orrenda al tempo stesso: lì il coronavirus è stato abolito per decreto. C’era e c’è, ovviamente, ma non si può usare come parola. Problema risolto. Quando una cosa spaventa chi comanda, la si fa sparire: che sia una malattia, un avversario politico, un giornalista scomodo, o magari l’Ucraina, il metodo è sempre lo stesso.

L’elezione farsa di Gurbanguly junior ha molto a che fare con quello che stiamo vedendo in questi giorni e con l’atteggiamento di Vladimir Putin, un altro che, per mantenere il potere, prima ha forzato le regole – mettendo un candidato fantoccio alla presidenza (Medvedev) e continuando a comandare da primo ministro – e poi, stufo di dover salvare le apparenze, le ha cambiate.

Funzionano più o meno così tutti gli altri "Stan". In Tajikistan il presidente Emomali Rahmon è in carica dal 1993, in Kazakistan Nursultan Nazarbaev ha mollato tre anni fa dopo un trentennio, e non senza polemiche: nel frattempo la capitale dello Stato ha preso il suo nome. In Uzbekistan Ismail Karimov ha ceduto il potere solo davanti alla morte. Il Kirghizistan sta in piedi, in cambio di una fedeltà canina, con gli aiuti economici di Mosca.

Questi Paesi hanno accordi con i russi che sono veri e propri patti di sangue e ricordano per certi versi il legame tra l’Urss e i Paesi del Patto di Varsavia: insomma, le vecchie, care (si fa per dire) sfere d’influenza, quelle che Putin vuole ripristinare, con le buone o con le cattive.

Il faticoso processo democratico dell’Ucraina non gli va giù perché mette in discussione la sua granitica visione del mondo. E l’idea che un’ex Repubblica sovietica non scappata per tempo dentro l’Ue (è il caso dei Paesi baltici) possa scegliere da che parte stare non è contemplato. Meglio i figli dei dittatori o i loro lacchè, che almeno sanno già come funziona e non fanno storie.

Diceva Oscar Wilde, che aveva una frase per tutto: "A questo mondo vi sono due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerla. Questa seconda è la peggiore, la vera tragedia". Auguriamo a Putin il male minore.

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